È abortita la proposta del ministro Balduzzi di tassare le bevande zuccherate. È un peccato. Sollevava problemi tecnici non banali e richiedeva molto equilibrio. Appariva tuttavia giustificata sul piano dei principi dall’obbligo di solidarietà in campo sanitario. Perché limita la libertà individuale per impedire quelle dipendenze e quelle cattive abitudini che in futuro limiterebbero gravemente la libertà dell’individuo. Ed è una politica che vede numerose applicazioni all’estero.

L’imposta sulle bevande zuccherate proposta dal ministro della Salute Balduzzi è stata affossata sul nascere dalla forte reazione delle imprese interessate che hanno fatto balenare drammatici contraccolpi sull’economia e sulle famiglie. Giusto o sbagliato che fosse sul piano della politica economica nell’attuale congiuntura, il progetto aveva sollevato anche una questione di principio che è bene affrontare comunque, a futura memoria.

SOLIDARIETÀ SOCIALE E RESPONSABILITÀ INDIVIDUALE

Vari osservatori avevano infatti sollevato un problema etico-politico: è bene che lo Stato imponga stili di vita con la fiscalità ? Se si pensa alla benzina e alle sigarette, si è portati a rispondere che il problema non esiste perché lo Stato da sempre fa uso della imposte correttive. E fa bene a usarle, in ossequio alla teoria degli effetti esterni già pienamente elaborata dall’economista Pigou circa un secolo fa. In quest’ottica gli ambientalisti, all’insegna del principio “chi inquina paga”, predicano il “ doppio dividendo sociale” delle imposte ecologiche capaci di dare gettito allo Stato e al contempo combattere comportamenti nocivi all’ambiente.
Ma simile risposta è fuorviante. Per il traffico e per il fumo ci sono oggettivi danni agli altri, legati all’inquinamento atmosferico e al fumo passivo. Nel caso dell’obesità e del diabete, non trattandosi di malattie contagiose, uno fa male solo a se stesso. E ha diritto di farlo quale scelta consapevole, sostengono i liberisti duri e puri, per i quali la sovranità del consumatore è sacra quanto la sovranità dell’elettore: due conseguenze parallele del postulato del diritto prioritario dell’individuo di essere libero e cercare la felicità, secondo il paradigma dello stato liberale dettato nella Dichiarazione d’indipendenza del 1776. Quindi, informare sì, imporre no.
In realtà, gli effetti esterni, di tipo economico se non fisico, ci sono pure nel caso della salute individuale, una volta accettato il vincolo costituzionale della solidarietà sociale che impone di curare gli ammalati anche se privi di mezzi. Da qui nasce, nell’esperienza storica degli Stati europei, l’obbligo generalizzato della tutela sanitaria, o come sistema di mutue o come servizio sanitario nazionale; con quel che segue sul diritto della comunità di influire sui comportamenti che generano costi di cura a carico di tutti.
La soluzione alternativa sarebbe quella di accentuare la responsabilità individuale e di escludere la solidarietà sociale in presenza di malattie e incidenti legati ai comportamenti volontari.
È impressionante la vastità del dibattito in corso su questo tema nell’ambito degli studi di economia sanitaria nei paesi anglosassoni, con risvolti di assoluto rilievo anche nel dibattito politico. David Cameron, da leader del partito conservatore, era l’esponente più noto di questo movimento che, di fronte ai costi crescenti della sanità e alla ormai verificata preponderanza delle patologie legate ai comportamenti – si pensi ai danni alla salute provocati dal consumo di droghe, tabacco, alcol, cibi troppo grassi o troppo salati e bevande troppo zuccherine nonché da rapporti sessuali non protetti, da alimentazione eccessiva, da insufficiente attività fisica – predica un restringimento dell’area di tutela sociale in campo sanitario. Da primo ministro inglese, tuttavia, Cameron non ha introdotto restrizioni significative. In generale, non risulta che gli ordinamenti statali abbiano recepito istanze di questo tipo. (1)

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IL PATERNALISMO LIBERTARIO

È evidente che un conto è ragionare a livello di statistiche aggregate e altro conto è catalogare il caso singolo; senza contare che nessuno sa quanto il comportamento volontario sia davvero tale o non invece conseguenza di ignoti legami genetici o condizionamenti ambientali. Si aggiunga la consapevolezza che togliere la gratuità potrebbe implicare un aggravamento delle patologie, il che, oltre una certa soglia, imporrebbe un successivo e più costoso intervento pubblico.
Però, questo movimento di opinione non risulta del tutto sterile. In vari paesi ha prodotto, appunto, unamaggiore interferenza pubblica nei comportamenti, attraverso spese in educazione sanitaria e in incentivi alla dieta corretta nonché attraverso imposte su cibi e bevande ad alto contenuto di grassi e zuccheri all’insegna del principio “chi s’ingrassa paga”. (2) Per tale politica, che ha ricevuto la benedizione anche di Amartya Sen, è stato coniato il termine “paternalismo libertario”. Suona come un ossimoro, ma è espressivo del desiderio della società di incidere entro certi limiti sulla libertà individuale a fin di bene, ossia per impedire quelle dipendenze e quelle cattive abitudini che in futuro limiterebbero gravemente la libertà dell’individuo. Come si è detto, è una politica che solleva problemi tecnici non banali e richiede molto equilibrio nell’applicazione (se non altro per la regressività che potrebbe palesare in vari casi e per il fatto di dover in pratica colpire anche l’uso moderato privo di conseguenze dannose). Ma è importante concludere che non trova ostacoli sul piano dei principi. Si ha l’impressione che la questione tornerà a proporsi anche in Italia.

(1) Vedasi G.Muraro e V. Rebba, “Individual Rights and Duties in Health Policy”, in Rivista Internazionale di Scienze Sociali, 2010,n. 3, pp. 379-396.
(2) L’apparato di strumenti è molto ampio: allargamento dei divieti, diffusione dell’informazione e dell’ educazione sanitaria; incentivi e disincentivi monetari – tasse su tabacco, prodotti alcolici e cibi grassi – e invece esenzioni fiscali o addirittura sussidi a frutta e verdura nonché aiuti a chi si disintossica o partecipa a programmi di prevenzione. Non mancano esempi di accordi con grandi imprese e catene distributive per promuovere corretti stili di vita: pause lavoro con programmi ginnici, accesso ostacolato e avvertenze all’acquisto di prodotti dannosi, produzione di cibi poco salati, eccetera.

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