La spesa del settore pubblico per R&S è sullo stesso livello degli altri Paesi. Mancano invece gli investimenti privati e in particolare quelli dell’industria manifatturiera. I motivi? Imprese troppo piccole, che operano in settori a scarso contenuto tecnologico, oltre al basso livello di istruzione della forza lavoro. La soluzione non è allora nei generosi incentivi ai privati, ma in una politica di valorizzazione del capitale umano. E rinunciando a proteggere le produzioni industriali più tradizionali.

Oggi in Italia, almeno su un tema, regna totale la concordia. Esponenti dell’opposizione, membri del Governo, sindacalisti, rappresentanti della Confindustria, persino banchieri centrali tutti, pressoché senza eccezioni, si dichiarano d’accordo sulla necessità di rilanciare gli investimenti in ricerca e sviluppo (R&S) come strumento decisivo per contrastare il declino dell’economia italiana. E, come troppo spesso succede nel nostro Paese, individuato il problema, si chiede al bilancio dello Stato di sopperire con costosi programmi di spesa e di incentivi.

Chi spende meno in R&S

Di fronte a una tale unanimità di vedute, è indispensabile porsi qualche quesito. Innanzitutto, è vero che in Italia si spende relativamente poco in R&S? La risposta è sì, come ben documentato anche nell’ultima relazione del governatore della Banca d’Italia: circa l’1 per cento del Pil, meno della metà che negli altri Paesi industrializzati.

La seconda domanda è meno ovvia: la poca propensione alla R&S riflette uno scarso impegno del settore pubblico per questa forma di investimento altamente meritoria? Qui cominciano le sorprese: la spesa del settore pubblico, incluse le università, è pari in Italia allo 0,55 per cento del Pil, negli Stati Uniti allo 0,56 per cento e nel Regno Unito allo 0,61 per cento. Germania e Francia si collocano su livelli un poco più alti, 0,75 per cento e 0,78 per cento. Il divario di spesa in R&S fra l’Italia e gli altri Paesi industrializzati non può quindi, se non in minima parte, essere attribuito al settore pubblico.

Se non è pubblico, è privato. E infatti è proprio il settore privato, in particolare quello manifatturiero, il vero responsabile della scarsa propensione a investire in R&S. Una volta tanto, le cifre sono eloquenti. In proporzione del valore aggiunto manifatturiero, l’Italia spende solo il 2 per cento in R&S, quattro volte meno di Stati Uniti e Giappone e tre volte meno di Francia, Germania e Regno Unito.

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Scarsi investimenti in capitale umano

Ma da cosa nasce questa bassa propensione dei nostri imprenditori a investire nel proprio futuro? La risposta viene da un ottimo studio proprio della Confindustria: dati alla mano, dimostra che in larghissima misura, tenuto conto cioè anche dell’inevitabile sottostima degli investimenti in R&S da parte delle imprese più piccole, è la struttura dimensionale e soprattutto quella settoriale a spiegare questo andamento. Le nostre imprese non investono in R&S perché sono troppo piccole e soprattutto perché operano in settori a basso contenuto tecnologico.

A sua volta, aggiungiamo noi, la struttura dell’industria italiana riflette i suoi vantaggi comparati, in particolare la scarsa dotazione di capitale umano evidente nei bassissimi livelli di istruzione della nostra forza lavoro. Valga un dato per tutti: in Italia solo il 43 per cento della popolazione tra i 25 e i 64 anni possiede un diploma di scuola media superiore contro il 64 per cento nella media Ocse.

Le cose non vanno certo meglio né per i giovani (il divario è pari a ben 17 punti anche per la popolazione fra i 25 e i 34 anni) né a livello universitario, con un 12 per cento di diplomati o laureati a fronte di un 26 per cento dei Paesi Ocse. Senza una forza lavoro istruita, è difficile specializzarsi nei settori che maggiormente investono in R&S.

Rimangono aperti molti interrogativi. Perché la struttura industriale italiana non converge verso quella di altri Paesi? Per quali motivi i giovani italiani non cercano di conseguire livelli di istruzione perlomeno analoghi a quelli dei loro coetanei negli altri Paesi industrializzati? Le ragioni sono diverse. Innanzitutto, i mutamenti della struttura industriale sono per natura piuttosto lenti e tendono quindi a condizionare le scelte di istruzione dei giovani che trovano più facilmente un’occupazione nei settori tradizionali, in cui minore è la richiesta di una mano d’opera altamente qualificata. In secondo luogo, i bassissimi livelli di spesa per l’istruzione universitaria e per la formazione professionale e una struttura salariale ancora relativamente compressa scoraggiano gli investimenti in capitale umano. In terzo luogo, politiche sciagurate di protezione dei settori tradizionali rallentano ulteriormente la già scarsa propensione della struttura industriale a modificarsi.

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Pochi incentivi, e mirati

In conclusione, il problema della bassa spesa in R&S in Italia non nasce dal settore pubblico. Né il problema si risolve concedendo generosi incentivi pubblici ai privatiperché rischiano di appesantire un bilancio pubblico già allo stremo e di finanziare spese in R&S che sarebbero effettuate in ogni caso. Gli incentivi devono essere circoscritti, mirati e soprattutto oggetto di continua e precisa valutazione (attività in cui purtroppo la nostra pubblica amministrazione non eccelle, neppure quando si tratta di capire se a essere ben spesi sono i fondi pubblici per la ricerca).

Ciò di cui veramente il Paese ha bisogno è una politica di valorizzazione del capitale umano aumentando la quantità e l’efficacia delle risorse spese per la scuola media superiore e per l’università (per ogni studente universitario l’Italia spende 7.500 dollari contro una media di 9.200 per l’insieme dei Paesi industrializzati) sia nella formazione lungo tutta la vita lavorativa (altro settore in cui si spende poco e piuttosto male). E infine, un po’ di protezionismo in meno, certo non guasterebbe.

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