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  1. carla conti Rispondi

    Dalla lettura di questa interressante e, purtroppo, molto poco incorraggiante,analisi delle prospettive femmininili nell'ambito dell'attività di ricerca e, più in generale, dell'inserimento nel settore della conoscenza, non mi resta che concordare, con profondo disappunto, su ciò che veniva testé evidenziato:vale a dire, lo scarso valore sociale che viene dato alla ricerca ed alla cultura nel senso più ampio del termine. Su chi attribuire la responsabilità, di questo imbarbarimento della nostra società? La risposta alla vexata questio non è semplice. Tuttavia, credo che sia anche dei lavoratori e soprattutto delle lavoratrici, le quali hanno il diritto ed il dovere di far valere, lottando, la propria professionalità, le proprie capacità e le proprie competenze. E' indubbiamente una lotta non facile, spesso impari, ma occorre ribadire con tutte le proprie forze che le donne non possono e non devono essere relegate a mansioni di serie "b", ma che il loro lavoro deve essere riconosciuto, anche economicamente, al pari di quello svolto dai loro colleghi maschi. Certo, si dice, che il parlamento, sede delle istituzioni di qualsiasi paese democratico,sia lo specchio della società. L'Italia, in tal senso, non può certo vantarsi di dare il buon esempio (si veda il caso delle quote rosa). per concludere, penso che non ci si debba abbandonare al pessimismo, giustificando la nostra inerzia ed il nostro disinteresse verso queste problematiche attravenso l'atteggiamento di chi dice "tanto le cose vanno coì, non ci si può fare niente". E' invece importante impegnarsi e farsi sentire anche con forme di protesta, affinché le cose possano realmente cambiare e si possa finalmente raggiungere quella parità tra uomo e donna nel campo delle professioni, che al momento è lettera morta.

  2. Maurizio Cornalba Rispondi
    Se è vero che nè ISTAT nè Eurostat pubblicano dati per classi di età e genere allo stesso tempo, è anche vero che questi dati (e molti altri interessanti) possono essere facilmente ricavati interrogando la banca dati dei docenti di ruolo (http://www.miur.it/scripts/visione_docenti/vdocenti0.asp) mantenuta dal MIUR
  3. paolo bianco Rispondi
    Pienamente d'accordo con il contenuto dell'articolo, anche se chiamare il 39% sovra-rappresentazione mi pare eccessivo; casomai, come giustamente detto nel testo, vi è un problema di sotto-rappresentazione, nel fatto che solo il 19% dei professori è donna. Come spunto per un possibile approfondimento, credo sarebbe molto interessante disaggregare questo 19% secondo l'età anagrafica.
    • La redazione Rispondi
      Concordiamo sul fatto che sarebbe più opportuno enfatizzare la sotto-rappresentazione delle donne tra i professori ordinari. Una disaggregazione per età, che consenta di controllare possibili effetti di coorte, ci sembra anche utile, ma nè ISTAT nè Eurostat pubblicano dati per classi di età e genere allo stesso tempo.