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  1. Riccardo Mariani Rispondi
    Se si esita a punire pesantemente il falso in bilancio, specie per quei bilanci non contestati da nessuno, penso sia perchè: 1) il bilancio può contenere errori non intenzionali (nell’ articolo di ciò si fa cenno); 2) il bilancio contiene giudizi soggettivi (previsioni, valutazioni e altri giudizi economici). Se vale il punto 2) allora non è corretto vedere il bilancio come una comunicazione oggettiva che si può distorcere nei limiti di una tolleranza fissata per legge. Anzi può darsi il caso che l’ amministratore, per non avere noie, adotti certi criteri di redazione pur sapendo che con essi non gli è possibile dare conto delle prospettive della sua azienda. In questo caso sarebbe proprio una legge senza tolleranza ad introdurre un estimation risk. Solo chi ha una visione ragioneristica, anzichè economica, del bilancio, adotta a cuor leggere le sanzioni penali in questa materia. Cordiali saluti.
    • La redazione Rispondi
      Per quanto concerne l’eventualità di errori non intenzionali, purtroppo il testo vigente degli articoli 2621 e 2622 del codice civile non lascia spazio a interpretazioni: la punibilità è “comunque esclusa” quando le soglie di tolleranza vengono rispettate. In altri termini, variazioni del risultato d’esercizio che dipendano da intenti fraudolenti o da gravi negligenze da parte degli amministratori restano immuni, se sono di modica entità. Il problema è di carattere economico, e riguarda l’asimmetria informativa tra chi redige il bilancio e chi ne fa uso per acquisire informazioni sull’andamento dell’impresa: data la formulazione attuale della norma, chi legge il bilancio di esercizio non sa con esattezza se le soglie di non punibilità coprano errori non intenzionali oppure scelte fraudolente, eventualmente ripetute esercizio dopo esercizio e sistematicamente finalizzate a sopravvalutare o sottovalutare il risultato d’esercizio medesimo. Per quanto concerne il secondo punto, siamo assolutamente d’accordo sul fatto che il bilancio d’esercizio si basi quasi sempre su valutazioni soggettive, ad esempio nel caso di costi ad utilità pluriennale. Si tratta di valori “congetturati”, la cui correttezza deve essere valutata in termini relativi, ovvero rispetto alle ipotesi fatte dagli amministratori a proposito dell’andamento futuro dell’azienda. Tale discrezionalità da parte degli amministratori non contrasta assolutamente con il fine della rappresentazione veritiera e corretta, così come enunciato dall’art. 2423 del codice civile. In altri termini, già sotto la normativa previgente l’amministratore poteva legittimamente usare una dose di discrezionalità, ad esempio nella valutazione dei propri costi pluriennali, purchè tali valutazioni fossero coerenti con le ipotesi sull’andamento futuro dell’impresa, e a loro volta tali ipotesi fossero “esternamente valide”, cioè probabilmente vere data l’informazione disponibile al momento della redazione del bilancio stesso (Superti Furga). La nota integrativa e la relazione sulla gestione, così come previste dagli articoli 2427 e 2428 c.c., dovrebbero rendere conto di tali ipotesi di gestione e della loro verosimiglianza. Pertanto non è vero, come invece sostiene il lettore, che una legge senza soglie di tolleranza impedisca tali valutazioni discrezionali. Per quanto concerne l’ultimo punto sollevato dal lettore, il nostro contributo, pur non prescindendo dal dato ragioneristico e contabile, si focalizza piuttosto sugli effetti economici della norma. Cordiali saluti Andrea Frazzini Riccardo Puglisi Enrico Sette