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A che punto è il mercato comune Europa-Usa*

Il Ttip è molto più di un semplice trattato commerciale tra Ue e Stati Uniti. Milioni di consumatori potrebbero beneficiarne. Ma, nonostante la sua importanza per il commercio globale, senza il sostegno convinto dei governi interessati, difficilmente sarà firmato in tempi brevi.

IL TTIP, I VINCITORI E I VINTI

Se il Trattato transatlantico sul commercio e gli investimenti (Ttip) venisse realizzato, sarebbe il più ambizioso accordo di libero scambio nella storia. In parte perché l’Unione Europea e gli Stati Uniti rappresentano circa il 45 per cento del Pil mondiale, ma anche perché è un tentativo di mettere mano alle barriere non tariffarie e alla regolamentazione. (1) Il Ttip potrebbe rappresentare dunque un punto di svolta per gli scambi commerciali del Ventunesimo secolo. (2)
I potenziali benefici di una liberalizzazione del commercio transatlantico sarebbero importanti, tuttavia la strada per arrivarci sarà lunga e difficile, con molte difficoltà da superare. (3)
Uno studio realizzato dal Centre for Economic Policy Research indica che nello scenario migliore, una famiglia media dell’Ue di quattro persone potrebbe vedere il proprio reddito netto crescere di 545 euro all’anno entro il 2027, grazie ai prezzi più bassi e a una maggiore produttività. (4)
Ma il livello di incertezza di qualunque previsione è alto, non ultimo perché molto dipende dal tipo di accordo che uscirà dai negoziati: sarà un accordo globale con una vera e propria liberalizzazione delle barriere non tariffarie oppure sarà un accordo “leggero”, non molto più di un semplice taglio dei dazi?
Previsioni più attendibili su guadagni e perdite si possono forse azzardare facendo riferimento ai vari settori dell’economia. È probabile che l’industria automobilistica di entrambe le sponde dell’Atlantico possa guadagnare notevolmente dal Ttip. E non sorprende che sia una delle industrie che guarda con maggior favore all’accordo. Nel caso del Regno Unito, ne potrebbero beneficiare anche l’industria chimica e quella farmaceutica.
Ma inevitabilmente ci sarebbero anche dei perdenti. Per esempio, alcuni comparti fortemente sovvenzionati del settore agricolo dei paesi mediterranei, potrebbero soffrire dall’abbattimento delle barriere tariffarie e non tariffarie e non è chiaro come i governi pensino di mitigare questi effetti negativi.

UN DIBATTITO MAI DECOLLATO

In ogni caso, i numeri da soli non conquisteranno i cuori e le menti degli elettori. I benefici potenziali del Ttip saranno probabilmente diffusi, mentre i costi si concentreranno su alcuni, ma la mancanza di trasparenza alimenta i sospetti.
I governi devono allora affidarsi a narrazioni convincenti e a esempi concreti, se vogliono influenzare il dibattito pubblico. Finora, nella maggior parte dei paesi dell’Ue il dibattito sul Ttip o è mancato del tutto oppure si è incentrato su temi scelti ad arte, come il pollo al cloro. Né la comunicazione sul Trattato può essere delegata alla sola Commissione europea. I governi nel loro insieme (non solo quindi i ministri del commercio e dell’economia) dovrebbero impegnarsi di più nello spiegarne i contenuti ai loro elettorati nazionali.

I PUNTI DI SCONTRO

Ma quali sono le questioni più difficili da risolvere che restano sul tavolo? Il punto chiave dei negoziati sul Ttip non sono i dazi, ma l’armonizzazione dei regolamenti e la rimozione delle barriere non tariffarie. Un esempio classico è la regolamentazione per la sicurezza delle auto. Non ci sono prove empiriche che dimostrino che le auto siano meno sicure nell’Ue o viceversa negli Stati Uniti. Eppure, oggi i produttori di automobili devono attenersi a regole di sicurezza diverse per i due mercati. Rimuovere la duplicazione farebbe diminuire i costi di produzione e di conseguenza i prezzi per i consumatori, anche se questo non necessariamente genererebbe nuovi scambi.
Più controverse le regole legate alla sicurezza alimentare. L’agricoltura è infatti tradizionalmente una terreno di acceso dibattito e in più, ad esempio, non tutte le indicazioni geografiche – come “prosciutto di Parma” o “champagne” – sarebbero riconosciuti dagli Stati Uniti. Le esportazioni di carni sono un altro problema difficile.
L’accesso equo e aperto agli appalti pubblici dovrebbe essere una parte essenziale del Ttip. Ma è particolarmente difficile da ottenere a livello sub-federale, dove si ridurrebbe il potere di legiferare dei governi nazionali. Su questo fronte qualche promettente passo in avanti è stato recentemente compiuto dall’Ue nell’accordo Ceta con il Canada.
La risoluzione delle controversie fra governi e investitori (il cosiddetto Isds – Investor-state dispute settlement) è una questione particolarmente controversa, con il governo e l’opinione pubblica tedesca che hanno mostrato un atteggiamento ostile. Forse non è un caso che sia un tema sul quale la disinformazione è alta. L’Isds è in sostanza solo un meccanismo di applicazione dei trattati, e dunque ciò che conta sono le protezioni sostanziali offerte agli investitori stranieri dal Ttip. Ma se la UE fa pressioni per escludere l’Isds dai negoziati, bisogna ricordare che in genere insiste per l’applicazione degli stessi meccanismi nei negoziati per gli accordi commerciali con i paesi a basso reddito, dimostrando una buona dose di ipocrisia.
I servizi finanziari sono una priorità per il Regno Unito, visto il grande peso che hanno nell’economia britannica. Tuttavia, l’amministrazione statunitense si oppone fortemente a una loro inclusione nel Ttip, in parte perché è ancora impegnata nell’attuazione di due importanti riforme del settore, la Dodd-Frank Wall Street Reform e il Consumer Protection Act del 2010.

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COME SCRIVERE LE REGOLE DEL COMMERCIO DEL 21° SECOLO

Il commercio internazionale nel mondo moderno riguarda sempre di più il “fare cose” rispetto al “vendere cose”. (3) La crescita dell’outsourcing, gli scambi back-and-forth e le catene globali del valore hanno radicalmente trasformato il commercio internazionale e gli investimenti diretti esteri (Ide). È necessario che ci siano la governance e i regolamenti per agevolare queste tendenze.
Proprio per il peso della Ue e degli Usa, il Ttip potrebbe diventare un forum in cui vengono impostate le regole del commercio nel 21° secolo, una sorta di “contratto vivente” che crea un dialogo permanente per il futuro, in cui le nuove regole vengono discusse e attuate. In questo senso, il Ttip non è solo un accordo economico, ma anche un progetto politico volto a promuovere i rapporti transatlantici.
Considerata la crescita delle economie emergenti, potrebbe essere anche l’ultima occasione per singoli stati membri dell’Ue (come il Regno Unito) di avere un’influenza significativa nella definizione di norme commerciali globali di alto livello. Il prezzo di un fallimento potrebbe dunque essere alto.
Nello stesso tempo, gli Stati Uniti stanno negoziando anche un altro accordo, il Tpp, un partenariato commerciale transpacifico che comprende dodici paesi (Stati Uniti, Canada, Giappone, Australia, Nuova Zelanda, Singapore, Malaysia, Brunei, Vietnam, Cile, Messico, Perù). Politicamente è un trattato più difficile da concludere poiché coinvolge paesi a bassi salari, come il Vietnam, e potrebbero emergere difficoltà legate alle norme ambientali e agli standard di lavoro. Qualcuno ha suggerito che il Ttip, e soprattutto il Tpp, siano stati progettati per contenere l’espansione della Cina, o quanto meno per spingere il colosso asiatico a impegnarsi più attivamente in iniziative commerciali a livello globale. Comunque sia, il Ttip non deve essere chiuso a paesi terzi che eventualmente volessero parteciparvi, ovviamente con modalità appropriate di adesione.

L’INCERTEZZA POLITICA

Ulteriori complicazioni derivano dal cambiamento del panorama politico su entrambe le sponde dell’Atlantico. Le elezioni di maggio hanno portato al Parlamento europeo alcuni rappresentanti più ostili verso il commercio e gli investimenti internazionali; né è ancora chiaro quale posizione prenderà la nuova Commissione europea nei negoziati in corso.
Negli Stati Uniti le elezioni di medio termine di novembre 2014 oscurano il dibattito sul Ttip. D’altra parte, l’amministrazione deve ancora assicurarsi l’approvazione della Trade Promotion Authority (Tpa) da parte del Congresso e senza Tpa non può fare serie offerte di negoziato. Se non ci saranno progressi importanti fra le elezioni di medio termine e l’inizio della campagna elettorale per le presidenziali del 2016, allora il Ttip potrebbe non arrivare a una conclusione positiva prima del 2017 o addirittura del 2020.
Nel frattempo, la letteratura accademica può dare un contributo alla discussione sul Ttip? È difficile produrre evidenza empirica sugli effetti causali degli accordi commerciali. Ad esempio, si afferma spesso che la liberalizzazione degli scambi porti a un abbassamento dei prezzi al consumo. Se è facile costruire modelli teorici che danno questo risultato, è molto più difficile dimostrarlo attraverso i dati. I prezzi possono cambiare per decine di ragioni, e il commercio internazionale è solo uno dei fattori.
Inoltre, la letteratura accademica non dà sufficiente rilievo alle barriere non tariffarie, che sono in genere molto più difficili da misurare rispetto ai dazi, ma che chiaramente sono percepite dalle imprese come il più grave ostacolo al libero scambio.
Infine, nella letteratura sul commercio si presta relativamente poca attenzione ad alcuni aspetti di politica economica. Per esempio, a volte si riscontra una dissonanza fra i negoziatori delle due parti. Sul lato degli Stati Uniti, i negoziatori tendono a essere «tecnocrati» – spesso avvocati – che hanno competenze approfondite su temi specifici, come la regolamentazione. Al contrario, i loro omologhi europei sono di nomina politica e per le questioni specifiche si affidano a consiglieri esperti. In questa situazione, fare progressi sostanziali può rivelarsi difficile.

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Traduzione di Pietro Panizza

*la versione inglese dell’articolo è disponibile sul sito www.voxeu.org

(1) Ttip: il Transatlantic Trade and Investment Partnership è un accordo di libero scambio fra Stati Uniti e Unione Europea, in fase di negoziato. Il progetto di accordo oltre a prevedere una riduzione delle tariffe in tutti i settori, ha l’obiettivo di abbattere le barriere non tariffarie, come le differenze nei regolamenti tecnici, le norme e le procedure di omologazione. I negoziati Ttip mirano inoltre all’apertura di entrambi i mercati per i servizi, gli investimenti e gli appalti pubblici.
(2) Hoekman, B (2014), Supply Chains, Mega-Regionals and Multilateralism: A Road Map for the WTO, CEPR, London, 19 May 2014.
(3)Si veda in proposito House of Lords, “The Transatlantic Trade and Investment Partnership”, Report by the European Union Committee, 13 May 2014. L’autore di questo articolo è stato consigliere della Camera dei Lord sul Ttip. Le opinioni espresse sono quelle dell’autore e non riflettono necessariamente quelle della Camera dei Lord.
(4) Centre for Economic Policy Research, “Reducing Transatlantic Barriers to Trade and Investment”, Report, March 2013.
(5) Baldwin, R (2012), “WTO 2.0: Global Governance of Supply-Chain Trade”, CEPR Policy Insight No. 64, December 2012.

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  1. Piero

    Pura fantasia, il dollaro gli americani, furbescamente lo hanno svalutato in rapporto all’euro, in tale modo hanno relegato l’euro ad un’importanza inferiore alle monete sostituite.

  2. Methodos

    Dunque, per avere forse un risparmio medio di 45 euro al mese, distruggeremo l’agricoltura mediterranea e avremo il “prosciutto di Parma” prodotto in Arkansas senza poterci opporre. Questa globalizzazione è molto interessante. Però, signori de lavoce.info, non sarebbe il caso di mettere a confronto più voci?

  3. orsomauri

    Interessante. Come sempre i fomentatori della globalizzazione vogliono farci credere che noi cittadini sicuramente ci guadagneremo ma da ben 40 anni sento parlare di questo e non ho ancora visto noi poveri cittadini? guadagnarci qualcosa. I veri beneficiari della globalizzazione sono le multinazionali e poche persone sempre più ricche. Il motto della globalizzazione dovrebbe essere “privatizzare gli utili e socializzare le perdite” oppure “rubare ai poveri per dare ai ricchi”. Purtroppo è quello che ho visto nella mia esperienza di vita.

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