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  1. Elio Ziparo Rispondi
    Mi schiero con il fronte Perotti/Spaventa. Il vero problema è creare nel nostro Paese le condizioni per una reale sana competizione tra le istituzioni di ricerca e di alta formazione. Competizione significa che qualcuno vince e qualcun altro perde, spingendo così tutti a fare del loro meglio per non soccombere. Attualmente la gran parte della ricerca si limita a vivacchiare. Non esiste altro esempio al mondo di strutture governate da un regime di assemblearismo assoluto, come i nostri atenei. Nessuna spinta all’efficienza, solo la ricerca del consenso interno al microsistema. Tutti votano per tutto e l’autorefererenzialità regna sovrana, rendendo irrilevante qualunque confronto con il mondo esterno. E’ ormai acquisito che la fornitura di servizi di pubblica utilità debba essere garantita, ma non necessariamente gestita dallo Stato. La ricerca e l’alta formazione richiedono una presenza pubblica di garanzia e di sostegno finanziario più diretta che non l’energia elettrica o i telefoni, ma è parimenti indubbio che necessitano un contesto normativo in grado di spingere il sistema verso modelli gestionali più efficienti ed efficaci di quelli attuali. Anche in Italia è possibile garantire un servizio pubblico efficiente e al contempo fare ricerca ad alto livello. Nel settore bio-medico esistono esempi di realtà virtuose: gli IRCCS (Istituti di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico). Possono essere a proprietà pubblica o privata; debbono comunque offrire dei requisiti di qualità scientifica ed assistenziale a fronte dei quali accedono (su base competitiva) a fondi di ricerca pubblici dedicati e, da parte del Servizio Sanitario Nazionale, ad un rimborso delle prestazioni fornite ai pazienti maggiorato rispetto a quello garantito ai comuni ospedali. Occorre dire che, in linea di massima, i migliori IRCCS sono quelli a proprietà privata (Ist. Oncologico Europeo, etc.) anche se quelli a controllo pubblico sono mediamente su standard più che buoni (Ist. Tumori, etc.). Gli IRCCS privati possono però permettersi quello che è precluso a quelli pubblici. Infatti molti cervelli “fuggiti” sono tornati dall’estero (per lo più dagli USA) e vi lavorano egregiamente, dopo essere stati assunti a chiamata diretta, senza procedure concorsuali bizantine, contrattando ad personam il trattamento economico e le condizioni di lavoro (staff, spazi, attrezzature) ed anche molti giovani vi trovano una collocazione per loro gratificante, come post-doc ben pagati in un contesto produttivo. La produzione scientifica è a livelli di elevata competitività internazionale e i cittadini accorrono per farsi curare (gratis) in centri di eccellenza, producendo così introiti record per la proprietà. E alcuni IRCCS privati si associano ad università private, con reciproco vantaggio (S. Raffaele). Soldi pubblici ben spesi, si direbbe. Proposta: IRIzziamo la Ricerca. Gli Enti di ricerca e gli Atenei vengano affrancati da normative di tipo statale dando loro la possibilità di gestirsi privatisticamente, pur essendo sottoposti ad un controllo pubblico indiretto. L’accesso al sistema di finanziamento statale (come l’eventuale uscita dal sistema stesso) sarebbe ovviamente subordinato al possesso di standard qualitativi e quantitativi di produttività scientifica e didattica nonché alla conseguente capacità di reperimento autonomo di grants di ricerca da altre fonti pubbliche o private, nazionali o internazionali. La localizzazione geografica e le condizioni di accessibilità economica da parte degli studenti non potrebbero non essere altri parametri accessori di riferimento. Questo quadro è ovviamente inimmaginabile senza una deregulation totale. Il modello di governance degli Atenei non potrebbe che vedere i CdA composti dagli stock holders pubblici e privati, con una partecipazione di componenti accademiche non su base di rappresentanza diretta delle categorie, ma di funzione (Presidente della Commissione Scientifica di Ateneo, di quella Didattica, etc.). In questo quadro sarebbe inevitabile l’abolizione del valore legale del titolo di studio, la validazione formale del quale sarebbe possibile (ove necessario) ma solo ex post e a livello europeo (test di abilitazione UE). Non sono programmi realizzabili di colpo, magari con un decreto legge, ma è certamente possibile immaginare un itinerario legislativo che conduca progressivamente, nel giro di un quinquennio, a questo esito. Nel frattempo sarebbero accettabili anticipazioni (anche un Iit, magari) ma solo come laboratori di un futuro assetto generale e non come presunte isole felici in un presunto mare di inefficienza.
  2. Giuseppe Queirolo Rispondi
    Ho letto i vari commenti sul progettato IIT, che dovrebbe sorgere a Genova, come "nuovo" ente di ricerca dedicato ai problemi di interesse tecnologico. Mi sembra che nessuno abbia mai citato ciò che già esiste con "sede" giuridico/amministrativa a Genova, ma in realtà distribuito sul territorio nazionale: lo INFM (Istituto Nazionale per la Fisica della Materia). Vorrei saper se lo IIT è destinato ad entrare in concorrenza con lo INFM od a sostituirlo. La mia esperienza lavorativa in ambito industriale mi ha portato ad interagire ed a collaborare, spesso proficuamente, con le persone facenti parte di INFM e di CNR. In particolare la mia azienda ha contribuito a far sorgere, entro le sue mura, due importanti laboratori di INFM e di CNR. Con le persone di questi Enti il discorso relativo a problemi che si erano evidenziati a livello di fabbricazione delle cose, ma con un fortissimo interesse di base, è stato portato avanti ed ha generato idee e programmi di ricerca anche a livello internazionale (Europeo e non solo). La ricaduta industriale di questi lavori é differenziata, e va dall'aiuto immediato per la comprensione di problemi contingenti alla impostazione di ricerche per ciò che sarà (forse) utilizzato molto nel futuro. Giuseppe Queirolo