Dopo anni di scarsi risultati, la sessione di negoziati per l’attuazione della Doha Development Agenda si è chiusa a Bali con il primo accordo multilaterale. Al di là dei trionfalismi, è un passo interlocutorio verso gli obiettivi ambiziosi stabiliti dal Wto. E sostanzialmente mai raggiunti.

LE DECISIONI PRESE A BALI

La nona conferenza ministeriale dell’Organizzazione mondiale del commercio tenuta a Bali si è concentrata su alcuni obiettivi fissati nella Doha Development Agenda ed è stata animata dallo spirito di rilancio non solo dei negoziati, ma della stessa Organizzazione, che negli ultimi anni ha registrato pochi successi. (1)
I passi in avanti significativi conseguiti a Bali sono sintetizzabili in tre grandi aree: facilitazioni commerciali, agricoltura e sviluppo. Sono un passo interlocutorio che necessita di ulteriori fasi, come conferma la creazione di uno strumento ad hoc, il Preparatory Committee on Trade Facilitation, aperto a tutti gli Stati membri, che nei prossimi mesi lavorerà per assicurare le opportune modifiche regolamentari, da far confluire in un protocollo al quale gli Stati membri potranno aderire entro il 31 luglio 2015.
Le facilitazioni del commercio internazionale riguardano soprattutto la riduzione dei costi e la velocizzazione del commercio grazie a procedure di sdoganamento anticipato (pre-clearing) prima o all’atto dell’arrivo delle merci nei porti convenuti mediante l’invio in anticipo dell’informazione pertinente all’autorità doganale (cosiddetto sdoganamento in mare), la previsione del pagamento dei dazi doganali, imposte e tasse relative all’import/export in maniera elettronica, l’adozione di una gestione del rischio automatizzata e non arbitraria, filtrata in base al prodotto, al valore della merce, all’affidabilità degli operatori e ai paesi più a rischio, pur ammettendo la possibilità di controlli random da parte delle autorità anche su soggetti a basso rischio, la previsione di ulteriori semplificazioni per gli operatori affidabili e di audit post-clearing.
Nell’ambito delle facilitazioni del commercio multilaterale, si inquadra anche l’accordo sulla mutua cooperazione tra gli Stati in termini di allineamento di procedure, formalità, controlli congiunti alla frontiera, oltre che di giorni e orari lavorativi condivisi. Viene inoltre ribadita l’importanza di garantire il libero transito delle merci, senza aggravio di costi né discriminazioni, anche attraverso lo sviluppo di una single window amministrativa per il dialogo e il disbrigo delle pratiche amministrative quando la movimentazione del prodotti richiede l’intervento di più autorità. Forti resistenze, in tema di embargo commerciale, sono state espresse da Cuba, Bolivia, Nicaragua e Venezuela, fino a quando non è stato ribadito il principio di non discriminazione delle merci in transito. Quando l’accordo finale entrerà in vigore, i paesi più arretrati avranno la possibilità di attuare i punti previsti in un lasso di tempo più lungo e potranno beneficiare dell’assistenza dei paesi sviluppati.
Nei calcoli del Wto, l’insieme delle misure dovrebbe portare a una riduzione a livello globale dei costi commerciali di almeno il 10 per cento. L’affidabilità delle stime è però limitata dalla scarsa disponibilità e attendibilità di dati, soprattutto per i paesi meno sviluppati.
Il costo delle barriere tariffarie nel corso degli anni si è comunque sensibilmente ridotto grazie anche alla nascita di soggetti come l’UE e il Nafta, che hanno abbattuto i vincoli tra gli Stati membri, e ai trattamenti tariffari agevolati per i paesi meno sviluppati.
I costi di trasporto hanno invece un’incidenza diversificata in base al tipo utilizzato. In termini percentuali sul valore, il trasporto marittimo presenta i valori più elevati (dal 45 al 77 per cento per l’import nell’UE nel 2011, tabella 1), a causa dei prodotti a relativo basso valore aggiunto generalmente trasportati via mare. È indicativo, infatti, che a livello UE il trasporto aereo all’import conti meno dell’1 per cento in termini di quantità (tabella 2), ma schizzi a oltre il 18 per cento in termini di percentuale sul valore e al 29 per cento per il settore manifatturiero, tipicamente a più alto valore aggiunto.

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COMPROMESSI SUI PAESI PIÙ POVERI

Le misure che riguardano i paesi meno sviluppati non sono particolarmente significative e sono per lo più di compromesso. Secondo la definizione dell’Onu, i Least Developed Countries sono i paesi con reddito pro-capite inferiore a 992 dollari e gravi deficienze strutturali a livello socioeconomico misurate attraverso indicatori di alfabetizzazione, nutrizione, sviluppo del sistema sanitario, instabilità della produzione agricola e altro. Si tratta per lo più di paesi africani e dell’Indocina e il Committee for Development Policy – in seno allo UN Economic and Social Council – ha il compito di procedere a una revisione triennale delle condizioni che consentono l’ammissione e la permanenza nel gruppo dei Ldc. (2)
Una soluzione di compromesso, appunto, è stata raggiunta per il capitolo relativo alla sicurezza e all’accesso alimentare dei più poveri nei paesi meno sviluppati. Le distorsioni di mercato, quanto a prezzi politici e quantità prodotte anche oltre i limiti già concessi, continueranno grazie ai sussidi pubblici per la sicurezza alimentare, ma saranno monitorate e gestite attraverso una interim solution che resterà in vigore solo fino a quando non si raggiungerà l’intesa definitiva, che nelle intenzioni dovrebbe arrivare entro quattro anni.
È stato affrontato anche il problema delle quote tariffarie non completamente sfruttate. Si tratta di importazioni a dazio ridotto, entro determinati limiti quantitativi e temporali, in favore di esportatori dei paesi meno sviluppati. La questione nasce quando questi non riescono a coprire l’intero quantitativo stabilito, vuoi per la disponibilità nel mercato domestico del paese importatore di prodotti equivalenti a costo più basso, vuoi per una cattiva gestione delle licenze commerciali da parte dei governi coinvolti. Qui, la soluzione di compromesso è stata quella di non obbligare i Least Developed Countries a cambiare i metodi di amministrazione delle quote nei prossimi sei anni, ed eventualmente anche oltre, a meno che uno Stato non decida di non applicare in futuro il trattamento speciale e differenziato ai paesi meno sviluppati, attraverso una clausola di opt-out. L’unico grande paese sviluppato che ha annunciato di voler attivare la clausola sono gli Stati Uniti.
Le misure in favore dei paesi meno sviluppati si riducono a un’esortazione alle nazioni sviluppate o in via di sviluppo perché favoriscano – senza vincolo di reciprocità e richiamando sul punto la Hong Kong Decision del 2005 – l’accesso ai propri mercati domestici dei prodotti che provengono da quegli Stati. I paesi ricchi, in aggiunta, dovrebbero cercare di garantire l’accesso nel proprio mercato, a dazio zero, almeno per il 97 per cento dei prodotti originari dei Least Developed Countries. A completare il quadro degli interventi in favore dei Ldc, ci sono misure volte alla semplificazione delle procedure sulle regole di origine dei prodotti e l’ideazione di un meccanismo di monitoraggio e supporto attraverso analisi, incontri periodici e raccomandazioni ai paesi membri.

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Tabella 1 – Impatto dei costi di trasporto sull’import in valore (percentuale)
Cattura
Fonte: Wto, World Trade Report 2013.

Tabella 2 – Impatto dei costi di trasporto sull’import in quantità (percentuale)
Cattura
Fonte: Wto, World Trade Report 2013.

 

(1) La conferenza di Bali ha reso ufficiale l’ingresso della Repubblica dello Yemen come 160° Stato membro del Wto, in qualità di Least Developed Country.
(2) Attualmente gli Stati Ldc sono: Afghanistan, Angola, Bangladesh, Benin, Bhutan, Burkina Faso, Burundi, Cambogia, Ciad, Comoros, Repubblica Centrafricana, Repubblica Democratica del Congo, Repubblica dello Yemen, Eritrea, Etiopia, Gambia, Gibuti, Guinea, Guinea Bissau, Guinea Equatoriale, Haiti, Isole Salomone, Kiribati, Laos, Lesotho, Liberia, Madagascar, Malawi, Mali, Mauritania, Mozambico, Myanmar, Nepal, Niger, Ruanda, Samoa, Sao Tomé e Principe, Senegal, Sierra Leone, Somalia, Sudan, Sud Sudan, Tanzania, Timor Est, Togo, Tuvalu, Uganda, Vanuatu, Zambia.

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