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L’economia alle prese con la questione di genere

Dall’ultimo rapporto Istat sul capitale umano emerge un’enorme disparità di genere. Soprattutto perché, come dimostrano molti studi di economia comportamentale, le donne hanno una minore propensione alla competizione e sono meno sensibili agli incentivi monetari. È possibile invertire la tendenza?

IL VALORE DELLO STOCK DI CAPITALE UMANO IN ITALIA

La questione di genere è riemersa questi giorni sulle prime pagine dei giornali: la composizione paritaria del nuovo governo Renzi, la presenza di ben cinque ministre della difesa, compresa l’italiana Roberta Pinotti, al vertice Nato di Bruxelles, ma anche e soprattutto i risultati dell’ultimo rapporto Istat sul capitale umano dal quale emerge che le donne, se misurate in base alla loro capacità di produrre reddito, “varrebbero” la metà degli uomini. Archiviate tra i fatti positivi le prime due notizie, è sulla terza in particolare che vorrei sviluppare alcune considerazioni.
Lo studio dell’Istat appena presentato misura lo stock di capitale umano definito a partire “da una stima della sua capacità di generare reddito per gli individui che lo posseggono”. L’aspetto più innovativo della ricerca riguarda il tentativo di integrare le misure del reddito che viene prodotto dagli scambi di mercato, con quelle, invece, che fanno riferimento a beni e servizi “fruiti e ceduti gratuitamente, riferibili alla produzione domestica e al tempo libero”. Tra questi rientrano, tra le altre, le attività di cura familiare, il lavoro casalingo e il volontariato.
Secondo le stime dell’Istat il valore totale del capitale umano riferibile alle attività market, è pari a circa 13.475 miliardi di euro (342 mila euro pro-capite). Questo valore medio si differenzia rispetto all’età, al livello d’istruzione e soprattutto in relazione al genere. I dati mostrano, infatti, che il 66 per cento dello stock complessivo si concentra nella componente maschile, con un valore medio pari a 453 mila euro, contro i 231 mila euro della componente femminile. La causa di queste differenze, secondo i ricercatori dell’Istat, dipende dal minor numero di donne che effettivamente lavorano, dal minor numero di anni in cui sono attive sul mercato del lavoro e dal livello più basso di remunerazione di cui godono.
Il valore del capitale umano riferibile alle attività non di mercato, invece, equivale, in termini pro-capite, a circa 407 mila euro. Qui la differenza va a favore delle donne, che registrano un valore di 431 mila euro, pari al 12,3 per cento in più rispetto agli uomini.
Poter iniziare a disporre di stime quantitative di questo tipo, che anche se rivedibili e migliorabili sotto molti punti di vista, è fondamentale; con esse, infatti, siamo in grado di ottenere dati confrontabili tra paesi diversi, ma anche di studiare l’evoluzione del fenomeno nel tempo.
Non vorrei concentrarmi qui sugli aspetti metodologici del rapporto, che pure meriterebbero un approfondimento; vorrei piuttosto aggiungere nuovi elementi di interpretazione dei dati alla luce di recenti studi di economia comportamentale che evidenziando sostanziali differenze tra uomini e donne per quanto riguarda la sensibilità agli incentivi e la disponibilità alla competizione.

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INCENTIVI E COMPETIZIONE NEGLI UOMINI E NELLE DONNE

Una delle differenze fondamentali notate nel rapporto tra uomini e donne e che, a sua volta, influenza la differenza del valore del capitale umano ha a che fare, come abbiamo visto, con il livello di remunerazione del lavoro. Questo dato ha due spiegazioni: a) a parità d’impiego le donne guadagnano meno degli uomini; b) le donne finiscono per occupare posti di lavoro che hanno in media retribuzioni inferiori. Recenti studi mettono in luce che ciò avviene per due ragioni: sia perché le donne sono meno disposte a competere per ottenere un posto che garantisca una remunerazione superiore, sia perché sono meno sensibili agli incentivi puramente monetari, che risultano perciò meno attraenti e motivanti. Se i posti migliori sono quelli che implicano un livello maggiore di competizione, le donne tenderebbero a tenersene lontane, o in ogni caso a non sgomitare come i loro colleghi uomini per ottenerli.
In un recente esperimento (1) è stato proposto a oltre 7000 soggetti lo stesso lavoro, ma con differenti schemi di pagamento. Ad alcuni è stata prospettata una paga oraria fissa, mentre ad altri una paga fissa più un bonus se avessero ottenuto risultati migliori rispetto a quelli di un collega. In entrambi i casi, la paga media era uguale, ma nel primo caso sarebbe stata ottenuta con certezza, mentre nel secondo caso solo a seguito di una “competizione”. I risultati dello studio hanno mostrato che solo 3 donne su 10 hanno scelto la paga incentivata.
Risultati simili si ottengono anche tra gli studenti, in ogni tipo di esperimento in cui è coinvolto un certo livello di competizione, di sfida o di confronto sociale: la performance dei ragazzi aumenta, mentre quella delle ragazze rimane invariata (2).
Una ricerca svolta tra i Masai della Tanzania, un’etnia di matrice patriarcale e i Khasi dell’India orientale, caratterizzati da cultura matriarcale ha fatto emergere un dato interessante: mentre l’atteggiamento dei Masai rispetto a competizione e incentivi rispecchia pienamente le differenze di genere che osserviamo nei paesi occidentali, tra i Khasi dell’India, la tendenza è diametralmente opposta. Nella società matriarcale dove le donne hanno un ruolo di primo piano nella vita familiare e pubblica, sono queste, e non gli uomini, ad avere una maggiore propensione alla competizione. Se ne può concludere che tale tratto ha origine culturale e non invece, come qualcuno sostiene genetica e evolutiva (3). Si è notato poi che, se da una parte le donne nelle società matriarcali sono maggiormente propense a competere di quelle cresciute in culture patriarcali, allo stesso tempo le prime sono anche maggiormente disposte a cooperare in situazioni nelle quali occorre posporre l’interesse individuale per salvaguardare l’interesse comune (4).

COME INVERTIRE LA TENDENZA?

Questa differente propensione degli uomini e delle donne rispetto alla competizione e agli incentivi monetari, come si può facilmente immaginare, pone i primi in una posizione di vantaggio in tutti quegli ambienti altamente competitivi e remunerativi come il big business e il mondo politico, favorendoli attraverso un processo di selezione basato, non tanto sul valore assoluto, quanto sulla disponibilità e l’attitudine a competere e ad emergere. Probabilmente anche questo è uno degli elementi che differenzia in modo così forte il valore del capitale umano di uomini e donne, quando lo misuriamo in termini di reddito producibile nell’arco della vita. Si direbbe quindi che le difficoltà delle donne a mettere a reddito il loro capitale umano abbiano un’origine culturale, che le rende “ospiti” in un mondo, costruito dagli uomini per gli uomini. Come invertire questa tendenza? Favorire lo sviluppo di un atteggiamento più competitivo anche tra le donne, già dai primissimi anni della socializzazione, otterrebbe l’effetto di far aumentare la loro presenza nei posti che contano, quelli più ambiti e meglio remunerati, forse. Ma in questo modo si rischierebbe di perdere altri aspetti del “genio femminile” che, se adeguatamente valorizzati, possono rappresentare un valore per ogni organizzazione: affidabilità, cooperatività, pianificazione. Forse allora dovremmo iniziare a ripensare le forme di lavoro e le procedure di selezione e operare per diffondere una corporate culture che sia maggiormente accogliente e inclusiva e capace di valorizzare le diversità, a partire da quelle di genere. Allora, forse, dovremmo limitare il ricorso a competizione e incentivi monetari, come strumenti di controllo e motivazione e diffondere quelli pro-sociali e simbolici (5). Abbiamo un grande bisogno di una cultura capace di orientare le relazioni industriali, il pensiero e le pratiche sindacali e datoriali alla costruzione di organizzazioni economiche (e non solo) capaci di “tirar fuori il meglio da ogni essere umano”, come pensava Elinor Ostrom, proemio Nobel per l’Economia, non a caso, prima e finora unica donna ad averlo vinto. (6)

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(1) Flory, J., Leibbrandt, A., List, J., (2010). Do Competitive Workplaces Deter Female Workers? A Large-Scale Natural Field Experiment on Gender Differences in Job-Entry Decision, NBER Working Paper Number 16546.
(2) cfr. List e Gneezy, 2013
(3) Gneezy, U., Leonard, K., List, J., (2009). Gender Differences In Competition: Evidence From A Matrilineal And A Patriarchal Society, Econometrica, 77(5), 1637–1664
(4) List, John., Uri Gneezy, (2013). The Why Axis, New York: Public Affairs.
(5) Anik L., Aknin L.B., Norton M.I., Dunn E.W., Quoidbach J. (2013) Prosocial Bonuses Increase Employee Satisfaction and Team Performance. PLoS ONE 8(9):e75509.
(6) Ostrom E., (2009). Beyond Markets and States: Polycentric Governance of Complex Economic Systems. Nobel Prize Lecture, December 8, 2009.

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Se i conti del treno uscissero dalla nebbia

  1. Vincesko

    Nel Sud il matriarcato c’è da secoli. Non servono studi particolari per accertarlo. E’ sufficiente fare, come ho fatto io, una riflessione su chi comanda nelle famiglie, osservando il parentado e la cerchia amicale: nell’80% è la donna, anche se questo spesso viene negato. Ma il matriarcato, auspicato anche dal Prof. Veronesi nel suo ultimo libro, è invece nel Sud forse il principale freno al cambiamento, costituito in generale dal ruolo della donna, soprattutto come madre ed insegnante. Ma non è casuale, ci sono due motivi: il primo, è un problema di modello: il modello delle figlie femmine è la madre, se la madre è educata male, educherà male i propri figli e le figlie tenderanno inevitabilmente ad imitarla; il secondo, è che le figlie femmine sono trattate peggio in famiglia, vengono represse di più, anche e forse soprattutto sul versante sessuale, e questo produce inevitabilmente il tramandarsi ed il perpetuarsi di un paradigma educativo repressivo, col corollario (= conseguenza) di “resistenze”: al cambiamento, al miglioramento, individuale e collettivo.
    Da sempre, in Italia, in particolare al Sud, c’è una sorta di tacita divisione del potere: la donna comanda in casa, l’uomo fuori dalla casa.
    La scarsa partecipazione delle donne – in politica come nel lavoro esterno – rende l’Italia più debole e vulnerabile e condannata ad un più basso tasso di crescita. Succede la stessa cosa, secondo uno studio dell’Onu, beninteso in più ampia scala, per i paesi arabi e mussulmani in genere.
    Le quote rosa per iniziare servono, ma sono solo un palliativo; occorre pensare ad un progetto educativo che abbia come soggetto ed oggetto principale le donne-madri.
    E’ ingenuo ed inefficace lamentarsi (la lamentela è lo sport nazionale più diffuso, sia degli uomini che, in particolare, delle donne) ed affidarsi alla generosità degli altri, soprattutto degli uomini, in particolare degli uomini politici. E’ la donna-madre-educatrice – assieme alle modalità in cui dispiega il suo ruolo nella famiglia – l’artefice non solo del proprio destino, del proprio ruolo e di quello dei figli/figlie, ma del carattere e del destino dell’intero popolo italiano.

  2. Marco Trento

    Se le donne culturalmente e per indole sono meno portate alla competizione lasciamo che sia così. Perché rendere tutti uguali? Non si capisce dove è il problema. Il mondo è bello perché è vario. Nella cura degli altri e nella famiglia le donne hanno una marcia in più. Rallegriamocene. Mai sentito parlare di complementarietà? L’esempio citato della società matriarcale è un aneddoto. Sì tratta probabilmente di società primitive.

  3. Piero

    Dei rapporti Istat comincio a fidarmi sempre di meno: non è ancora capace di avere il dato sul Pil dell’ultimo trimestre, mentre in Germania hanno già quello di gennaio 2014. Si lavora ancora con il previsionale dell’ultimo trimestre e su quello tutti hanno fatto la previsione che il Pil nel 2014 avrà un’aumento dell’0,6%, dato che naturalmente verrà smentito come tutti gli anni, visto che siamo ancora in piena recessione. Ritornando all’articolo, ricordo che le donne sono partite storicamente indietro all’uomo e se oggi non le troviamo sui posti di comando, deriva proprio da questa emancipazione tardiva, non ritengo che siano meno competitive dell’uomo.

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