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Milano senza fondi

La vicenda dei 192 milioni promessi dal presidente del Consiglio al sindaco e mai arrivati, è emblematica della voglia di ritorno a un passato senza regole. Sotto la Madonnina, tutti si chiedono solo perché i soldi non arrivano. Nessuno si domanda se sia giusto che i trasferimenti agli enti locali vengano decisi sulla base della pura discrezionalità politica. Che è dannosa e inefficiente. E produce risultati inattesi. È inutile infatti premiare con ulteriori risorse una città che comunque ti voterà. Meglio riservarle per luoghi dove la competizione elettorale è aperta. Come Roma.

I giornali milanesi sono pieni d’angoscia per i “fondi di Milano”, i famosi 192 milioni di euro promessi “personalmente” da Silvio Berlusconi al sindaco nonché collega di partito, Gabriele Albertini, già nel lontano 2001 (promessa reiterata a ogni visita milanese del presidente del Consiglio dei ministri) e di cui non si è mai trovata traccia nelle varie leggi finanziarie, leggi obbiettivo o quant’altro, susseguitisi da allora.

Si parla di “afasia” di Milano, si denuncia la lobby capitolina molto più capace di “mungere la vacca”, ci si interroga su a che serva votare in massa per il centro-destra (oltre la città, anche la Regione e la Provincia di Milano sono saldamente in mano al Polo delle Libertà) se poi i soldi vanno a un Comune del centro-sinistra come quello di Roma, e così via.

Una logica distorta

La prima reazione a questi lamenti è di puro sgomento intellettuale.
Non per il merito della questione in sé, ma per gli argomenti che vengono usati. Leggendo i giornali e le interviste ai politici locali è evidente che il problema posto non è se davvero Milano sia penalizzata rispetto a Roma o a qualunque altra città in termini di trasferimenti statali.

Il problema è se le capacità di pressione della Madonnina sul Governo centrale siano sufficienti. Non si trova apparentemente nulla di strano nel fatto che i trasferimenti erariali ai governi locali seguano logiche politiche, e che appunto il presidente del Consiglio dei ministri prometta “personalmente” soldi al sindaco di una grande città, non per il riconoscimento di una qualche “prioritaria” esigenza nazionale rappresentata da quella città, ma in tanto e in quanto presidente del Consiglio e sindaco appartengono alla stessa forza politica. Si trova solo strano e preoccupante che questo processo di intermediazione politica non funzioni come dovrebbe.

Personalmente, vedo in questo un ulteriore e preoccupante segnale di imbarbarimento del paese.
Ciò che susciterebbe sdegnate interrogazioni parlamentari e feroci inchieste stampa in altre nazioni (vedi per esempio il dibattito sui sospetti stanziamenti per la Nasa, cioè Cape Canaveral, Florida, decisi da Bush nell’anno delle elezioni), da noi viene considerato del tutto normale. A nessuno sembra passare minimamente per la testa che, in una logica di corretti rapporti istituzionali tra diversi livelli di governo, i trasferimenti erariali ai governi locali dovrebbero seguire regole condivise e precise, basate su indicatori oggettivi di bisogno, e non su decisioni discrezionali della classe politica.
È ben vero che in passato, e soprattutto negli anni Settanta e Ottanta , i trasferimenti erariali ai governi locali sono stati soggetti a una grande discrezionalità politica. Ma è anche vero che abbiamo pagato un prezzo assai elevato per questo, in termini di efficienza e di equità.
A enti territoriali ricchi e prosperosi sono state assegnate ulteriori risorse di cui non necessitavano, negando ad altri l’essenziale. L’incapacità di imporre regole precise da parte del centro ha condotto a forme diffuse di irresponsabilità finanziaria negli enti locali; e abbiamo prodotto una classe politica locale molto più brava nel batter cassa a Roma che nell’amministrare i propri territori.
È solo negli anni Novanta che uno sforzo considerevole è stato fatto per ricondurre a razionalità tutto il sistema dei poteri locali e dei trasferimenti erariali. Sforzo che queste vicende (e altre ad esse collegate, come per esempio il triste destino del decreto 56/2000 che avrebbe dovuto gestire la redistribuzione alle Regioni della compartecipazione all’Iva e che rischia di essere sostituito da un sistema di pura contrattazione politica) rischiano di rimettere in discussione.

Ritorno al passato

Ma forse questo è ciò che esattamente si vuole. C’è nel paese una gran voglia di ritorno al passato, al mondo privo di regole degli anni Ottanta, che l’attuale maggioranza sembra rappresentare bene e di cui la rinnovata discrezionalità politica nei trasferimenti agli enti locali rappresenta solo un aspetto, nemmeno il più importante. Lo si ritrova nelle critiche all’euro, che in realtà riflettono in modo neppure troppo nascosto un rifiuto o un’incapacità da parte del mondo delle imprese a confrontarsi con la pressione competitiva indotta dalla moneta unica. Lo si vede nel ritorno in grande stile dei condoni, come negazione delle regole nel mondo fiscale. Si rinnova nei provvedimenti sulla giustizia fiscale e in particolare sulle regole di bilancio delle imprese. Se è così, è bene ricordarsi a cosa ci ha portato quel mondo e i sacrifici che il paese ha dovuto sopportare per allontanarsi dal baratro.

Un voto troppo sicuro

Ma i pianti milanesi suscitano anche una seconda considerazione, di pura analisi tecnico-politica.
La discrezionalità politica nei trasferimenti, una volta introdotta, conduce a risultati non ovvi, e certo non a quelli sperati da qualcuno dei commentatori milanesi.
Per esempio, a nessuno di questi è mai venuto in mente di ragionare sugli incentivi che i politici nazionali e in particolare il Polo della Libertà hanno nei confronti della città meneghina.
Per ragioni che sarebbe troppo lungo discutere qui, la città di Milano è saldamente nelle mani del centro-destra e lo sarà anche per il prevedibile futuro. Qualunque cosa facciano gli amministratori locali o il Governo, e chiunque sia il candidato, le prossime elezioni comunali a Milano, così come quelle politiche, saranno con grande probabilità vinte dal centro-destra.
Ma questo significa che dal punto di vista dell’attuale maggioranza trasferire risorse aggiuntive a Milano è del tutto improduttivo sul piano politico. Al di là delle promesse fatte, se ci sono risorse in più che possono essere distribuite gratuitamente, è molto meglio farlo laddove la competizione politica è aperta, e dove un po’ di soldi in più possono effettivamente fare la differenza nel risultato elettorale, soprattutto con sistemi elettorali maggioritari.
Questa per l’appunto è la situazione di Roma, dove dalla Regione, alla Provincia, al Comune, ai collegi elettorali delle elezioni nazionali, lo scontro elettorale tra i due poli è incerto.
E questa è appunto la ragione per cui i soldi arrivano a Roma, ma non a Milano.

Auguri ai milanesi.

 

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Sommario 22 gennaio 2003

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Sbagliata l’analisi, sbagliata la cura

  1. Gianfranco Viesti

    Concordo totalmente con le valutazioni di Bordignon.
    Un Governo non è buono o cattivo se manda più soldi di qua o di là, ma in base alla qualità, alla trasparenza e alla condivisione delle regole in base alle quali alloca le risorse pubbliche.
    Spiace notare – dopo tanto meridionalismo piagnone, ultimamente in ripresa – che da molte voci del Nord e dalla “capitale morale” giungano oggi più piagnonismi in stile leghista che proposte per organizzare meglio l’intero paese.
    Giungano più bizzarre proposte di “acchiapparsi” una rete RAI o addirittura il Senato, sostenute anche dagli Enti Locali (addirittura in piazza per la RAI a Milano!), che suggerimenti su come attuare il federalismo fiscale.
    E’ proprio, come sostiene Bordignon “un ulteriore e preoccupante segnale di imbarbarimento del paese”.
    Forse il sistema universitario lombardo (magari assieme ad altre Università di altre regioni) dovrebbe dedicare maggiore attenzione a questi fenomeni.

    Gianfranco Viesti
    (Università di Bari)

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