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L’Italia non è ancora un paese per rifugiati

Con la primavera riprendono gli sbarchi di migranti dai paesi del Mediterraneo. E tornano di moda alcuni slogan di apparente buonsenso, che tendono a confondere gli immigrati economici con i rifugiati. Miglioramenti su salvataggi e prima accoglienza, manca però una legge organica sull’asilo.

DA DOVE ARRIVANO GLI IMMIGRATI

Con la mite primavera di quest’anno, sono ripresi prima del solito, e più intensi, gli sbarchi di migranti provenienti dalla sponda Sud del Mediterraneo: circa 22mila da gennaio al 20 aprile. Dopo l’avvio dell’operazione Mare Nostrum il Governo risponde ora in modo dignitoso agli arrivi, con un adeguato dispiegamento della marina militare e numerosi salvataggi in mare: 900 solo la mattina di Pasqua.
Tutto questo comporta ovviamente costi, che non mancano di suscitare resistenze e polemiche. Tanto più ora, con le elezioni europee in vista e una situazione economica che non migliora, il tema si presta ancora una volta alla strumentalizzazione politica. Gli slogan sono a portata di mano, apparentemente ragionevoli e capaci di far breccia in un elettorato sfibrato dalla lunga crisi.
L’affermazione più frequente è «Non possiamo accogliere tutti». Per gran parte dell’opinione pubblica, complici i media, immigrati, rifugiati e sbarcati sono la stessa cosa. Sono tutti bisognosi che tendono la mano. Invece, è necessario distinguere. Gli sbarcati in tre anni sono stati circa 140mila. Gli immigrati stranieri residenti in Italia, a seconda delle fonti, oscillano tra i 4,4 e i 5,3 milioni. Solo una modesta frazione degli immigrati quindi arriva dal mare. I più entrano con regolari permessi turistici, o per ricongiungimento familiare, oppure sono cittadini europei con diritto alla mobilità (rumeni e bulgari). E almeno 2,3 milioni hanno un lavoro. Contrariamente a quanto si crede, in questi anni di crisi, stando alle rilevazioni dell’Istat, è aumentata la loro partecipazione al mercato del lavoro regolare. Nel 2008 erano il 6,5 per cento del totale degli occupati, oggi superano il 10 per cento. In valore assoluto, si tratta di oltre 700mila occupati in più, senza considerare le difficoltà a conteggiare compiutamente chi entra per lavoro stagionale e chi coabita con i datori di lavoro. Tra il 2010 e il 2012, sono aumentati di oltre 250mila unità. Se sono andati in crisi alcuni settori molto dipendenti dall’offerta di lavoro immigrata, come le costruzioni e l’industria manifatturiera, altri, in particolare i servizi alle persone e alle famiglie, hanno tenuto molto meglio. In generale, spinti dalla necessità, gli immigrati hanno palesato una disponibilità all’adattamento di cui molti italiani per varie ragioni non dispongono. Gli immigrati, sempre più famiglie con figli, pagano imposte sui redditi e oneri sociali, affittano o comperano case, fanno la spesa, e contribuisco così all’economia italiana e alle esauste casse dello Stato. Se andassero via, l’Italia perderebbe altri punti di Pil e all’Inps mancherebbe una quota di contributi che oggi finanziano le pensioni degli anziani italiani.

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LA QUESTIONE DEI RIFUGIATI

Veniamo ai rifugiati. Qui il senso comune (e molta politica) sostiene che «ne arrivano troppi, l’Europa non ci aiuta». Vediamo i dati più recenti. Nel 2013 in Italia si sono registrate 27.800 nuove domande di asilo. (1) Un dato nettamente inferiore al numero degli sbarcati (circa 43mila), perché in tanti preferiscono non presentare domanda in Italia e cercare invece di raggiungere la Germania, la Svezia, la Francia o i Paesi Bassi. Difatti l’Italia, pur registrando una sensibile crescita relativa delle domande di asilo (+60 per cento), è soltanto sesta in Europa come paese di accoglienza dei richiedenti. La Germania rimane in testa alla classifica, con 109.600 domande, seguita a distanza dalla Francia con 60.100 e dalla Svezia con 54.300. Entra poi in classifica la Turchia, con 44.800, per effetto soprattutto del tragico conflitto siriano. Ma anche il Regno Unito, lontano dalle zone calde del Medio Oriente, ci precede con 29.200 domande.
Bisogna poi tenere conto del fatto che anche i nuovi paesi membri dell’Unione, di certo meno attrezzati dell’Italia, hanno conosciuto un notevole aumento delle domande di asilo: 18mila in Ungheria (contro le 2mila del 2012), 14mila in Polonia, 7mila in Bulgaria. In definitiva, se vi fosse più solidarietà europea sul dossier rifugiati, difficilmente sarebbe l’Italia a beneficiarne.
Gli aspetti di miglioramento su cui puntare sono invece tre. In primo luogo, un’effettiva gestione europea del problema dell’asilo, con il superamento della clausola delle convenzioni di Dublino che obbliga a presentare domanda di asilo nel primo paese sicuro di approdo. Clausola concordata nel 2003, giova ricordarlo, sotto un governo a guida Silvio Berlusconi. Oggi in Europa si assiste al triste fenomeno dei “dublinati”: richiedenti asilo che, sbarcati in Italia, cercano di raggiungere il Nord Europa, ma vengono intercettati e respinti verso l’Italia in quanto primo paese sicuro, da cui cercano di nuovo di ripartire, in un carosello senza sbocchi.
Il secondo punto è il rafforzamento delle misure di reinsediamento dei rifugiati. Nel 2012in tutto il mondo, hanno interessato appena 88mila persone, un decimo dei richiedenti, accolte per la maggior parte negli Stati Uniti: una volta protetti provvisoriamente il più vicino possibile alle aree di crisi, i rifugiati dovrebbero avere la ragionevole speranza di un rapido esame delle loro domande e di una successiva possibilità di accoglienza nei paesi più sviluppati,  senza dover affrontare pericolose traversate per presentare domanda di asilo.
Il terzo punto riguarda invece il nostro paese. Manca ancora una legge organica sull’asilo. Se i salvataggi e la prima accoglienza oggi funzionano discretamente, non altrettanto si può dire della seconda accoglienza e dell’integrazione. Una volta tratti in salvo e disseminati sul territorio, in misura preponderante nelle regioni del Sud, i rifugiati sono molto spesso abbandonati a se stessi anche quando vengono riconosciuti come meritevoli di protezione. Scarseggiano i progetti di formazione, avviamento al lavoro, integrazione nelle società locali. Il destino che attende gran parte di coloro che bussano alle porte dell’Italia in cerca di asilo è fatto di incertezza sul futuro, passività, giornate vuote e senza senso, lavoro nerissimo e saltuario, dipendenza assistenziale: un paese democratico e civile può fare di meglio.

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(1) Unhcr, Asylum trends 2013.

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10 commenti

  1. Si è voluto eliminare il reato di immigrazione clandestina, questi sono i risultati. Gli stranieri che vengono in Italia conoscono prima di partire cosa li aspetta, conoscono le leggi, sanno che l’attuale maggioranza ha eliminato il deterrente, se uno viene in Italia e sa già di commettere un reato forse non ci viene e va su un altro paese.

    • Jacopo Piletti

      il reato di immigrazione che avevamo faceva ridere, una multa che non veniva pagata perchè il fisco non può accertare la disponibilità economica del soggetto

      • Deterrente per l’arrivo degli immigrati, ricordo che i poveri immigrati che salgono sui barconi per venire in Italia conoscono bene i loro diritti quando sbarcano, se vi è una legge che prevede il reato vi saranno meno poveracci che salgono sui barconi per venire in Italia, forse vanno in Germania.

  2. Il titolo esatto: l’Italia sarà un paese di rifugiati.

  3. IC

    Si rifugiano in Italia anche coloro che hanno dei conti in sospeso per reati comuni o crimini politici nel loro paese. Probabilmente il pluriomicida Kabobo aveva già commesso crimini nel proprio paese. Il Ghana infatti ha un regime democratico e non è sconvolto da guerre con i vicini o tribali o civili. Si aggiunga che l’economia del Ghana non è certo una delle più povere in Africa. Risulta quindi inspiegabile che questo “rifugiato” abbia attraversato il Sahara e il Mediterraneo affrontando rischi e costi elevati quando avrebbe potuto imbarcarsi su un volo per l’Europa nell’aeroporto di Accra.

  4. Rita

    Mi scusi, ma quando sento parlare di tutto il reddito che ci deriva dagli immigrati ho la stessa perplessità che ho provato quando di fronte ad un evidente aumento dei prezzi con l’entrata in vigore dell’euro tutti hanno negato questo fatto. E’ chiaro che per il concetto stesso di Pil, nella sua faccia distributiva, più immigrati percepiscono uno stipendio e più il Pil aumenta, ma questo è un po’ come il giochino in base al quale se tutti sposano la colf il Pil diminuisce. Parliamo di cose serie: si è mai chiesto quante case popolari diamo agli immigrati, quanto spendiamo in welfare visto che sono quasi tutti a basso reddito, quante prestazioni gli immigrati ottengono ingiustamente visto che di solito le mogli accettano di lavorare solo in nero proprio per figurare famiglia monoreddito? Forse ogni tanto un bel bagno di sana quotidianità farebbe bene non solo ai politici, ma anche agli accademici: fuori dalle università c’è tutto un mondo da scoprire.

    • AM

      In Italia oggi, quando si parla di immigrazione, spesso manca obiettività di giudizio non solo da parte di gente comune, giornalisti e politici, ma anche da parte di studiosi e esponenti del mondo accademico. Alcuni vedono nel fenomeno solo aspetti positivi mentre altri vedono tutto negativo. In realtà ci si dimentica di un aspetto importante: la qualità dell’immigrazione. In Italia, purtroppo, la qualità media dell’immigrazione non è delle migliori ed è senza dubbio inferiore a quella che riguarda altri paesi europei. Ma da cosa dipende la qualità dell’immigrazione? Da molti fattori fra i quali la collocazione geografica del paese, e quella dell’Italia non è la più felice. Un fattore importante è anche l’immagine che un paese offre ai potenziali migranti e anche sotto questo aspetto la situazione dell’Italia non è buona, ma in questo caso dobbiamo ammettere che la colpa è principalmente nostra. Non è infatti casuale che i futuri scienziati e imprenditori scelgano la Svezia o il Canada e i malavitosi scelgano l’Italia.

    • Ragione al 1000%.
      Siamo in Italia, dove non si può ragionare, non vi è il confronto, la classe politica italiana da quando vi è la democrazia in Italia, ricordo che dal dopoguerra fino al 1978, in Italia vi era solo un partito la DC che ha goduto dello sviluppo industriale post bellico, sicuramente avrà gestito bene le cose, però non si poteva dire che si era in democrazia, dal 1980 siamo diventati un paese democratico, si sono formati diversi governi con diversi colori politici, dal 1992 la democrazia in Italia ha assunto un peso superiore, finalmente gli elettori sono riusciti a mandare a casa chi aveva governato, i governi hanno avuto una durata più lunga; siamo arrivati vicini ad una vera democrazia, cosa e’ mancato da una parte e dall’altra: la moralità’, la preparazione, il controllo della base sul politico.
      Abbiamo la classe dei politici autoreferenziale (si specchiano al mattino e dicono che sono belli e bravi da soli, poi vanno sulla televisione a fare i guru), la più pagata del mondo ( non faranno mai una legge che riduce i loro compensi), la più ignorante del mondo (basta vedere che devono nominare una commissione presieduta dall’ex direttore del l’istat per vedere se i compendi dei politici erano in linea con quelli europei, risultato, non è riuscito perché il quesito non era chiaro, naturale ha detto ciò dopo tre anni).
      Ora se i politici sono quelli che scelgono i manager sulle partecipate (ENI, Rai…), se i politici sono quelli che fanno le leggi per risolvere i problemi economici italiani, se i politici sono quelli che devono dare l’esempio sulla moralità, dove andiamo con questi compagni di merende?
      Renzi, ok, grande comunicatore, stratega politico, assolutamente no, preparato, assolutamente no, può risolvere i problemi italiani, forse, se ha scelto Padoan, come ministro dell’economia, la scelta di Renzi e’ la stessa dei precedenti governi che lo hanno preceduto, la differenza, essendo un bravo comunicatore e’ capace di fare credere che gli asini volano, però di dare un giudizio negativo aspetterei di vedere fino a dicembre 2014 cosa farà, mi auguro per gli italiani di avere sbagliato.

  5. IC

    Apprendo dai giornali che la GdF con una brillante operazione è riuscita a bloccare un gruppo di eritrei, fra i quali un bambino di 2 anni, che furtivamente nelle ore notturne cercavano di raggiungere il suolo elvetico attraverso un valico incustodito. Evidentemente con la caduta del segreto bancario la Svizzera non attira più i capitali, ma le persone e in particolare i profughi. Comunque la GdF è sempre solerte nel controllo dei movimenti di confine e nel caso citato riscuote probabilmente anche la gratitudine delle autorità elvetiche.

    • AM

      L’idea di bloccare i clandestini che cercano di andare in Svizzera abbandonando l’Italia sta alla pari con l’idea di andarli a prendere nelle acque libiche (operazione Mare Nostrum), ma almeno nel secondo caso vi possono essere comprensibili motivazioni umanitarie che invece sono del tutto assenti quando si blocca l’uscita dall’Italia.

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