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Riduzione delle emissioni, all’Italia manca un modello

L’Europa ha proposto un taglio del 40 per cento delle emissioni di CO2 per il 2030. In Italia si teme che il costo per l’industria sia troppo alto. In realtà, se l’energia è cara nel nostro paese, non è per il prezzo delle emissioni. Piuttosto, qual è la nostra politica energetica? 

PERCHÉ IL TAGLIO ALLE EMISSIONI

Partiamo dall’inizio. Il pianeta si sta scaldando a causa dei cambiamenti climatici. Per evitarne le perniciose conseguenze, bisogna ridurre le emissioni di CO2. Questo sono chiamati a fare tutti i paesi tramite un accordo che le diminuisca, dicono gli scienziati, in media del 50 per cento al 2050 rispetto ai livelli del 1990. Un accordo internazionale è però difficile da raggiungere, come stanno dimostrando tutte le conferenze novembrine sul clima da Kyoto a oggi. Lo sforzo richiesto è infatti notevole e nessuno vuol aderire a un accordo vincolante se anche gli altri paesi non ci stanno. È il tipico problema di tutti gli accordi internazionali che prevedano impegni vincolanti, con l’aggiunta che [tweetability]non esiste un’autorità sovranazionale che abbia il potere di fare rispettare le decisioni prese e sanzionare le deviazioni [/tweetability]. Perché allora l’Europa dovrebbe unilateralmente ridurre le proprie emissioni, che sono una piccola percentuale del totale? Per almeno due buone ragioni. La prima è che, mentre i paesi giocano a nascondino, il clima continua a cambiare e i danni si avvicinano e aggravano. La seconda è che è falso che gli altri non fanno nulla. Certi effetti perversi dei cambiamenti climatici già si leggono nelle siccità e inondazioni, nell’accresciuta veemenza degli uragani e dei tornado. Agricoltura, salute, insediamenti residenziali e industriali sono i settori più coinvolti in varie parti del mondo. Ogni paese perciò comincia a provvedere per sé, senza gli obblighi di un trattato – e quindi in maniera globalmente meno efficiente – ma si dà da fare. Chiedetelo agli Stati Uniti dopo Katrina e Sandy o alle Filippine dopo Hayan. O chiedete alla Cina – sempre citata in tutti i sensi e nel loro contrario – cosa sta facendo nella lotta all’inquinamento e quanto sta investendo nelle energie rinnovabili.

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IN EUROPA MENO 40 PER CENTO NEL 2030

L’Europa dispone di un ordinamento che le permette, se la decisione collettiva è quella di ridurre le emissioni, di scegliere lo strumento che ritiene più idoneo e attuarlo nella misura che ritiene più giusta per sé e per il pianeta. Un pezzo di quello strumento, che riguarda la generazione elettrica e la parte dell’industria a più alta intensità di emissioni (non potrebbe essere altrimenti), è il meccanismo di scambio dei permessi di emissione fondato su limiti quantitativi all’interno dei quali gli scambi si svolgono. Una volta presa la decisione comune, gli Stati membri, avendovi concorso, sono tenuti a rispettarla. La discussione ora riguarda la proposta riduzione delle emissioni della UE del 40 per cento al 2030, sempre rispetto al 1990. Ciò trova il sostegno del nostro ministro dell’Ambiente Orlando, mentre è assai freddo il ministro dello Sviluppo economico Zanonato.
Per inquadrare correttamente la discussione vanno precisate alcune cose, che si rischia di non sapere o di omettere. Anzitutto, abbiamo già un target vincolante al 2020 (20 per cento) e uno indicativo al 2050 contenuto nella cosiddetta roadmap europea (60-80 per cento): logico dunque che si discuta della tappa intermedia per il 2030. La proposta del 40 per cento non è perciò svincolata dal presente o slegata dal futuro prossimo. È, anzi, motivata dal fatto, da un lato, che sono necessari ulteriori sforzi e progressi sul fronte della riduzione delle emissioni come richiesto dagli esperti dell’Ipcc e, dall’altro, che i target del 20 per cento al 2020 sono per la UE a portata di mano. È la crisi economica infatti che sta producendo questo effetto, per di più senza richiedere la massima determinazione dei paesi europei (è anche il caso del nostro paese), ed è questa la ragione che ha portato a proporre l’obiettivo ambizioso del 40 per cento. Si paventa il costo eccessivo che ciò comporterà per l’industria, visto quello già elevato che si deve sostenere attualmente. Questo è inesatto. Il mercato europeo dei permessi di emissione soffre da tempo di un eccesso di offerta che ha depresso moltissimo il prezzo della CO2: [tweetability]non è mai costato così poco acquistare sul mercato l’autorizzazione a emettere una tonnellata di carbonio [/tweetability]. In effetti, un prezzo così basso non fornisce il giusto segnale nella direzione della necessaria e desiderata riduzione delle emissioni. Se l’energia ci costa molto non è per il prezzo delle emissioni.

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LA POSIZIONE DELL’ITALIA

E l’Italia come dovrebbe comportarsi in questo dibattito, viste le sue caratteristiche e le scelte del Regno Unito, della Francia e della Germania? Questi paesi sostengono l’introduzione di un target ambizioso per il 2030, e lo fanno da prospettive diverse. Il Regno Unito intende restare nel nucleare e punta sullo shale gas. La Francia è il paese più nuclearizzato del mondo nella generazione di elettricità. La Germania, invece, è uscita dal nucleare e punta tutto sulle rinnovabili. E il nostro paese? A quale modello deve guardare se non vuole seguirne uno proprio? L’Italia non ha e non avrà il nucleare, e nemmeno ha lo shale gas. In compenso ha un grado di dipendenza energetica dall’estero dell’87 per cento, contro il 61 per cento di Germania, il 51 per cento di Francia e il 21 per cento di Regno Unito. Inoltre, grazie a un recentissimo provvedimento voluto dall’ex ministro Passera, le imprese energivore nazionali beneficiano di uno sconto in bolletta posto a carico delle famiglie e di tutte le altre imprese. E infine il nostro paese si specializza sempre più in produzioni che non sono ad alta intensità energetica, mentre forse [tweetability]non va dimenticato che la nostra prima azienda elettrica nazionale è leader mondiale nelle fonti di energia rinnovabile [/tweetability].

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  1. Sara

    A proposito di modello, non deve essere scontato che i produttori di energia, lungo tutta la filiera, trasferiscano interamente al consumatore il maggiore costo della produzione di KWh eventualmente derivante da un’attenzione all’ambiente. Questo si verifica in regime di monopolio o cartello. Inoltre l’Italia ha attualmente una significativa overcapicity (110 GW installati contro un picco storico di domanda di 57 GW registrato nel 2007) e importa da Francia e Svizzera il 10-25% dell’elettricità. Significa che consentire alle rinnovabili intermittenti, con costo marginale zero come nel caso dell’eolico e solare, di contribuire all’elettricità in rete è possibile senza danneggiare l’economicità degli impianti che garantiscono base load (le rinnovabili intermittenti nostrane potrebbero sostituire i KWh importati). Significa anche che si potrebbero dismettere le centrali a carbone che forniscono il 13% dell’energia ma producono il 30% delle emissioni del nostro sistema elettrico, senza che sia necessario rimpiazzo.

    • Stefano

      Sara, evidentemente costerà meno importare che produrre.

      • Sara

        L’energia dalle centrali nucleari francesi sempre accese è molto economica nella fascia notturna e consente di spegnere le centrali a gas naturale e attivare le stazioni di pompaggio. E’ però più costosa dell’energia eolica (al margine, ossia una volta che la potenza sia installata). Il problema è la sicurezza di esercizio. Importare energia è semplicissimo e richiede infrastrutture minime, mentre gestire le rinnovabili intermittenti richiede un approccio sofisticato (integrare It e rete e appunto costruire modelli).

        • Stefano

          Sì, ma l’overcapacity è nelle centrali termoelettriche, non nelle rinnovabili, che tutto ciò che generano viene messo in rete. Dico solo che la soluzione non è ovvia (non è a costo zero).
          Ciao

  2. Alessandro Pagliara

    Attenzione: teniamo presente che nel giro di 10 anni entreranno a far parte dei consumi elettrici gli attuali consumi per trasporti. L’autotrasporto si dirige sempre più prepotentemente verso l’elettrico o su truck on train, cioè sempre elettrico. La domanda però che mi pongo è questa: se fotovoltaico ed eolico hanno ormai un ritorno economico di soli 4 anni (massimo 6 se in zone poco favorevoli) perché continuare a investire su gas e carbone che importiamo? Inizio a pensare che una centrale a carbone o a gas abbia tempi di rientro di pochi mesi. E noi che facciamo? Paghiamo il capacity payment. Forse le centrali a combustibile hanno i santi nei vari palazzi.

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