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  1. Piero Rispondi
    Dei rapporti Istat comincio a fidarmi sempre di meno: non è ancora capace di avere il dato sul Pil dell'ultimo trimestre, mentre in Germania hanno già quello di gennaio 2014. Si lavora ancora con il previsionale dell'ultimo trimestre e su quello tutti hanno fatto la previsione che il Pil nel 2014 avrà un'aumento dell'0,6%, dato che naturalmente verrà smentito come tutti gli anni, visto che siamo ancora in piena recessione. Ritornando all'articolo, ricordo che le donne sono partite storicamente indietro all'uomo e se oggi non le troviamo sui posti di comando, deriva proprio da questa emancipazione tardiva, non ritengo che siano meno competitive dell'uomo.
  2. Marco Trento Rispondi
    Se le donne culturalmente e per indole sono meno portate alla competizione lasciamo che sia così. Perché rendere tutti uguali? Non si capisce dove è il problema. Il mondo è bello perché è vario. Nella cura degli altri e nella famiglia le donne hanno una marcia in più. Rallegriamocene. Mai sentito parlare di complementarietà? L'esempio citato della società matriarcale è un aneddoto. Sì tratta probabilmente di società primitive.
  3. Vincesko Rispondi
    Nel Sud il matriarcato c’è da secoli. Non servono studi particolari per accertarlo. E’ sufficiente fare, come ho fatto io, una riflessione su chi comanda nelle famiglie, osservando il parentado e la cerchia amicale: nell’80% è la donna, anche se questo spesso viene negato. Ma il matriarcato, auspicato anche dal Prof. Veronesi nel suo ultimo libro, è invece nel Sud forse il principale freno al cambiamento, costituito in generale dal ruolo della donna, soprattutto come madre ed insegnante. Ma non è casuale, ci sono due motivi: il primo, è un problema di modello: il modello delle figlie femmine è la madre, se la madre è educata male, educherà male i propri figli e le figlie tenderanno inevitabilmente ad imitarla; il secondo, è che le figlie femmine sono trattate peggio in famiglia, vengono represse di più, anche e forse soprattutto sul versante sessuale, e questo produce inevitabilmente il tramandarsi ed il perpetuarsi di un paradigma educativo repressivo, col corollario (= conseguenza) di “resistenze”: al cambiamento, al miglioramento, individuale e collettivo. Da sempre, in Italia, in particolare al Sud, c’è una sorta di tacita divisione del potere: la donna comanda in casa, l’uomo fuori dalla casa. La scarsa partecipazione delle donne – in politica come nel lavoro esterno – rende l’Italia più debole e vulnerabile e condannata ad un più basso tasso di crescita. Succede la stessa cosa, secondo uno studio dell’Onu, beninteso in più ampia scala, per i paesi arabi e mussulmani in genere. Le quote rosa per iniziare servono, ma sono solo un palliativo; occorre pensare ad un progetto educativo che abbia come soggetto ed oggetto principale le donne-madri. E’ ingenuo ed inefficace lamentarsi (la lamentela è lo sport nazionale più diffuso, sia degli uomini che, in particolare, delle donne) ed affidarsi alla generosità degli altri, soprattutto degli uomini, in particolare degli uomini politici. E’ la donna-madre-educatrice – assieme alle modalità in cui dispiega il suo ruolo nella famiglia – l’artefice non solo del proprio destino, del proprio ruolo e di quello dei figli/figlie, ma del carattere e del destino dell’intero popolo italiano.