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  1. IC Rispondi
    Stanno emergendo i risultati delle indagini della magistratura succedute ai numerosi ricorsi. Si confermerebbe l'impressione di comportamenti irregolari quando non scandalosi da parte di alcune commissioni
  2. Giuseppe Rispondi
    Hanno bocciato studiosi di fama mondiale. E tra i promossi c'è gente di cui manco nella provincia vicina hanno sentito parlare. Non è il caso di mettersi a fare della filosofia. Sulla qualità media del settore stendiamo un velo pietoso: lo sanno tutti del resto. Mi auguro che Toninelli, Toniolo e Zamagni non si fermino qui. Questa cosa deve finire sui giornali.
    • Ivana Rispondi
      Forse per le discipline scientifiche la riforma Gelmini ha funzionato abbastanza bene, ma certamente gli effetti sono stati assai deludenti per non dire in certi casi scandalosi nelle scienze sociali, come rilevato anche dal Corriere della Sera. Anzi, questa riforma a dato una parvenza di obiettività a selezioni effettuate con grande faziosità con risultati anche peggiori dei concorsi gestiti dai vecchi baroni, con l'aggravante che in questo caso non vi era numero chiuso e quindi si potevano aiutare i candidati "amici" senza necessariamente bocciare gli altri candidati maggiormente meritevoli
  3. Franco Amatori Rispondi
    Le argomentazioni di Toninelli, Toniolo e Zamagni sono per molti versi inoppugnabili; non c'è dubbio che alcuni degli esclusi meritino l'abilitazione alla prima fascia. Ad osservare dall'esterno, la vicenda potrebbe essere letta come una “tenzone accademica” (si vedano i risultati della VQR per la Storia economica e i commenti su di essi di un autorevole esperto dei criteri di valutazione quale Alberto Baccini). Tuttavia, sembra tardiva, e non molto efficace, l'iniziativa di chi ha firmato la lettera, il cui comportamento, in questi anni, è stato di snobistico distacco e velleitaria inconcludenza rispetto alle battaglie che avrebbe potuto sostenere all'interno e a favore - secondo la propria visione - della disciplina. C'è da aggiungere che uno dei firmatari, per quanto avanti negli anni, è un po' scarso negli indicatori che propone come metro di giudizio per gli altri. Il fatto è che questo metro di giudizio non coglie i valori reali, perché lo studioso in questione è un ottimo studioso, che ha prodotto lavori importanti, anche se poco citati secondo il metro di publish or perish. Quanto al commissario eroico che avrebbe sostenuto da solo l'urto delle tre “degnissime persone, per altri versi”, ecco! ho qualche perplessità nell'aderire a questa glorificazione. Dal canto mio, ritengo che la Storia economica sia tutt'altro che da “chiudere” e da “commissariare”, come sostiene un commentatore che mi ha preceduto, Pisellino: questi dimentica che il presidente della commissione di un settore che, con l'occasione delle “pulizie di Pasqua”, dovrebbe secondo lui “spazzarci via”, è stato costretto a dimettersi per aver dichiarato il falso a proposito dei suoi titoli. Caro Pisellino, la Storia economica rappresenta un vero e proprio asset per la storiografia italiana, con il tentativo, compiuto dai migliori, di muoversi fra due o più culture, rifiutando, quindi, l'insopportabile Washington Consensus, ovvero una disciplina che non si distingua dall'economia. Fra le altre aberrazioni, questa deriva prevede per lo studioso un uso del tempo che lo porta più a misurare, secondo criteri riduttivi, il lavoro proprio e quello altrui, che non a condurre - liberamente e rischiosamente - la ricerca storica, con risultati non di rado innovativi e rimarchevoli, pur non entrando in queste stucchevoli hit parade, il cui conformismo ci soffoca.
  4. Franco Amatori Rispondi
    Le argomentazioni di Toninelli, Toniolo e Zamagni sono per molti versi inoppugnabili; non c'è dubbio che alcuni degli esclusi meritino l'abilitazione alla prima fascia. Ad osservare dall'esterno, la vicenda potrebbe essere letta come una “tenzone accademica” (si vedano i risultati della VQR per la Storia economica e i commenti su di essi di un autorevole esperto dei criteri di valutazione quale Alberto Baccini). Tuttavia, sembra tardiva, e non molto efficace, l'iniziativa di chi ha firmato la lettera, il cui comportamento, in questi anni, è stato di snobistico distacco e velleitaria inconcludenza rispetto alle battaglie che avrebbe potuto sostenere all'interno e a favore - secondo la propria visione - della disciplina. C'è da aggiungere che uno dei firmatari, per quanto avanti negli anni, è un po' scarso negli indicatori che propone come metro di giudizio per gli altri. Il fatto è che questo metro di giudizio non coglie i valori reali, perché lo studioso in questione è un ottimo studioso, che ha prodotto lavori importanti, anche se poco citati secondo il metro di publish or perish. Quanto al commissario eroico che avrebbe sostenuto da solo l'urto delle tre “degnissime persone, per altri versi”, ecco! ho qualche perplessità nell'aderire a questa glorificazione. Dal canto mio, ritengo che la Storia economica sia tutt'altro che da “chiudere” e da “commissariare”, come sostiene un commentatore che mi ha preceduto, Pisellino: questi dimentica che il presidente della commissione di un settore che, con l'occasione delle “pulizie di Pasqua”, dovrebbe secondo lui “spazzarci via”, è stato costretto a dimettersi per aver dichiarato il falso a proposito dei suoi titoli. Caro Pisellino, la Storia economica rappresenta un vero e proprio asset per la storiografia italiana, con il tentativo, compiuto dai migliori, di muoversi fra due o più culture, rifiutando, quindi, l'insopportabile Washington Consensus, ovvero una disciplina che non si distingua dall'economia. Fra le altre aberrazioni, questa deriva prevede per lo studioso un uso del tempo che lo porta più a misurare, secondo criteri riduttivi, il lavoro proprio e quello altrui, che non a condurre - liberamente e rischiosamente - la ricerca storica, con risultati non di rado innovativi e rimarchevoli, pur non entrando in queste stucchevoli hit parade, il cui conformismo ci soffoca.
    • Vera Negri Zamagni Rispondi
      Vedo che concordiamo sull'essenziale. Quanto a non essersi impegnati nella disciplina, penso che pochi si siano impegnati più di me, ahimé inutilmente. Era da almeno 20 anni che predicavo che bisognava fare i conti con gli sviluppi dell'economia (e del management, per la business history). Il non averli fatti ha generato questa grave crisi della storia economica, accompagnata per di più da stupide e miopi ritorsioni contro chi ha avuto l'unico difetto di richiamare alla realtà.
  5. scholar Rispondi
    Le medesime perplessità sorgono anche osservando i giudizi di altre commissioni. Fra i casi eclatanti potrei citare i lavori della commissione di Economia e gestione delle imprese
  6. PMC Rispondi
    Onestamente comprendo il disappunto sulla base del metodo indicato, ma non è possibile darvi ragione "inaudita altera parte".
  7. pisellino Rispondi
    Non occorre scomodare le citazioni per capire che gli scriventi hanno ragioni da vendere. Lo scempio è palese "a naso". L'unica soluzione, per come la vedo io, è commissariare e chiudere il settore concorsuale. Tra l'altro con così pochi ordinari sarebbe destinato a estinguersi comunque a breve. E allora speriamo che gli storici di M-STO/02 e M-STO/04 prendano in mano la baracca e facciano finalmente le pulizie di Pasqua!
  8. carlo Rispondi
    Che la Commissione abbia ritenuto di poter letteralmente cestinare tutti i contributi co-autorati è uno scandalo che dovrebbe essere abbastanza evidente a tutti. Non stiamo parlando di lavori firmati da decine di persone come può accadere in altre discipline, stiamo parlando degli esiti di progetti di ricerca portati avanti per anni, anche in collaborazione, attraverso presentazioni a convegni, partecipazione a gruppi di ricerca, etc. e la cui attribuibilità è evidente dai curricula dei candidati. Pratiche di ricerca normali per chiunque abbia una minima apertura al confronto internazionale, e che prescinde dalla questione delle citazioni.
  9. Antonio Gasperi Rispondi
    Storia economica: uno dei terreni scientifici in cui le pregiudiziali ideologiche sono dirimenti. Quasi da non crederci, in un paese abituato a un corretto confronto di idee e leale scontro di interessi.
  10. aldo Rispondi
    "Nel bene e nel male purché se ne parli..." Ebbene storici economici, i guru firmatari della lettera indicandovi i vostri peccati vi indicano anche la strada per la salvezza: le citazioni! Organizzatevi in gruppi di colleghi con la promessa di citarvi sempre l'uno con l'altro, potrete fare ricerca scientifica sulle chiacchiere altrui standovene comodamente a casa vostra (come peraltro già avviene...), nel breve avrete i meriti (sui quali battono i firmatari) per passare comodamente l'abilitazione nazionale. Che vi importa della originalità? A che serve "scoprire" qualcosa di nuovo? Basta essere citati, sia nel bene che nel male, sia dal giornale della parrocchia che dalla rivista internazionale. La presunzione genera sempre la maleducazione!
  11. paolo bertoletti Rispondi
    Da quale banca dati citazionale sono presi i numeri indicati nell'articolo?
  12. marcello Rispondi
    Perché gli altri hanno avuto esiti diversi? Nel momento in cui si è concesso di integrare, affiancare, o comunque completare i criteri definiti per l'Asn, i commissari si sono sentiti in diritto di fare quello che volevano senza nessun ritegno e come sempre è stato, con buona pace di indicatori, mediane e quant'altro. E tralasciamo il giudizio sugli esperti stranieri che spesso adottano criteri desunti da liste che non sanno e fanno finta di non saper neppure leggere. Il resto, come cantava Califano, è noia.