Il riaggiustamento dei conti pubblici ricade in prevalenza su comuni e province, secondo una logica centralista che riduce le risorse e impone oneri addizionali senza prevedere l’adeguata copertura, valga per tutti l’esempio del condono edilizio. Ferma da tempo l’attuazione del federalismo fiscale, per gli enti locali è impossibile anche autofinanziarsi. Siamo ben lontani non solo dal riconoscimento del principio costituzionale della pari dignità degli enti territoriali, ma anche dall’attuazione di un corretto rapporto istituzionale fra diversi livelli di governo.

La preoccupazione manifestata dagli enti locali e dalle loro associazioni, Anci e Upi, verso la manovra finanziaria per il 2004 è molto forte.
Si tratta di una preoccupazione largamente motivata. Le numerose misure contenute nella Legge finanziaria e nel decreto legge 269 sono infatti accomunate da due elementi negativi: una logica centralista, che impone oneri addizionali senza prevedere adeguata copertura, e una forte riduzione delle risorse.

La logica centralista

La manovra finanziaria disegnata dal Governo è valutata in 16 miliardi di euro. Circa due terzi dovrebbero provenire da misure una tantum (condono edilizio, condono fiscale, concordato fiscale, cartolarizzazioni, ecc.). In base a quanto già previsto dalla Finanziaria dell’anno scorso, 1.800 milioni dovrebbero poi arrivare dall’applicazione del patto di stabilità interno a opera degli enti locali. In valore assoluto si tratta di un ammontare uguale a quello previsto per il 2003, quando la manovra finanziaria fu di complessivi 20 miliardi di euro. A quale logica risponde l’individuazione di un concorso così ampio degli enti decentrati al contenimento del disavanzo pubblico? Questa domanda è rimasta sino ad ora senza risposta.

Comuni e province ritengono che la fissazione di questo importante obiettivo macroeconomico dovrebbe essere il frutto di un accordo fra Stato e enti decentrati, e dovrebbe discendere da precisi criteri (quali l’incidenza della spesa del comparto sulla spesa delle Ap) che non dovrebbero mutare di anno in anno, per evitare che gli enti locali siano alla mercé di decisioni discrezionali e non prevedibili del centro.

A due anni dalla definitiva approvazione della riforma del Titolo V della Costituzione, l’attuazione del federalismo fiscale, con il riconoscimento di una più ampia autonomia tributaria agli enti decentrati, è ferma ai blocchi di partenza. La Finanziaria per il 2003 aveva previsto l’istituzione, entro gennaio 2003, di un’Alta commissione sul federalismo fiscale, con il compito di indicare al Governo entro marzo 2003 i principi generali del coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario. Entro il 30 aprile, il Governo avrebbe dovuto presentare al Parlamento una relazione sugli interventi, anche di carattere legislativo, necessari per attuare l’articolo 119 della Costituzione.
Questi tempi non sono stati rispettati. I lavori dell’Alta commissione, istituita con ritardo, procedono a rilento. Tant’è che la Finanziaria per il 2004 la conferma fino alla data (imprecisata) di presentazione della prevista relazione, e comunque per tutto l’anno 2004.

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In parte, il ritardo dei lavori della Commissione è imputabile al mancato raggiungimento di un accordo sui meccanismi strutturali del federalismo fiscale nella Conferenza unificata tra Stato, regioni ed enti locali. Avrebbe dovuto fornire le linee di indirizzo all’Alta commissione: nella seduta della Conferenza del 19 giugno, Regioni, comuni, province e comunità montane hanno presentato una proposta congiunta, rimasta senza alcuna risposta, né nel merito né sui tempi. Il problema è particolarmente delicato e rilevante. Con la Finanziaria dell’anno scorso, infatti, il Governo ha sospeso la possibilità per i comuni di attivare uno dei più importanti canali di autofinanziamento: l’aumento dell’addizionale all’Irpef. La sospensione vale fino al raggiungimento di questo accordo, ed è quindi confermata per il 2004.

Importanti decisioni prese a livello centrale e contenute nella manovra finanziaria comportano oneri di rilievo per gli enti decentrati, che non hanno però concorso a definirle, né vengono dotati di mezzi finanziari aggiuntivi sufficienti per farvi fronte.
L’esempio più rilevante è il condono edilizio. A prescindere da questioni di merito, va sottolineato che esso comporterà rilevanti oneri di urbanizzazione dell’edilizia abusiva (collegamento ai servizi essenziali per l’abitazione), rispetto ai quali gli oneri concessori, ancorché eventualmente raddoppiati (con disposizione regionale, come previsto dalla Finanziaria), appaiono largamente insufficienti. E oneri amministrativi: i comuni sono chiamati a espletare le pratiche richieste dalla sanatoria per regolarizzare gli abusi. La domanda di definizione degli illeciti edilizi, se accompagnata dal pagamento degli oneri di concessione e dalla presentazione di idonea documentazione entro il 30 settembre 2004, si riterrà comunque accolta, una volta che sia decorso il termine di 24 mesi dalla data in questione senza l’adozione di un provvedimento negativo del comune (1).

La riduzione delle risorse

Limitando l’attenzione ai trasferimenti dal ministero degli Interni ai comuni, si possono stimare tagli, rispetto al 2003, di circa 790 milioni di euro, secondo la suddivisione richiamata nella tabella.

Il taglio dei fondi colpisce in modo particolare i comuni al di sotto dei 5000 abitanti (ai quali è riservato l’80 per cento del Fondo ordinario per gli investimenti) e soprattutto quelli al di sotto dei 3000 abitanti, destinatari del contributo aggiuntivo a tale fondo. I fondi assegnati alle Unioni dei comuni (che interessano anch’esse, prioritariamente, i piccoli comuni) vengono praticamente azzerati.

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Conclusioni

L’immagine che si trae da queste considerazioni è quella di uno Stato che tende a spostare, in modo autoritario, l’onere del riaggiustamento dei conti pubblici sugli enti decentrati nella speranza, forse, di non doverne pagare i costi politici. Uno Stato che di fatto impone il riaggiustamento tramite una riduzione delle spese (e quindi, presumibilmente, dei servizi) piuttosto che con un aumento delle entrate.
Siamo ben lontani non solo dal riconoscimento del principio costituzionale della pari dignità degli enti territoriali, ma anche dall’attuazione di un corretto rapporto istituzionale fra diversi livelli di governo.


(1)
Per capire quanto ampio potrà essere il numero di coloro che beneficeranno del silenzio-assenso, si può ricordare che per il condono edilizio del 1985 a tutt’oggi, il comune di Roma ha rilasciato 264 mila concessioni (il 67 per cento del totale delle pratiche aperte); la percentuale scende al 51 per cento (47 mila concessioni) degli abusi dichiarati per il condono del 1994.

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