La bassa natalità in Italia dipende non solo da vincoli di reddito, ma anche dalla difficoltà per le donne di conciliare cura dei figli e lavoro. I dati dimostrano che finora la famiglia di origine ha funzionato da ammortizzatore sociale, con i nonni a occuparsi dei nipoti, mentre le mamme lavorano. Non è uno scenario destinato a durare. È necessario perciò aumentare l’offerta di servizi pubblici alla prima infanzia. Le scelte del Governo sembrano invece andare nella direzione opposta.

Il decreto legge sullo sviluppo dell’economia e di correzione dei conti pubblici, varato dal Consiglio dei ministri il 29 settembre 2003 e collegato alla Legge finanziaria 2004, prevede la concessione di un assegno di mille euro per ogni figlio successivo al primo nato tra il 1º dicembre 2003 e il 31 dicembre 2004.
La manovra è chiaramente finalizzata all’innalzamento del tasso di fecondità delle donne italiane, attualmente pari a 1,26 (tra i più bassi dei paesi Ocse).

Come rilevato da Daniela Del Boca (“Troppi pochi bambini? Le ricette del Libro Bianco sul welfare” 6/02/2003), tuttavia, i vincoli di reddito non sono sufficienti a spiegare la bassa fecondità in Italia. Per le donne lavoratrici, gioca un ruolo rilevante la scarsa offerta di servizi pubblici all’infanzia, nonché la loro bassa flessibilità di orario e gli elevati costi. La bassa fertilità, da questo punto di vista, è connessa alla difficoltà della donna di conciliare gli impegni familiari con la scelta o l’esigenza di lavorare.

L’indispensabile aiuto dei nonni

La limitata disponibilità dei servizi all’infanzia che caratterizza il nostro paese è in parte compensata dai forti legami intergenerazionali che consentono di fare affidamento sulla famiglia di origine per la cura dei figli, in particolar modo se in età prescolare.
Questo è vero soprattutto per le donne che sono oggi in età lavorativa. Infatti, i loro padri/suoceri sono usciti in giovane età dal mercato del lavoro e le madri/suocere appartengono a una generazione di donne che in generale non ha svolto attività lavorativa sul mercato. Molte famiglie, pertanto, possono ricorrere all’aiuto di genitori e suoceri sufficientemente giovani da non essere essi stessi bisognosi di cure.

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I dati riportati nella sezione monografica “Lavoro non pagato e servizi per la famiglia” dell’Indagine Banca d’Italia sui bilanci delle famiglie italiane 2000 consentono di trarre importanti indicazioni su quest’ultimo punto. In particolare, l’analisi dei dati mostra che la probabilità di partecipare al mercato del lavoro per le donne che ricevono aiuto dai genitori o dai suoceri è notevolmente superiore rispetto a quella di chi non lo riceve. (1)
I dati confermano inoltre l’impatto favorevole dei servizi istituzionali all’infanzia sull’occupazione femminile, come già emerso in numerose ricerche.
Vale tuttavia la pena sottolineare che l’effetto favorevole del supporto dei nonni risulta di gran lunga superiore a quello dei servizi formali. Perché?

Le ragioni vanno ricercate nelle profonde differenze che caratterizzano il servizio informale offerto dai nonni rispetto a quello istituzionale. Diversamente dai servizi formali all’infanzia, l’aiuto dei nonni è flessibile, per durata e per orari. Inoltre, i nonni offrono servizi a costo zero nell’ambito di un patto di solidarietà tra generazioni molto forte nel nostro paese. Pertanto, il sistema di aiuti familiari, favorendo in modo significativo la conciliazione del lavoro con le responsabilità di cura verso i figli, rende meno vincolata la scelta di fertilità.

Le scelte politiche

Quali indicazioni per il responsabile di politica economica?
La riforma pensionistica in atto, che posticipa l’uscita dal mercato del lavoro dei futuri nonni, insieme al profondo cambiamento culturale che ha portato a un aumento rilevante della partecipazione delle donne al mercato del lavoro, implica che in futuro la possibilità di fare affidamento sulla famiglia come ammortizzatore sociale sarà notevolmente ridotta.
Se quindi l’obiettivo è quello di aumentare la fertilità, la strada da percorrere non è quella dei mille euro, peraltro attribuiti indipendentemente dal reddito della famiglia. Risultati più consistenti potrebbero essere raggiunti aumentando l’offerta di servizi pubblici alla prima infanzia. Andrebbe quindi eliminato o quanto meno ridotto in modo sostanziale l’attuale razionamento. Inoltre, questi servizi dovrebbero essere resi più simili a quelli informali offerti dalle reti familiari, soprattutto per la flessibilità degli orari.

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Inoltre, anche considerando il vincolo di reddito alla fertilità, gli elevati costi dei servizi alla prima infanzia rendono il bonus di mille euro sostanzialmente irrilevante. Più efficace allora sarebbe una manovra che prevedesse l’assegnazione del bonus, comunque di ammontare più elevato di mille euro, solo alle famiglie per le quali il vincolo di reddito alla fertilità è presumibilmente stringente, vale a dire quelle a basso o bassissimo reddito.

Sembra invece che si sia scelto di andare nella direzione opposta.
La Finanziaria 2004 ha infatti ridotto di 1800 milioni di euro i trasferimenti agli enti locali e ha confermato il blocco dell’autonomia impositiva.
Il finanziamento dei servizi all’infanzia spetta agli enti locali: il taglio delle loro risorse non potrà quindi che tradursi in una ulteriore riduzione di tali servizi, con prevedibili effetti negativi sulla già bassa fertilità delle donne italiane.

 

(1) A. Marenzi e L. Pagani “The Labour Market Participation of Sandwich Generation Italian Women”

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