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  1. Riccardo Mariani Rispondi
    Vorrei fare un’ osservazione in merito alla risposta che il Prof . Ichino ha fornito al lettore Roberto. Tutto sommato ritengo fondate una parte delle “accuse” avanzate dal lettore visto che scorgo una chiara parentela tra il concetto di “gabbia salariale” e la pratica della contrattazione decentrata. Inoltre l’ opzione per il minimum wage non sarà una scelta liberista ma lo diventa quando, di fatto, è un modo per abbassare quello che oggi è il salario minimo ufficiale ovvero quello dei contratti collettivi. Personalmente concordo con entrambe le misure e vedo bene come possano favorire i soggetti più svantaggiati della nostra società. Quello che mi preoccupa è piuttosto il riflesso condizionato con cui ci si deve difendere dall’ accusa di essere liberali in economia nonchè del grande peso che si intende dare a quelli che vengono definiti “espedienti lessicali” quasi che per riconvertire i nostri sindacati sia più utile il linguista dell’ economista. In questa sede, che si vuole indipendente dalla politica, tali preoccupazioni potrebbero essere trascurate senza danno e con profitto per (la già apprezzabile) chiarezza. Cordiali saluti.
  2. roberto Rispondi
    Incredibile come l'ideologia liberista del prof. Ichino, storpi la realta dei fatti, il caso melfi non è dovuto al modello contrattuale , bensi' alla disgregazione e frantumazione di quei valori di coesione sociale e nazionale, che uteriormente si vorrebbero accentuare con l'introduzione delle gabbie salariali al sud, di cui non si ha neanche il coraggio di chiamarle con il loro vero nome, pur di imporre un modello di discriminazione sociale e di disuguaglianze si avanzano i pretesti piu' assurdi, con un tentativo di attuare una lotta tra poveri, disoccupati contro lavoratori, i disoccupati prof ichino, non si difendono smantellando i diritti e le retribuzioni dei lavoratori ma dubito che lei nutra una reale preocupazione verso i disoccupati..
    • La redazione Rispondi
      Caro Roberto, a me sembra che la contrattazione decentrata dei livelli retributivi sia l'esatto contrario di una "gabbia salariale". Il termine "gabbie salariali" viene usato, in genere, da chi vuole chiudere la questione senza discuterne in modo libero e non ideologico. D'altra parte, se le regole praticate per oltre mezzo secolo hanno prodotto, nel nostro Mezzogiorno, i risultati che sono sotto gli occhi di tutti, sarà pur lecito dubitare che queste regole siano davvero efficaci per la protezione della parte più svantaggiata della forza-lavoro italiana; e discutere di possibili regole diverse. Quella del minimum wage non mi sembra possa definirsi come una scelta liberista. Nel mio articolo, comunque, non ho preso partito per questa soluzione piuttosto che per un'altra: ho solo proposto di discutere senza preclusioni di possibili regole diverse da quelle attuali. Cioè di compiere un esercizio a cui il movimento sindacale italiano è troppo poco abituato: forse perché troppo sovente si usano espedienti lessicali come quello delle "gabbie salariali" per bloccare la riflessione sul nascere. Pietro Ichino
  3. Armando Tursi Rispondi
    Pietro Ichino ha lucidamente riassunto gli approcci possibili al problema della rappresentanza sindacale in una situazione di crescente frammentazione degli interessi afferenti al mondo del lavoro, di pluralismo sindacale competitivo e di disaffezione sindacale delle coorti occupazionali più giovani, quale quella attuale. Ne aggiungerei una terza, che riprende alcune delle ipotesi avanzate da Ichino, alla luce di una riflessione che ho già sottoposto ai lettori de LaVoce.info in un mio precedente contributo ("Il sindacato nella riforma del lavoro, del 3.3.2004"). Vi sono indotto anche dalla lettura di un articolo pubblicato sul CorrierEconomia (allegato al Corriere del Mezzogiorno: “Riformare il sindacato ? Maroni sbaglia”) dello scorso 10 maggio, dove il senso del mio intervento su laVoce. Info viene equivocato (senza peraltro citare la fonte). Se è condivisibile l'idea che sia opportuno distinguere le ipotesi in cui il sindacato esercita poteri sostanzialmente delegatigli dal legislatore attraverso la tecnica del rinvio, dalle ipotesi in cui esso esercita la propria autonomia negoziale, se ne dovrebbe trarre la conclusione che il problema della selezione dei soggetti negoziali (e dell'estensione erga onnes degli effetti del contratto) si pone, con carattere di necessità istituzionale, solo nel primo caso (rinvii legali). E’ solo il secondo caso - quello del sindacato che contratta nell'esercizio della propria autonomia negoziale - che potrebbe restare affidato, senza drammi (quali drammi ha provocato la firma separata del contratto dei metalmeccanici ?), a quello che i giuristi chiamano il "diritto comune", e che, in sostanza, può essere riassunto nella formula "il sindacato contratta per gli organizzati". Ben venga, aggiungo, un potere di estensione erga omnes affidato al Governo, da esercitarsi caso per caso, su istanza dei sindacati (anche datoriali) firmatari. La legge, invece, stabilisce la base comune di diritti valida per tutti (incluso, probabilmente, un salario minimo intercategoriale). Dice bene, dunque, Ichino (citando Cofferati): “a ciascuno il suo mestiere” ! Armando Tursi