Ruggero Paladini e Vincenzo Visco su lavoce.info propongono una riforma ambiziosa della tassazione sui redditi volta a eliminare le distorsioni prodotte dalle detrazioni di imposta decrescenti, in parte criticando il nostro precedente articolo pubblicato, sempre su lavoce.info, l’11 febbraio in cui proponevamo una diversa riforma che cercava di limitare le medesime distorsioni adottando una detrazione fissa per redditi tra gli 8 e i 15 mila euro, e decrescente poi in maniera lineare fino a 55 mila euro.
In particolare, Paladini e Visco scrivono I) che quanto da noi osservato è ben noto agli esperti di finanza pubblica; II) che le nostre simulazioni ignorano le modifiche introdotte dalla Legge di stabilità 2013; III) e soprattutto che l’intervento da noi proposto, pur essendo costoso, non risolverebbe il problema della differenza tra aliquote effettive e nominali indotte dalla presenza di detrazioni decrescenti con il reddito. Paladini e Visco propongono invece di introdurre una detrazione fissa per tutti gli scaglioni di reddito, accompagnata da una riduzione della prima e terza aliquota nominale, per un costo circa cinque volte superiore a quello della nostra proposta.
Siamo naturalmente d’accordo con Paladini e Visco sul fatto che le nostre osservazioni non siano nuove agli esperti di finanza pubblica. D’altra parte, l’ambizione con cui abbiamo scritto il nostro intervento non era certo accademica, ma puntava a riportare il dibattito sulle riforme del nostro sistema fiscale sul terreno scientifico, dopo mesi e mesi persi a discutere di come eliminare (per un solo anno, peraltro) le imposte sulla prima casa. L’osservazione, già nota, che le aliquote effettive divergono da quelle nominali è, infatti, meramente strumentale a introdurre il nostro unico contributo: una proposta su come ridurre questa divergenza sotto i vincoli stringenti della finanza pubblica attuale. In quest’ottica accogliamo con molto favore l’intervento di Paladini e Visco, che dà maggiore forza e autorevolezza al nostro tentativo di focalizzare il dibattito sulle dimensioni che secondo noi sono prioritarie.
E’ anche vero che le nostre simulazioni non tengono in conto le modifiche introdotte dalla Legge di stabilità 2013, che avranno effetto a partire dall’anno d’imposta 2014. Il motivo di questa scelta è però molto semplice: il calcolo dei costi della riforma è stato basato sui più recenti dati disponibili circa i redditi medi e la numerosità delle classi di reddito, così come rilasciati dal ministero dell’economia e delle finanze, e che si riferiscono all’anno d’imposta 2011. Non sono naturalmente ancora disponibili i dati sotto il nuovo regime. Riteniamo, tuttavia, che una stima basata sui dati precedenti alla riforma del governo Letta sia opportunamente conservativa, cioè consenta di limitare rischi di mancate coperture, e che le ragioni della nostra proposta (la cui logica è in linea con le idee di Paladini e Visco) siano rafforzate, anziché indebolite, dalla considerazione di tale riforma. Infatti, in primo luogo essa non ha eliminato la distorsione dovuta alle detrazioni decrescenti, perché la prima aliquota effettiva rimane oggi oltre 4,5 punti percentuali più alta di quella nominale (una differenza che verrebbe, invece, annullata dalla nostra proposta). In secondo luogo, considerare tale riforma come acquisita consente di raggiungere il nostro obiettivo di abbassamento (pur modesto) delle aliquote effettive sui redditi bassi con un risparmio di circa 2 miliardi sui costi che avevamo stimato nel nostro precedente intervento (circa 5,5 miliardi per la sola riforma delle detrazioni). Queste risorse potrebbero essere opportunamente impiegate per ridurre la dimensione della distorsione anche per lo scaglione successivo, abbassando la velocità con cui le detrazioni decrescono al suo interno.
E’ chiaro che in assenza di vincoli il risultato ottimale da raggiungere sarebbe l’azzeramento della distorsione per tutti gli scaglioni di reddito. Questo risultato può essere però raggiunto solo in due modi: eliminando le detrazioni per tutti o assegnandone una costante per tutti. La prima strada è chiaramente peggiorativa dello status quo, perché non considera gli effetti sull’aliquota media (che aumenterebbe), mentre la seconda, come ricordato da Paladini e Visco, costa enormemente di più (circa 25 miliardi). Il costo di assegnare una detrazione costante potrebbe naturalmente essere contenuto riducendo opportunamente l’ammontare di tale detrazione. Anche questa strada però non sembra desiderabile, perché, rispetto allo status quo, comporterebbe una redistribuzione di risorse dai redditi bassi a quelli più alti.
Il vantaggio della nostra proposta è di rendere immediatamente realizzabile l’azzeramento della distorsione almeno per il primo scaglione, lasciandola sostanzialmente invariata (o riducendola) per quelli superiori. Da un punto di vista dei benefici assoluti che ne derivano per i contribuenti, essi sono circa doppi rispetto a quelli derivanti dalla legge di stabilità, e coinvolgono anche i due scaglioni superiori al primo, cioè quelle classi medie che (come opportunamente ricordato da Paladini e Visco) sono relativamente penalizzate dall’attuale Irpef:

Cattura

Più in generale, il grande vantaggio di riformare le detrazioni da lavoro dipendente, e non direttamente le aliquote nominali, è proprio di consentire una riduzione del costo del lavoro dipendente pur in presenza di scarse risorse di bilancio, perché restringe la platea dei beneficiari, escludendo lavoratori autonomi (che potrebbero beneficiare di una riduzione dell’Irap) e pensionati. Visti gli ultimi dati sulla disoccupazione nel nostro paese, la riduzione del costo del lavoro ci sembra essere una priorità.
Poiché oggi la disponibilità di 25 miliardi sembra una chimera, Paladini e Visco suggeriscono che la loro proposta potrebbe essere realizzata gradualmente nel corso di una legislatura. Su questo ultimo punto siamo meno d’accordo con Paladini e Visco. Noi riteniamo che sia importante ridurre quanto prima non solo il costo del lavoro, ma anche l’incertezza fiscale associata a una realizzazione graduale della riforma: in un paese in cui i governi si alternano come le stagioni, questa incertezza non può che scoraggiare ulteriormente le scelte di investimento di medio termine.

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