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  1. giorgio Rispondi
    Mi preoccupa l'idea di queste cento Province che, in attesa di essere definitivamente cancellate, elaborano complessi piani di ristrutturazione (ma perché chiamarli "industriali"?) con i quali, in maniera diversa una dall'altra, riorganizzano le funzioni di secondo livello nel proprio territorio e le mandano a Roma (a che scopo?) Cosi non si semplifica, ma si complica il quadro istituzionale locale e la confusione non cambia, anche se è possibile prenderne nota sul web. I cittadini e, soprattutto, le imprese hanno bisogno di riferimenti istituzionali certi, che non cambino a distanza di pochi chilometri, con il passaggio da una Provincia all'altra e che sono resi possibili solo se è una legge nazionale a stabilire l'assetto gestionale delle funzioni sovracomunali. Se, come ricorda l'articolo, in nessuna altra parte del mondo è stata tentata una autoriforma delle autonomie locali come quella che si vuole sperimentare in Italia ci sarà pure un motivo, e non credo che sia quello che i nostri riformatori sono i più bravi!
    • Renato Ruffini Rispondi
      Caro Giorgio, Nelle poche battute dell'articolo è difficile spiegare tutto e comunque la riforma si presenta "aperta" e quindi può preoccupare. Rispondo ad alcune perplessità. Piano industriale è una dizione come un'altra che mi è venuta, si tratta di fare un piano di ristrutturazione dei servizi che dalla provincia tornano alle regioni o ai comuni, e il piano deve essere anche economico. Perchè mandarli a Roma? semplicemente per costringere i soggetti ad operare secondo certe logiche, rendere pubblico ciò che le provincie faranno e monitorare l'andamento della riforma. Dal punto di vista istituzionale i riferimenti sono certi: le regioni hanno certe funzioni, i comuni altre, le provincie quelle tre fondamentali di coordinamento. E' omogeneo a livello nazionale. Poi date le funzioni, come si intende articolare i servizi questo anche oggi dipende dalla regione e dalle autonomie locali. Anche oggi ogni regione ha regole diverse, ogni provincia ha strutturato come credeva i servizi e i comuni restavano fuori o subivano le scelte. Al limite la riforma può criticarsi perché cambia poco, toglie organi e alcune funzioni. Ma la speranza è che questo cambiamento ne porti altri di riassetto del sistema pubblico, comunque ad oggi eccessivo e poco efficiente.
  2. giorgio Rispondi
    La lettura dell'articolo mi convince ancora di più che i punti di debolezza del disegno di legge Del Rio sono davvero punti di debolezza. Che cosa vuol dire, in concreto e operativamente parlando, che le Province diventano contenitori di associazioni di Comuni che organizzeranno come vorranno le funzioni di livello intermedio? La Provincia governata dai Sindaci è una idea fascinosa, ma poco operativa, non fosse altro perché i Sindaci sono già piuttosto impegnati nello svolgere il loro ruolo e come troveranno il tempo per dedicarsi ad assemblee di unioni, associazioni, consorzi? Quanto ai risparmi, certo si potranno ottenere se, come sembra ipotizzare l'autore, certe funzioni verranno dismesse e certi servizi non più erogati. Ma non mi sembra la soluzione. Singolare considerare i servizi sociali come di secondaria importanza: chi assisterà gli anziani e i disabili presenti in ogni territorio? Difficile poi capire come economie di scala maggiori si possano realizzare se si passa da una dimensione più grande, come quella provinciale, a più gestioni di dimensioni minori, come associazioni di Comuni. Né si capisce perché le agenzie avrebbero più probabilità di non essere più necessarie in un sistema con funzioni gestite fra comuni associati rispetto ad un sistema con gestione centralizzata delle funzioni a livello di Provincia. La realtà è che le funzioni attualmente svolte dalle Provincie hanno un costo intrinseco che rimarrebbe tale anche se le stesse venissero svolte dai Comuni, singoli o associati. La manutenzione di un edificio scolastico, ad esempio, ha un suo costo, che non diminuisce certo se ad occuparsene non è la Provincia ma una associazione di Comuni! Difficile infine capire come possano ridursi i centri di spesa e semplificarsi le relazioni istituzionali, come sostenuto nell'articolo, se si passa da un unico ente (la Provincia) a più strutture istituzionali come le varie aggregazioni di Comuni, ciascuna con la propria autonomia decisionale. La frantumazione e le relazioni istituzionali sarebbero inevitabilmente destinate ad aumentare, al contrario di quanto ipotizzato nell'articolo.
  3. Ettore Rispondi
    Sono d'accordo con l'analisi,questa riforma e'stata ingenerosamente criticata. E'un primo passo nella giusta direzione, a cui dovrà seguire la riforma costituzionale. Comunque bisognava fare qualcosa, altrimenti in Italia non si muove mai niente; per fare una riforma Costituzionale (necessaria, ripeto, per le province ed il resto) ci vogliono due anni se va bene; nel frattempo che facciamo? Continuiamo a tenerci le Province cosi come sono e a distribuire prebende, poltrone e posti ai politici di turno che stavano già scaldando i motori per il prossimo turno elettorale primaverile? Possibile che in Italia non si possa avviare alcuna riforma senza gridare allo scandalo; senza che il benaltrista di turno si alzi con il ditino alzato e dica che ben altro bisognerebbe fare per eliminare gli sprechi e gli enti inutili! Vi porto un esempio concreto. Lavoro nella giustizia: è stata riformata la geografia giudiziaria che risaliva al 1860! Sono stati giustamente soppressi tribunali e sezioni distaccate obsolete. Ebbene, nonostante le levate di scudi da parte di quasi tutti i partiti politici, benaltristi di turno, avvocati, etc. la riforma sta funzionando, si stanno riorganizzando le funzioni, il personale viene utilizzato meglio realizzando economie di scala. Ovviamente ogni riforma scontenta sempre qualcuno, in questo caso gli avvocati che vorrebbero fare sempre più cause (abbiamo l'indice di contenziosità più alto d'Europa dopo dopo la Russia) per cui vorrebbero il tribunale sotto casa. Però occorre far prevalere l'interesse generale; la buona politica è questo: gli interessi dei molti contano più degli interessi dei pochi.
    • Paolo Rispondi
      Però un conto è una riorganizzazione, come nel caso citato della Giustizia, altro è un intervento che cambia delle istituzioni con organi elettivi, presenti in Costituzione: se si vuole modificare l'assetto istituzionale, e la cosa certamente va fatta, non si può cominciare da un punto qualsiasi! Si dovrà pure avere in mente un assetto da raggiungere, quanti livelli decisionali sono necessari, qual è il livello ottimo per ogni tipo di gestione e di decisione, etc. Altrimenti potrei dire che anche le Regioni sarebbero da rivedere: la Val d'Aosta sta in un quartiere di Milano, il presidente della Provincia autonoma di Bolzano ha un'indennità superiore a quella della Merkel, etc. Oppure si potrebbero ridurre i Comuni ad almeno 30.000 abitanti e qualcuno direbbe subito: perché non 50.000? Questo modo di fare, opposto al benaltrismo è il "qualcosismo": facciamo qualcosa, non importa cosa.
  4. Luigi Oliveri Rispondi
    Sul tema sono intervenuto molte volte, dunque non mi dilungo. Osservo che i ragionamenti proposti scontano almeno due rilevanti vizi. Il primo: l'articolo evidenzia tutt'altro che un punto di forza nel sottolineare le aggregazioni associative dei comuni. Non si chiede, nè risponde alla domanda che senso ha formalmente ridurre (per poi eliminare) un ente già esistente di area vasta, per creare complessi indefiniti e indefinibili aggregativi, sempre per curare l'area vasta? La risposta, trattandosi di domanda retorica, è ovvia: nessun senso. Il secondo gravissimo vizio è ritenere che i centri di spesa si ridurranno. E' esattamente corretto affermare l'opposto. Anche ammettendo che alle province possano sostituirsi le unioni di comuni (cosa non vera, perchè si tratta di aggregazioni inter e non sovra comunali), esse sono ad oggi 370, quasi 4 volte di più delle 107 province. Se subentrassero i comuni, sarebbero 8100 nuovi centri di spesa, nuovi almeno nelle funzioni ex provinciali ad essi assegnate. Solo per le scuole superiori, da 107 centri di spesa, si passerebbe a circa 1600 nuovi centri di spesa, pari al numero dei comuni che ospitano le sedi. Infine, se una riforma viene fatta senza sapere, nè poter sapere, se comporta risparmio o se addirittura costi di più (e la Corte dei conti ha due volte affermato che è certa l'assenza di risparmio, come certi, anche se non quantificabili ad oggi, i maggiori costi), non può certo essere una buona riforma. L'ottimismo sul fatto che possa funzionare passa solo per una revisione totale e assoluta del testo del ddl Delrio. I principi generali, infatti, debbono scontrarsi con i fatti, che ci confermano un disegno di legge caotico, debole, confuso di bassa qualità, i cui risultati non possono essere quelli auspicati.
  5. giorgio Rispondi
    Con la tentata riforma Monti le Province non venivano abrogate totalmente, ma ridotte di un terzo,il risparmio era conseguente e il disegno estremamente chiaro, Si può condividerlo o meno ma non si può dire che è stata una riforma che ha perseguito in modo fallimentare questi obiettivi. Purtroppo la riforma non è mai neppure diventata operativa, essendo stata affossata dal Parlamento in vista delle elezioni politiche. Quella che viene ora proposta è sicuramente assai più confusa e indeterminata, anche se apparentemente più radicale e non risponde all'obiettivo di fondo che ogni riforma dovrebbe avere: semplificare i livelli locali di governo (obiettivo che non si persegue ipotizzando molteplici forme di aggregazioni), definire con chiarezza i compiti di ogni ente (è la prima esigenza del cittadino), avere un'assetto istituzionale abbastanza omogeneo su tutto il territorio nazionale. Se in ogni area ci si può organizzare in modo diverso, è il caos assicurato per cittadini e imprese.
  6. Massimo Matteoli Rispondi
    Il problema vero del testo approvato dalla camera è che non dice praticamente nulla sulla gestione dei servizi di area vasta fino a oggi gestiti dalle Province, troppo piccoli per la Regione, ma troppo grandi per i singoli comuni. La questione non è accademica, perché riguarda questioni fondamentali per la vita di tutti noi (dai piani per i rifiuti agli investimenti per le scuole superiori, solo per ricordarne alcuni). Non sappiamo ancora chi li gestirà né come saranno disciplinati e, visto come vanno le cose in questo nostro paese, corriamo contemporaneamente il pericolo della polverizzazione tra i singoli comuni e di un nuovo e deleterio neocentralismo regionale. In entrambi i casi è facile prevedere maggiori spese e/o disservizi. Purtroppo l'opinione pubblica è così stravolta dalla critica alla "casta" che viene contestata perfino la realizzazione delle Città metropolitane, una delle poche norme positive nel testo approvato. Sarebbe stato sicuramente meglio se la legge avesse analogamente disciplinato le unioni obbligatorie dei Comuni su ambiti territoriali più grandi e più razionali di quelli che attualmente caratterizzano gli oltre 8.000 campanili d'Italia.