Con il permanere della crisi aumentano le sofferenze bancarie. Non tutte dichiarate nei bilanci dagli istituti maggiori, che temono di dover ricorrere a indesiderate ricapitalizzazioni. Ma tutto ciò ha conseguenze sull’erogazione di credito all’economia reale.

Nel suo ultimo Rapporto sulla stabilità finanziaria la Banca d’Italia ha dedicato molta attenzione al delicato tema delle sofferenze bancarie. In particolare, il Rapporto evidenzia come la qualità del credito bancario sia andata ulteriormente peggiorando nel periodo più recente. A giugno 2012 la consistenza dei crediti deteriorati, cioè i finanziamenti con livelli di difficoltà più o meno gravi del debitore a ripagare le somme ricevute, è stata pari al 12,3 per cento del totale dei prestiti. Nelle imprese, in particolare, il tasso di ingresso in una situazione di difficoltà finanziaria ha superato il 3 per cento. Prima della crisi, questo livello si aggirava intorno all’1 per cento.

PERCHÉ NON EMERGONO

Nonostante la forte impennata dei crediti insoluti, ci sono diverse indicazioni che segnalano l’esistenza diulteriori sofferenze non ancora pienamente emerse. Due sono le principali ragioni che inducono le banche italiane a non segnalare correttamente, nei loro bilanci, la più ampia presenza di crediti di peggiore qualità. In primo luogo, le normative fiscali scoraggiano le banche dal far emergere le sofferenze che hanno “in pancia”, in quanto le svalutazioni sui crediti possono essere dedotte dal reddito fiscale solo attraverso un ammortamento spalmato su un periodo di tempo molto lungo (18 anni). La seconda ragione, ancor più rilevante, è legata al fatto che le perdite su crediti erodono direttamente il capitale bancario, determinando in alcuni casi l’esigenza di procedere a una ricapitalizzazione, al fine di rispettare i coefficienti di patrimonializzazione di Basilea. In questa fase dei mercati finanziari, con quotazioni azionarie particolarmente svalutate, le ricapitalizzazioni sono però avversate dagli azionisti di controllo (principalmente le fondazioni bancarie nel caso degli istituti di dimensioni maggiori) perché avrebbero la conseguenza di annacquare le attuali quote di partecipazione, con il rischio della perdita sul controllo della gestione.
Va detto che l’esigenza di far emergere le sofferenze presenti nei conti bancari non deve essere confinata alla sola questione della trasparenza dei bilanci. Fintanto che una banca sa di avere nel proprio portafoglio crediti una quota di sofferenze ancora da gestire, perché non correttamente segnalate, difficilmente si spingerà a finanziare ulteriormente l’economia reale, limitando quindi la dinamica degli impieghi.

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CONSEGUENZE SUGLI IMPIEGHIPer verificare se davvero la mancata emersione delle sofferenze, che sembra riguardare soprattutto le banche più grandi, abbia riflessi negativi anche sulla dinamica degli impieghi, si possono considerare i dati della Banca d’Italia sulle principali voci bancarie classificate in base alla dimensione degli istituti di credito.
Da queste informazioni si riscontra come nel 2011 (ultimo dato disponibile) gli impieghi, non aggiustati per l’effetto delle cartolarizzazioni, siano aumentati, su base annua, dell’1 per cento se si considerano le banche medio-grandi, mentre la crescita è stata del 2,7 per cento per le banche piccole e minori (grafico 1). Tuttavia, le banche di minore dimensione hanno subito una crescita delle loro sofferenze di quasi il 70 per cento, contro il 25 per cento delle banche più grandi.
Una possibile interpretazione di questa evidenza statistica potrebbe essere quella di attribuire il netto peggioramento della qualità dei finanziamenti erogati dalle banche più piccole al fatto che queste si siano sobbarcate una maggiore fetta del mercato del credito bancario.
La mia interpretazione però è un’altra ed è strettamente legata proprio alla mancata emersione di sofferenze da parte delle grandi banche. Se si prende in considerazione il rapporto sofferenze su impieghi, un indicatore della qualità dei crediti presenti nei portafogli bancari, emerge come banche piccole e banche medio-grandi avessero un rapporto strettamente allineato fino al 2010 (grafico 2). (1) Il dato relativo al 2011 segnala però una nettadivaricazione tra le due tipologie. Le piccole hanno segnalato un forte peggioramento della qualità del credito, con una netta discontinuità rispetto alla tendenza più recente. Per le grandi questa discontinuità, invece, non c’è stata e, nonostante la gravità della crisi macroeconomica, non hanno segnalato un più intenso peggioramento della qualità del credito. Ciò appare quanto meno inaspettato, così come inaspettato appare il fatto che i fondi accantonati per far fronte alle perdite su crediti, rispetto allo stock di finanziamenti, nelle banche maggiori siano più bassi di quelli effettuati prima della crisi del 2007-08. Non stupisce, al contrario, un’altra indicazione offerta dalla Banca d’Italia: a seguito delle ispezioni da parte della vigilanza bancaria, ben il 20 per cento dei finanziamenti esaminati, che in precedenza erano classificati come in bonis, cioè senza nessuna problematicità, sono stati ribattezzati come crediti con grado più o meno ampio di difficoltà. In definitiva, il tema delle sofferenze non emerse è un tipico caso in cui si può applicare uno dei famosi detti di Giulio Andreotti: a pensar male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca.
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(1) Ovviamente le banche sono caratterizzate da una peggiore qualità dei finanziamenti dovuta al maggior peso nei loro bilanci dei crediti erogati a imprese più piccole e finanziariamente meno robuste.

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