Il Governo Monti sembra avere trattato la materia energetica in maniera distratta, a tratti anche svogliata. I provvedimenti presi sono comunque molti. Contraddistinti da una discutibile interpretazione del significato di “sostenibile”. Troppo limitata la Strategia energetica nazionale.

Nel suo primo anno di attività il Governo Monti ha dato l’impressione di trattare la materia energetica in maniera distratta, a tratti anche svogliata.
Mentre da più parti viene ribadito il ruolo centrale dell’energia non più solo come “carburante” del “motore” dell’economia, ma anche come componente di crescente importanza dello stesso sistema economico e dell’industria, il Governo non ha mostrato di condividere a fondo questa visione. Il risultato è stato che provvedimenti da tempo attesi sono stati adottati con ritardo e hanno spesso finito per alimentare, tra gli operatori e sui mercati, indiscrezioni e incertezza.

DUE DECRETI SUGLI INCENTIVI ALLE FONTI RINNOVABILI

Quando il ministero dello Sviluppo economico, competente per materia, è intervenuto con provvedimenti legislativi concreti, il faro che ne ha illuminato l’azione – se non l’unico certamente il principale – è apparso essere l’alto o eccessivo costo dell’energia per famiglie e imprese italiane. I due decreti sugli incentivi alle fonti rinnovabili di energia varati nel luglio scorso – il cosiddetto V Conto Energia per il fotovoltaico e il decreto sulle altre rinnovabili elettriche – ne sono un chiaro esempio.
Il governo ereditava dal passato decisioni che, distratte dalla grande illusione del nucleare, avevano finito per strutturare incentivi (soprattutto al solare fotovoltaico) così generosi e mal congegnati da alimentare uno sviluppo selvaggio del mercato, dove accanto ai produttori seri e motivati trovava ampio spazio la speculazione. Il mercato dunque si aspettava che il rinnovo del sostegno alle rinnovabili avrebbe comportato una riduzione degli incentivi, come del resto la teoria e la logica suggeriscono. Ma l’esito dei decreti effettivamente approvati è stato quello di una brusca frenata del settore, anziché un accompagnamento dolce e progressivo verso la grid parity. Oltretutto, si è usato un mix di incentivi economici ridotti e di appesantimento burocratico (aste e registri) comprensibile all’interno di un regime dirigistico che con i mercati liberalizzati dell’energia odierni non esiste più.
Tutto questo è stato preceduto e legittimato da un’intensa campagna mediatica che ha unicamente puntato il dito sull’eccessivo costo degli incentivi per famiglie e imprese a causa del crescente peso in bolletta. Ma si è spesso confuso il peso degli incentivi sul totale di una bolletta elettrica la cui voce prevalente è e resta il costo della materia prima – di fonte fossile, gas e carbone – con la loro indiscutibile incidenza crescente. E si è finito per oscurare l’aspetto dei benefici che un maggiore utilizzo delle fonti rinnovabili comporta sul fronte ambientale (emissioni ridotte, non solo di CO2), sul fronte della minore dipendenza energetica da fonti importate da regioni politicamente sensibili (che non si misura unicamente con la quantificazione monetaria delle minori importazioni di gas) e sui vantaggi economico-occupazionali di uno dei pochi settori – forse l’unico – dotato di proprietà anticicliche.
Il risultato complessivo è che il Governo ha fatto ampio uso di un aggettivo – “sostenibile” – che ha inteso e continua a intendere unicamente in termini economici, quando “sostenibilità” in Europa, così come nel mondo scientifico, fa invariabilmente riferimento a un obiettivo di salvaguardia dell’ambiente compatibile con la progressione del benessere economico delle persone. Si è perciò finito di parlare di crescita “sostenibile” quando forse si intendeva “sostenuta” e di uso “sostenibile” degli incentivi quando si voleva intendere “non (troppo) oneroso”.

IL DECRETO SVILUPPO

Gli interventi in campo energetico sono stati numerosi ed è impossibile richiamarli e commentarli uno per uno. Uno dei più significativi, positivo e generalmente apprezzato, è stato la separazione proprietaria di Snam da Eni, sancita dal Dpcm del maggio 2012, come previsto dal decreto legge sulle liberalizzazioni “cresci Italia” del precedente gennaio. In linea con i principi comunitari, la perdita di controllo di Eni su Snam favorisce una maggiore apertura del mercato e crea quindi le condizioni per una maggiore concorrenza.
Le misure più rilevanti sono tuttavia contenute nel cosiddetto “decreto sviluppo” entrato in vigore lo scorso agosto. Qui le ombre hanno largamente superato le luci.
Una delle misure più efficaci per favorire l’efficienza energetica, che il ministro dell’Economia del precedente governo aveva ripetutamente cercato di abolire o ridimensionare, le detrazioni fiscali del 55 per cento per lariqualificazione energetica degli edifici, venivano sostituite con un bonus unico per tutte le ristrutturazioni, del 50 per cento e valido fino a giugno 2013. Alla stessa percentuale di detrazione avranno diritto gli interventi di ristrutturazione edilizia ordinari, ossia quelli che non necessariamente fanno risparmiare energia, finora incentivati con detrazione del 36 per cento. Non precisamente un segno di sensibilità al tema della sostenibilità.
Positive invece le misure per favorire l’assunzione di giovani nelle aziende della green economy, evitando la delocalizzazione e cercando di favorire le aziende delle zone terremotate.
Da segnalare anche gli incentivi all’acquisto ai veicoli elettrici, ibridi, a biocombustibili o a gas, un contributo dal 2013 al prezzo di acquisto commisurato alle prestazioni in termini di emissioni dei veicoli. Per i veicoli elettrici, il decreto ha operato un intervento infrastrutturale prevedendo l’installazione obbligatoria di colonnine di ricarica in tutti gli edifici nuovi non residenziali sopra i 500 metri quadri (esclusi quelli della pubblica amministrazione). Entro sei mesi dall’entrata in vigore del Ddl e previa deliberazione del Cipe, verrà approvato il “Piano nazionale infrastrutturale per la ricarica dei veicoli alimentati a energia elettrica”, che permetterà di incentivare la realizzazione di una rete di ricarica. È lecito nutrire forti dubbi sull’opportunità di un simile intervento visto che, a differenza dei veicoli a metano e Gpl la cui diffusione ha sostenuto le vendite del mercato nazionale negli ultimi anni, le automobili elettriche sono ancora estremamente costose, ne circolano pochissime e soprattutto il principale produttore nazionale non ne possiede la tecnologia. E un sospetto sorge su chi possa essere chiamato a pagare per la realizzazione della rete di ricarica.

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