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  1. stefano mengoli Rispondi
    nessuno autore donna... c'e' un ghost writer?
  2. Amegighi Rispondi
    Interessante articolo che pone un problema già nell'aria da tempo (direi forse qualche anno) soprattutto a livello extra-italiano. Purtroppo noi arriviamo sempre dopo (male) e soprattutto ricopiando gli altri e i loro errori (peggio). Il problema co-autorship o autorship forse è più sentito eticamente, fuori. Da noi, se mi permettete, non cambia la sostanza, di molto. Ci sarà sempre "qualcuno" che ha "partecipato" alla "stesura" del paper. Ma veniamo al succo del problema: chi ha partecipato realmente a quel lavoro ? Alla fine la risposta sarà sempre nella capacità di sostenerne criticamente i risultati. Cioè nell'interview. Da noi, questa manìa degli indici bibliometrici è scoppiata per dare una "regola" ai Concorsi, quasi che scegliere un bravo ricercatore sia materia di numeri (ma allora basta introdurre il QI , o no ? ). Fuori ciò non succede perchè il reclutamento avviene per intervista e colloquio da parte di chi deve prendersi carico del nuovo ricercatore (Dipartimento). E' utile per il finanziamento dei fondi di ricerca ? Direi no, dal momento che il problema, fuori dall'Italia, è scoppiato proprio per questo. Tanto è vero che si parla di autorship, ma ci si dimentica anche del fatto che se la ricerca non è svolta bene si salta il giro (NIH). E forse, di nuovo, andare realmente a guardare e spulciare in quello che si fa o si è fatto è la procedura migliore.