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  1. max michiel8 Rispondi
    Egregio Professore, cerco di sintetizzare gli aspetti salienti del suo contributo: le conclusioni, analoghe peraltro a quelle di altri autorevoli opinionisti (come Galli Della Loggia) portano il lettore a considerare l'agricoltura europea e italiana come un settore parassitario, che grazie alla potenza lobbistica, non solo grava pesantemente sul bilancio comunitario e delle tasche del cittadino, ma contribuisce all'impoverimento dei paesi in via di sviluppo o terzomondiali. Sull'impoverimento generalizzato ho qualche perplessità: se ad esempio sul mercato cinese o brasiliano arrivano prodotti agricoli americani o europei a prezzi sottocosto, il danno si riflette sul produttore cinese o brasiliano ma non certo sul consumatore. Mi domando se la ricetta è ripristinare il libero mercato globale e annullare i sussidi agli agricoltori. Il sostegno diretto al reddito, pur poco elegante (l'industria e il terziario ricevono sostegni pubblici in modo più sofisticato, ma non meno pesante) ha fatto sì che i prezzi all'origine dei prodotti agricoli siano ora uniformi a livello mondiale (basta osservare i listini di grano, mais o soja nelle varie piazze internazionali dell'occidente e sul mercato interno locale italiano per verificare che le differenze sono veramente minime). Anzi penso che i prezzi siano influenzati al ribasso per effetto dei sostegni al reddito, perchè inevitabilmente questo meccanismo porta ad aumentare le quantità e conseguentemente a drogare l'offerta. L'Unione Europea sta apportando correttivi, facendo valere il principio, sicuramente più rispettoso della concorrenza, dell'invarianza dell'aiuto rispetto al prodotto coltivato. Al consumatore e al lettore sarebbe opportuno anche far notare l'andamento dei prezzi all'origine dei principali prodotti agricoli negli ultimi decenni (prendiamo ad esempio il prezzo del frumento, confrontiamolo con quello del pane e apriamo un altro fronte di dibattito). Se venissero annullati i sostegni al reddito agli agricoltori europei, penso che dovremmo abituarci, anche visivamente, a paesaggi incolti in tutte quelle aree dove i fattori di produzione (acqua, clima, caratteristiche dei terreni) non sono ottimali. La produzione probabilmente si concentrerebbe nelle zone più favorevoli (credo che la pianura padana abbia caratteristiche di fertilità di assoluta eccellenza a livello planetario) e con dimensioni aziendali sicuramente più ampie di quelle attuali. Se tutto questo si avverasse, la concentrazione dell'offerta non sarebbe, credo, neutra agli effetti della formazione dei prezzi all'origine. L'andamento dei prezzi agricoli è legato infatti e non poco alla frammentazione e alla debolezza contrattuale dei produttori. Non credo tuttavia che lo scenario sarà questo: credo che la lobby agricola seguirà l'esempio di quella industriale ed imparerà ad adottare mezzi più raffinati dei dazi per combattere la concorrenza dei produttori dei Paesi emergenti o in via di sviluppo. Se oggi non è politicamente corretto accettare il pallone cucito a mano da un dodicenne della Malesia, domani i prodotti agricoli della Cina troveranno altrettante barriere sanitarie e sociali alla commercializzazione nei Paesi occidentali. E allora probabilmente i presunti ricchi agricoltori europei e americani non verranno messi all'indice come sta avvenendo oggi. Grazie per l'attenzione.
    • La redazione Rispondi
      Rispondo sinteticamente ai suoi numerosi quesiti: A mio giudizio i benefici che i prezzi bassi per i prodotti agricoli portano ai consumatori dei paesi poveri sono ampiamente superati dai danni per i produttori. Questi prezzi bassi oltre a impoverire i produttori distorcono gli investimenti e frenano la sviluppo nel lungo termine. Inoltre il dumping delle nostre eccedenze alimentari può venire interrotto in caso di carenza di alimenti a livello planetario, come accadde agli inizi degli anni settanta. In questi casi sono i consumatori dei PVS a pagarne le spese, in quell'occasione molte persone dell'Africa sub-sahariana morirono di fame. Infine prezzi internazionali distorti riducono lo sfruttamento potenziale delle risorse agricole a livello planetario. Non credo che "l'industria e il terziario ricevono sostegni pubblici in modo più sofisticato, ma non meno pesante" se ha informazioni in merito me le faccia sapere. Per quanto ne so io, attualmente in media un' "Unità Lavoro Agrgricolo" (ULA) riceve circa 17000 Euro di trasferimenti complessivi all'anno, calcoli fatti su informazioni OCSE, i trasferimenti complessivi al settore agricolo sono più elevati del suo valore aggiunto. Tenga conto che per i produttori agricoli i prezzi di mercato che cita lei sono solo una parte dei ricavi per unità di prodotto, i sussidi diretti aggiuntivi possono essere più elevati del prezzo. Considero l'argomento "desertificazione del paesaggio" in caso di riduzione dei sussidi agricoli una specie di terrorismo intellettuale abbastanza disonesto. In primo luogo ora paghiamo gli agricoltori per non coltivare la terra, quindi senza questi sussidi una parte di seminativi verrebbe coltivata di nuovo. In secondo luogo credo credo che sarebbe come se un obeso non volesse ridurre le calorie dei suoi pasti per non morir di fame. Possiamo benissimo dare sussidi ai nostri agricoltori nelle regioni in cui esiste un eventuale problema di deterioramento ambientale. Questi sussidi sono inclusi dal WTO nella scatola verde e non hanno limiti. Alcune barriere non tariffarie agli scambi sono oneste in quanto giustificate da un aumento del benessere complessivo dei cittadini, altre sono solo dei paraventi per bloccare le importazioni. Il loro uso dipenderà dalla correttezza dei nostri operatori politici. Cordiali saluti Secondo Tarditi