L’Europa che verrà è un’Unione di Stati, dunque la sua solidità dipende dalla uniformità di vedute tra i cittadini dei Paesi membri. Ma se gli europei sono d’accordo nell’avere una politica estera comune, hanno opinioni molte diverse su altri temi importanti come difesa, welfare, giustizia e immigrazione. La nuova costituzione dovrebbe tenerne conto e limitare le competenze dell’Unione alle aree sulle quali esiste una larga convergenza. Altrimenti, si rischia la disillusione degli entusiasti e una accentuata conflittualità tra Stati ricchi e i più omogenei e agguerriti “nuovi entranti”.

La bozza di Costituzione definisce l’Unione europea una “Unione di Stati”: venticinque nella fase iniziale per poi allargarsi ulteriormente. Gli Stati membri possono abbandonarla con procedure relativamente semplici: è quindi importante chiedersi se l’Unione sia sufficientemente solida.

Perché una unione sopravviva è necessaria una certa uniformità di vedute tra gli Stati membri. Si tratta di un punto molto dibattuto, ma spesso in modi non verificabili empiricamente. Ad esempio, secondo alcuni, la recente crisi irachena dimostra che non c’è alcun accordo in Europa sulla politica estera. Altri ribattono che l’accordo si sarebbe formato se esistessero strutture comunitarie per la conduzione della politica estera.

Cosa deve fare il governo europeo?

È cruciale che i Paesi membri concordino su cosa debba fare il governo europeo e cosa invece debba essere lasciato ai governi nazionali.

Con le informazioni ricavate dall’inchiesta di opinione dell’Eurobarometro, abbiamo cercato di capire quanto siano uniformi tra Stato e Stato le opinioni dei cittadini europei. Ecco alcuni risultati.

Primo, i Paesi più “euroentusiasti” sono quelli i cui i cittadini danno una valutazione più negativa dei loro governi nazionali in termini di affidabilità e corruzione. Ciò dimostra che una motivazione forte dell’eurottimismo è quella del “meglio Bruxelles di Roma” (o di Madrid o di Atene), tanto per fare qualche esempio. La responsabilità del governo di Bruxelles è quindi grande e delicata: se il cittadino europeo si convincesse che “Bruxelles non è meglio di Roma”, le spinte centrifughe sarebbero forti.

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Secondo, i Paesi più “euroscettici”, oltre naturalmente alla Gran Bretagna, tendono a essere quelli più piccoli e più ricchi, come Svezia, Danimarca o Finlandia. Come è prevedibile, i più ricchi temono di finire, dopo l’allargamento, col sovvenzionare i più poveri in un’Europa con livelli di reddito molto diversi tra Stato a Stato.

Terzo, i Paesi “nuovi entranti” sono molto eurottimisti e sull’Europa hanno opinioni relativamente uniformi: vogliono che faccia molto per loro, soprattutto in aree collegate alla sicurezza interna e alle politiche di welfare. Ciò rafforzerà le spinte eurocentriche.

Sì alla politica estera, no a quella sociale

Infine, abbiamo analizzato quali competenze i cittadini d’Europa vorrebbero attribuire all’Unione.

Circa il 70 per cento ritiene che la politica estera debba essere dominio europeo, con scarti relativamente bassi fra Paesi. Tuttavia, solo poco più del 50 per cento vuole una politica di difesa comune, con punte minime della Finlandia (7 per cento), seguita da Svezia (solo 20 per cento), Irlanda (30 per cento), Gran Bretagna (38 per cento). Sembra quindi che una buona fetta dei cittadini non gradisca un esercito europeo, anche se vuole concordare la politica estera.

La politica sociale raccoglie consensi decisamente minori e anche in questo caso con notevoli divergenze tra Paese e Paese. Solo il 41 per cento dei cittadini ritiene che queste politiche vadano delegate all’Europa, con minimi del 10 per cento in Svezia, e valori molto bassi in Austria, Francia o Danimarca.

Dati simili per la giustizia: circa 40 per cento di media con un minimo di circa il 10 per cento della Danimarca.

La politica di immigrazione tende invece a riflettere il diverso livello di reddito dei Paesi. Si va dall’80 per cento di favorevoli in Romania al 15 per cento in Svezia. Grosse divergenze fra Paesi emergono anche in altre aree, come la politica agricola o l’occupazione.

Con troppe competenze, rischi di conflitti interni

Da questi dati ricaviamo tre conclusioni, che dovrebbero far riflettere i più euroentusiasti e eurocentrici.

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La prima è che il supporto popolare all’Unione europea ha molto a che fare con la delusione per i propri governi e meno con la reale convenienza a delegare a Bruxelles competenze politiche. Delusioni da Bruxelles potrebbero avere forti effetti nell’altro senso.

La seconda è che, politica estera a parte, su molti argomenti le preferenze su cosa debba fare l’Europa sono molto diverse. Quindi è rischioso istituire un governo europeo con troppe prerogative, proprio per le forti opposizioni che inevitabilmente incontrerebbe.

La terza è che i Paesi entranti proporranno con forza e in modo omogeneo e coordinato le loro esigenze, con la possibilità di innescare tensioni con i Paesi più ricchi e membri “storici” dell’Unione.

La nuova Europa rischia di nascere con notevoli conflitti interni. La scelta migliore è che il governo europeo limiti la sua attività a quelle aree su cui vi è una chiara e larga maggioranza favorevole al suo intervento e lasci ai singoli Stati (o magari a gruppi di Stati) le decisioni per quelle su cui non c’è convergenza di opinioni.

La bozza di costituzione dovrebbe tenerne conto e specificare molto meglio le competenze del governo europeo.

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