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Gli enti locali ci regalano il black-out

Le interruzioni di corrente elettrica registrate in questi giorni rivelano un rischio “crisi californiana” per l’Italia. Dove si produce poca energia e dove i progetti per costruire nuove centrali o nuove linee per l’importazione sono bloccati da comunità e enti locali. Poco lungimiranti, questi ultimi, di fronte a opere necessarie, ma forti dei poteri che la riforma costituzionale del 2001 ha loro attribuito sull’intero sistema energetico nazionale.

Perché si è avuto il black-out? L’energia elettrica proviene da due fonti: produzione nazionale e importazioni, e quello che è avvenuto è semplice. Da un lato, sul fronte interno, vi sono due grosse centrali ferme per interventi di manutenzione che non è stato possibile rinviare. Dall’altro, sul fronte delle importazioni, i prezzi e i consumi europei sono alle stelle e la Francia, da cui dipendiamo, ci ha negato una buona parte della potenza che in condizioni normali sarebbe stata disponibile (circa 800 MW).

I colpevoli del black-out

Questi i fatti di oggi e le cause più immediate. Ma la radice del problema è che in Italia si genera poca energia elettrica. La crisi californiana degli anni 2000-2001 ha insegnato che un Paese (o una regione) non può pensare di rifiutarsi di costruire centrali elettriche, contando che siano altre zone a supplire al suo deficit. I californiani hanno pagato duramente l’idea che le centrali dovessero essere costruite ma “not in my backyard“, non dietro casa mia: l’Italia sta correndo un rischio analogo.

Ma non fermiamoci a identificare il problema. Cerchiamo i “colpevoli”.

Il black-out indica che la produzione di energia elettrica non è sufficiente a soddisfare tutta la domanda, e questo avviene perché la domanda in Italia è cresciuta rapidamente (+2,3 per cento nei primi cinque mesi del 2003 rispetto allo stesso periodo del 2002), mentre l’offerta fatica a tenere il passo. Poiché gli italiani consumano già meno elettricità di altri Paesi nostri vicini, sembra logico cercare i problemi, almeno in prima battuta, sul lato dell’offerta.

La produzione nazionale cresce poco e dobbiamo quindi contare sempre più sulle importazioni, che ormai sfiorano il 17 per cento del fabbisogno nazionale, ma anch’esse sono limitate perché le linee che ci connettono ad altri Paesi sono scarse e già piuttosto intasate. Cosa impedisce che aumentino sia la capacità di generazione sia la capacità di importare?

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Partiamo dalle connessioni con l’estero, che sono di competenza del Gestore della rete (il Grtn), i cui programmi di sviluppo subiscono notevoli ritardi. Perché? Costruire una nuova linea significa imporre a chi abita nella zona di confine un costo in termini ambientali anche rilevante, e il primo nemico di queste importazioni sono proprio le comunità locali che (comprensibilmente, se si vuole) si oppongono. Un esempio? Due giorni fa è stato finalmente firmato un accordo per un nuovo elettrodotto con la Svizzera (da San Fiorano a Robbia), bloccato per circa otto anni dalle resistenze delle comunità locali. Una volta ultimato, si calcola che l’import italiano potrà aumentare del 25 per cento. Perché questo entri in funzione, ci vorranno ancora circa 18 mesi: se invece di negoziare per otto anni si fosse riusciti a partire anche solo due anni fa, ora probabilmente non avremmo avuto il black-out.

Passiamo alle centrali di generazione. Anche qui il primo problema è legato alle resistenze locali, e gli esempi davvero si sprecano. Fermandosi alle notizie che hanno fatto cronaca nell’ultima settimana, le comunità locali al momento (i) bloccano la riconversione della centrale Enel presso Civitavecchia (ii) bloccano la realizzazione di una centrale turbogas in provincia di Chieti (iii) hanno annunciato opposizione alla nuova centrale Enel di Termini Imprese. E si potrebbe continuare.

Perché queste resistenze? Si dice, l’inquinamento. Ma ormai anche le centrali eoliche (che danneggiano il paesaggio) trovano opposizione perché “inquinanti”, (1) e allora non sappiamo davvero più che dire… È vero che si può e si deve fare sempre meglio, ma tutti i modi di generare elettricità producono una qualche forma di inquinamento, e qualcuno deve farsene carico.

Autorizzazione unica e resistenze locali

Il Governo aveva provato a intervenire con il cosiddetto decreto sblocca-centrali del febbraio 2002, che introduceva la autorizzazione “unica”, snellendo le procedure per impianti di questo genere. Provvedimento probabilmente opportuno: dall’inizio del 2002 risultano autorizzati impianti per circa 11.000 MW di potenza (se fossero effettivamente costruiti, la capacità installata aumenterebbe del 15 per cento), e risultano essere in lista d’attesa centrali per altri 37.000 MW.

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Questo significa che tutti i problemi stanno per essere risolti? Purtroppo, no.

In primo luogo, l’autorizzazione “unica” non è in realtà il solo provvedimento amministrativo necessario. Ad esempio, la questione delle servitù di passaggio degli elettrodotti resta aperta, e anche questa richiede tempo.

In secondo luogo, una volta autorizzato, il progetto deve essere finanziato, e stante le continue discussioni circa la riforma del sistema elettrico (ad esempio, il progetto di riforma del ministro Antonio Marzano è in discussione da quasi un anno senza che il Parlamento abbia ancora espresso un indirizzo chiaro), ben poche banche si azzardano a scommettere i loro soldi sulla redditività di questi progetti, minati da grandi incertezze. Quindi, anche progetti autorizzati potrebbero non partire.

Infine, la questione forse più importante: quasi tutte le autorizzazioni del Governo sono state impugnate dagli enti locali, forti della tragica riforma costituzionale del 2001, che ha attribuito loro competenze enormi sull’intero sistema energetico nazionale.

Occorre che la sicurezza energetica del Paese consenta al Governo interventi più incisivi, e invece ci troviamo ancora con le luci spente. La riforma costituzionale è stata un errore, e una contro-riforma in tal senso si rivela sempre più urgente.

 (1) Si veda ad esempio la recente levata di scudi dell’ex ministro Carlo Ripa di Meana contro la bozza di legge che faciliterebbe la costruzione di centrali eoliche; levata di scudi a cui per fortuna ha replicato Legambiente…

Per saperne di più

A. De Michelis e M. Granirei, Deregolamentazione e crisi energetica. Appunti di viaggio sul caso californiano, in Mercato, concorrenza, regole, 1/2002.

C. Scarpa, Titolo V e politica energetica: per favore, riformiamo la riforma, in Mercato, concorrenza, regole, 2/2002.

 

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11 commenti

  1. Maria Bessi

    L’analisi di Scarpa è sicuramente condivisibile a livello di sistema: non possiamo permetterci di consumare energia elettrica senza costruire centrali che la producono e linee elettriche che ce la consegnano (tutte le altre ipotesi di scenari futuribili sono posizioni e chiacchiere derivanti da interessi particolari).
    Sul merito del black-out odierno però occorre anche fare chiarezza: In Italia sono stati concessi 2.200 MW di energia “interrompibile” (1.200 di importazione e 1.000 da CIP-6) a particolari settori industriali che godono di condizioni economiche particolarmente favorevoli per tutto l’anno (con sconti fino a 20-25 €/MWh ! ) a fronte della possibilità di essere interrotti in alcuni momenti di particolare emergenza.
    Oggi il Gestore della Rete Nazionale di Trasmissione (GRTN) annuncia di aver interrotto carichi “interrompibili” per 1.000 MW e di aver avvisato i distributori di ridurre i carichi creando disagi in tutta Italia, ai clienti privati ma anche e soprattutto alla piccola e media industria, con interruzioni senza preavviso “a macchia di leopardo”.
    Perchè il GRTN non ha interrotto in via prioritaria tutti i 2.200 MW che sono remunerati per questo servizio?
    Per fare dei numeri, riguardo alle interruzioni che hanno interessato a turnazione la città di Milano è stata comunicata “una stima di 60 mila cittadini interessati….. complessivamente sono stati staccati 60 MW”.
    Il forte sospetto è che o i clienti “interrompibili” non sono effettivamente disponibili all’interruzione di carico (e in questo caso avndrebbero revocati i benefici di cui godono) ovvero che si sia cercato il caso eclatante per veicolare pur sacrosanti messaggi all’opinione pubblica e agli enti locali sulla necessità di dotare il nostro Paese di un parco di generazione adeguato, e magari più efficiente ed economico dell’esistente.
    Ma la risposta richiederebbe una gestione trasparente del parco di generazione, come ci si dovrebbe attendere da un soggetto pubblico come il GRTN: ma non è questo il nostro caso!

    • La redazione

      Gentile lettrice
      Mi sono occupato del perchè vi è stato il black-out, non della sua gestione da parte del Grtn. Ma su questo lei solleva un punto importante. Il distacco della corrente comporta una perdita per l’impresa, che può essere piccola o grande, a seconda delle caratteristiche del processo produttivo: alcuni impianti industriali possono permettersi di spegnere da un momento all’altro, ma interromperne altri significa procurare danni ingenti. Alcuni clienti industriali si sono dichiarati “interrompibili” (ovvero pronti ad accettare il distacco della corrente con preavviso molto breve) per avere il privilegio di prezzi più bassi. Questi clienti impegnano circa 2.100 MW di potenza. Il suo punto, corretto, è che i distacchi degli interrompibili risultano molto inferiori ai 2.100 MW. Perchè? Il punto – sospetto – è se questi clienti giovedì stavano impegnando tutta la potenza loro assegnata oppure
      se stavano prelevando meno; se così fosse, anche un distacco del 100% della potenza da loro impegnata non giungerebbe al valore totale dei 2.100 MW. Quanto al resto, dubito che “si sia voluto creare un caso”. Chi gestisce il sistema ha tutto da perdere in termini di immagine da situazioni del genere. Ma non posso che girare la sua domanda al Grtn. La cui risposta – trattandosi come ricorda di un organismo pubblico – sarebbe molto importante.
      C.S.

  2. Francesco Di Giano

    L’analisi del Prof. Carlo Scarpa è condivisibile per quanto riguarda il fatto che per consumare più energia, bisogna costruire più centrali elettriche. Però bisogna prima aver ben in mente se si intende guardare al passato oppure scegliere il futuro: per passato intendo costruire centrali che utilizzano il petrolio, il carbone e il gas. Prodotti, quindi, non rinnovabili e prima o poi esauribili sul nostro pianeta. Il nostro paese gode di un bellissimo sole, in alcune regioni c’è un vento molto forte; nello Stretto di Messina, dove il Governo pensa di costruire il ponte, ci sono delle maree molte forti che potrebbero essere utilizzate per produrre energia. Ma questo Governo e i precedenti non costruiscono una chiara politica energertica. Non creano agevolazioni, incentivi, soprattutto rivolti alle famiglie e alle piccole imprese, che possano permettere di costruire i panelli fotovoltaici e quindi diventare in parte o in tutto autonomi, cosicchè l’energia delle centrali può essere direzionata verso altri settori. In Finlandia sono molto più avanti di noi nel ricerca e nella costruzione di centrali ad energia alternativa e non mi sembra che sia una nazione che goda di molto sole… la colpa non è solo degli enti locali o delle comunità, ma anche di questo governo che ancora oggi detiene la proprietà di due grandi produttori di energia, l’Eni e l’Enel. Due produttori che continuano a guardare al passato e hanno paura di fare scelte corraggiose e di perdere il loro potere economico conquistato… l’Italia deve prima decidere quali sono le fonti dalle quali vuole ricavare la sua energia senza dimenticare che oggi il suo bilancio energetico dipende quasi esclusivamente dal petrolio e dal gas. Prodotti che noi importiamo in gran misura e molto variabili nei prezzi a causa dell’instabilità dei paesi in cui vengono estratti. Non scarichiamo la colpa su un solo soggetto, che molte volte non conosce le problematiche come le comunità locali che non sono composte da ricercatori o da ingegneri, ma da persone che molte volte hanno paura del futuro. Bisogna avere la capacità e la buona volontà di spiegare attraverso documenti che cos’è il progresso. Le centrali non si possono imporre, ma ci deve essere un accordo tra tutti…

    grazie per avermi ascoltato
    francesco di giano

    • La redazione

      Caro lettore,
      il suo punto riguarda il come costruire centrali. Il mio pezzo sottolinea semplicemente la mancanza di energia. Ho deliberatamente scelto di non guardare avanti per non mescolare i problemi, ma il dibattito successivo ha fatalmente riguardato il “cosa” costruire. Non condivido quanto alcuni hanno scritto – ovvero che la soluzione è il nucleare – ma non facciamoci illusioni neppure sulle cosiddette fonti “pulite”. L’Italia è più indietro per certi versi, più avanti per altri (il
      geotermico, ad esempio). Sono d’accordo sul principio che l’energia pulita sia preferibile: ma chi non sarebbe d’accordo? Ma purtroppo queste fonti hanno tipicamente costi più elevati e il primo punto sul quale dovremo fare chiarezza è che per
      avere energia con meno inquinamento dovremo accettare di pagarla più cara. E questa sarà una battaglia culturale pesante…

      C.S.

  3. giuseppe moncada

    Gn.mo prof Scarpa,
    è vero che serve una battaglia culturale per far comprendere che l’energia alternativa è più cara. Le scuole a cosa servono? Se non si comincia non si farà mai. Certamente saremmo in parecchi disponibili a spendere di più. Tuttavia non si comprende perchè debbano esser dati contributi per attività che alla fine si rivelano poco utili e non debbano essere dati ai cittadini, che sono disponibili a spendere di più, per impianti di pannelli solari o fotovoltaici?
    Cordialità

  4. Giorgio Greco

    Alcune cose sul sistema elettrico non mi sono ancora del tutto chiare. Lo spunto, nato dai recenti black out, è stato quello di invocare la costruzione di impianti nucleari in quanto ad oggi sono gli impianti più economici dal punto di vista produttivo. Sorge una domanda su come siano stati calcolati tali costi. Mentre per le centrali tradizionali le tecnologie per renderli ad impatto zero siano già da oggi disponibili e la loro implementazione dipende da sole considerazioni econimiche, gli impianti nucleari producono scorie che nessuno sa rendere innocue. Questo significa che esse devono prima essere messe in involucri “sicuri” e poi stoccate fino a quando non ci saranno tecnologie adatte per il loro abbattimento. Questo significa che come minimo tali scorie dovranno essere stoccate in impianti speciali per una quindicina d’anni. Con l’ondata di terrorismo (vero o paventato), ciò significa anche che tali impianti dovranno essere sorvegliati. Quindi l’ammortamento dei costi di ricerca e sviluppo per l’abbattimento delle scorie, i costi per metterli in involucri, i costi di stoccaggio e annessi costi di sorveglianza e i costi connessi con il rischio anche di un solo incidente nucleare (inquinamento falda acquifera o simile) sono inclusi nel calcolo del kWh nucleare o sono considerati dal produttore semplicemente esternalità?
    E poi mi domando da un punto di vista di sistema Italia sarebbe più conveniente investire in impianti nucleari le cui tecnologie devono essere presumibilmente comprate all’estero o non sarebbe più conveniente ragionare a più ampio respiro e investire in tecnologie quali celle a combustibile che oltre a produrre in maniera efficiente servono pure come investimenti strategici per lo sviluppo dell’economia vedi il caso Islanda che guarda caso ahatrovato come partner la Shell per la riconversione ad idrogeno del suo parco macchine?

    • La redazione

      Caro lettore,
      Sul primo punto lei ha centrato una questione assai dolente. Si tratta di definire il costo, o meglio di definire chi si fa carico del costo stesso. Su questo esistono due “scuole”. Secondo la prima, questi sono normali costi inerenti al processo produttivo e dovrebbero quindi essere contabilizzati dall’impresa generatrice di energia. La seconda “scuola” tratta invece questi costi come qualcosa di separato, che deve essere messo a carico dell’intera comunità. Nel caso francese, ad esempio, i costi di smaltimento sono stati tradizionalmente considerati “fiscalizzati”, ovvero messi a carico del bilancio dello Stato. Non le sfuggirà la pericolosa somiglianza tra questa decisione e i cosiddetti “aiuti di stato”… ed effettivamente l’unica cosa che impedisce di assoggettare esplicitamente questo atteggiamento a quello di altri governi che aiutano esplicitamente le loro imprese è l’assunto – discutibile – secondo il quale il nucleare perterrebbe a un’area diversa da quella del mercato. Ma il punto resta: i costi veri del nucleare non sono bassi come qualcuno dice…Sulla seconda questione, sono restìo a pensare che gli investimenti debbano essere programmati sulla base di ciò che il paese sa costruire… sa molto di nazionalismo (economico) e – oltre a non provare particolari simpatie per questa impostazione – fatico anche a capirne la logica. Se altri possono produrre tecnologie migliori e a costo minore, a me sembra che a noi converrebbe sfruttare questa loro capacità, invece che investire in tecnologie più costose (anche se magari “made in Italy”).
      La questione della migliore compatibilità ambientale delle celle a combustibile è poi tutta un’altra storia (e su quella siamo d’accordo) anche se non mi è ancora chiaro quanto siano davvero fattibili su ampia scala al di là del caso islandese, che è molto particolare almeno dal punto di vista climatico… – ma confesso che la mia competenza a questo punto mostra la corda…
      un cordiale saluto
      Carlo Scarpa

  5. Giorgio Ferrari

    Vorrei fare alcuni osservazioni sull’art del 26-06-2003
    Gli enti locali ci regalano il black-out di Carlo Scarpa
    Siamo alle solite; se è vero che “tutti i modi di generare elettricità producono una qualche forma di inquinamento” , perché non si pensa di usare l’energia in modo più razionale, di risparmiarla innanzitutto?
    Il problema quindi è proprio quello di agire sulla domanda, riducendola. Il che vuol non dire far rinunce, ma semplicemente combattere gli sprechi. Può bastare un dato per cominciare: la legge tedesca in materia di riscaldamento non consente che si superi un consumo di 70 kilowattora per metro quadrato all’anno. In Italia siamo sull’ordine dei 150/200. Le cosiddette case passive tedesche non superano il consumo di 15 kilowattora al metro quadrato all’anno e non certo grazie al miglior clima.
    E si potrebbe continuare con molti altri esempi.
    Noi invece abbiamo “progettisti” che realizzano ancor oggi case che necessitano di impianti di condizionamento, che richiedono una maggior potenza energetica, che conferma la necessità da nuove centrali che, anche se più efficienti, mandano comunque in atmosfera gas-serra che fanno aumentare la temperatura del nostro pianeta, col risultato che qualcuno auspicava anche qualche giorno fa al telegiornale: la Lombardia già leader nella produzione di condizionatori, potrebbe espandere ulteriormente questo settore.
    Che bello! Così l’economia gira – direbbe lo spot di turno………
    Ma non vi ricorda niente Kyoto?
    E se diventassimo invece leaders nelle tecnologie risparmiose?
    Perché non pensare che l’ecologia possa farsi guida dell’economia?
    C’è qualcuno che lo sostiene, senza nessun preconcetto, ma anche senza indulgere a certo conformismo ambientalista
    Mi permetto, al proposito, di suggerire la lettura di un libro di recente pubblicazione “La ricchezza ecologica “ di Maurizio
    Pallante… e poi fatemi sapere
    Grazie
    Giorgio Ferrari

    • La redazione

      Caro lettore,
      la ringrazio per darmi lo spunto per continuare il ragionamento sui black-out (che purtroppo – pare – stanno tornando di attualità).
      Il fatto che mi sia concentrato sull’offerta invece che sulla domanda è legato al fatto che i consumi medi in Italia sono già decisamente al di sotto di quelli di altri paesi. Si pensi che ogni anno ogni cittadino consuma in media:
      – 7500 kWh in Francia
      – 6600 kWh nell’Unione Europea (a 15 paesi)
      – 6400 kWh in Germania
      – 6200 kWh nel Regno Unito
      – 5500 kWh in Spagna
      – 5100 kWh in Italia
      Possiamo fare meglio? sempre, ma – dati alla mano – non mi sembra che l’Italia spicchi per grandi consumi.
      Dopo di che sono d’accordo nel dire che tutto l’Occidente dovrebbe far meglio su tanti aspetti e anche quanto a tecnologie costruttive (e su questo uno studio sistematico e soprattutto un’iniziativa politica concertata su questa linea mi troverebbero molto favorevole). Ma i tempi sono lunghi (soprattutto per il mutamento delle abitudini personali), i
      costi sono elevati e nel frattempo – temo – la soluzione dovrà in primo luogo essere trovata sul lato dell’offerta.
      Ma – come disse un saggio – se i tempi sono lunghi bisogna partire subito.
      Carlo Scarpa

  6. Renzo Favaretto

    Mi scuso se rispondo in ritardo ma l’argomento è più che mai attuale.
    Ritengo di condividere in pieno quanto affermano i Sigg. Giuseppe Moncada e Francesco di Giano.
    Mi pare che il vero problema (vedi paesi nordici con poco sole) è perseguire una vera politica di risparmio energetico puntando prima di tutto sull’innovazione e alla ricerca di energie alternative. In primis il solare. Ricordiamoci che in Italia si danno contributi alle imprese costruttrici di case ma si pone nessuna attenzione a come costruiscono. Orientamenti solari, coibentazione, tipo di caldaie, materiali biocompatibili con minor impatto energetico, pannelli fotovoltaici ecc..
    Un cordiale saluto a tutti. Renzo Favaretto

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