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Incentivi: 9.500 sono veramente un successo?

Sulla pagina personale di facebook, il primo ministro Enrico Letta, scrive “Assunzioni #under30: in una settimana 9.500 domande per accedere ai benefici previsti dagli incentivi del  Governo  http://bit.ly/incentivilavoro #lavoro#disoccupazionegiovanile “.
Il tema è stato precedentemente ribadito dallo stesso prima ministro durante la ormai “nota” dichiarazione di fiducia al Senato.  Il dubbio,  è che queste assunzioni rappresentino più un richiamo mediatico intorno ad uno strumento marginale nel mercato del lavoro, piuttosto che un concreto intervento a favore dell’occupazione giovanile.

LO STRUMENTO E LA POLITICA DI LAVORO
Dalle pagine del governo, si evidenzia come siano ben 9500 le domande presentate in una settimana dalle aziende per ottenere i benefici per l’assunzione. La cifra emerge da una rilevazione dell’Inps, al quale le domande vanno presentate per via telematica.
Gli incentivi sono riconosciuti alle aziende che assumono giovani fra i 18 e i 29 anni privi di impiego da almeno sei mesi o senza un diploma di scuola media superiore o professionale, oppure che trasformino un rapporto di lavoro già esistente da tempo determinato in un rapporto a tempo indeterminato.
Il premio previsto dal “decreto Giovannini” per il datore di lavoro è pari ad un terzo della retribuzione del giovane assunto (fino a un massimo di 650 euro al mese) per una durata massima di 18 mesi (12 mesi nel caso di trasformazioni di contratti a termine in rapporti a tempo indeterminato).
Sempre dalle rilevazioni dell’Inps, risulta che circa l’81 per cento delle domande riguarda nuove assunzioni,  mentre  il 19 per cento si riferisce invece a trasformazioni. L’importo impegnato fino ad oggi è di circa 105 milioni di euro, pari al 13,2 per cento del totale stanziato (794 milioni di euro). (1)
I NODI CRITICI DELL’INTERVENTO
 In letteratura, il fatto che uno strumento di politica del lavoro si esaurisca in poco tempo, è sintomo del fatto che questo è stato scritto male. L’assunzione dovrebbe infatti privilegiare soggetti “presumibilmente svantaggiati” e quindi difficili da collocare; la domanda di lavoro in queste circostanze è quasi assente e quindi le assunzioni si realizzano su un lungo arco di tempo.
In questo caso invece, assistiamo all’assalto alla diligenza da parte delle aziende e visto che i dati forniti dall’Inps, tutto sono, tranne che una valutazione dello strumento, le nuove assunzioni possono nascondere collocamenti che si sarebbero comunque realizzati anche in assenza dell’incentivo.
A questo si aggiunge un secondo problema: i criteri selezionati sono così approssimativi che tra i giovani “svantaggiati” si può creare una “scrematura” da parte delle imprese che premi prevalentemente i più “appetibili” al mercato del lavoro,  nonostante i sei mesi di disoccupazione.
Tali criticità potrebbero facilmente emergere attraverso una valutazione, ma dato che il principio adottato è quello del first-come,first-served, non saremo mai  in grado di conoscere esattamente l’esito occupazionale dello strumento.  Senza una seria valutazione, non si potrà conoscere neppure se lo strumento nasconde fenomeni di “spiazzamento” dei disoccupati  che non rientrano nei criteri richiesti oppure dei lavoratori precari la cui stabilizzazione è meno conveniente rispetto ai neo-assunti.
In conclusione,  la prego primo ministro non “esalti” questi numeri: 9500 assunzioni contro qualche milione di disoccupati tra i 18 e 29 anni è letteralmente una goccia nel mare.  Questi strumenti assumono più le caratteristiche di una tutela ai margini verso una particolare “categoria da proteggere”, ovvero i giovani,  piuttosto che affrontare concretamente il problema della loro disoccupazione.  La scarsa capacità di attivare i giovani nel sistema produttivo italiano non è una “emergenza” ma una “persistenza”; nel nostro paese è necessaria una visione integrata delle politiche non tanto riferite all’età, quanto agli snodi tra scelte formative, accesso al mondo del lavoro ed entrata nella vita adulta che ad oggi non sembra minimamente presa in considerazione (2)

(1) Per maggiori informazioni si veda il sito di Palazzo Chigi
(2)Il tema riprende “I giovani sono risorse, non categorie da proteggere

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  1. Domenico Fiore

    Quello che sembrano rifiutare i nostri governanti è un approccio “completo” al problema della disoccupazione e non per settori, atteggiamento che finisce per alimentare sentimenti da “guerra tra poveri”. Il ministro Giovannini non vuol mettere mano alla legge Fornero e rimedia con questo contentino.

    • Enrico

      Un po’ polemicamente mi verrebbe da pensare che non vogliano risolvere il problema della disoccupazione, perchè i politicanti vivono dei problemi (e delle promesse di soluzione) della gente comune.

  2. stefania sidoli

    L’impostazione dell’autore è assolutamente condivisibile, come peraltro dimostrano analoghi interventi a suo tempo messi in essere nei confronti, ad esempio, delle donne.Interventi di questa natura possono avere senso se si inseriscono come ” aggiuntivi” nel quadro di un sistema che sia stato modificato a seguito di interventi strutturali. Ma quello che non si vuole o non si sa come affrontare è che la disoccupazione giovanile non è un’emergenza del nostro Paese ma è una questione strutturale che come tale va affrontata.Come avviene peraltro per l’immigrazione o per la situazione carceraria. E i risultati di questa impostazione sono purtroppo sotto gli occhi di tutti

  3. Alberto Isoardo

    La realtà è che non ci sono risorse per ricreare una domanda interna decente visto che non tutti possono produrre per l’esportazione. Il paese deve essere ristrutturato ma ciò non è compatibile con il vincolo del 3%.
    Non voglio fare della polemica sterile, ma se Berlusconi ha fatto la fesseria di assicurare l’Europa che avremmo pareggiato il bilancio nel 2013, noi abbiamo avuto Monti che ha saputo solo mettere tasse ed aumentare le accise su benzina e gasolio seguito da Letta, che sembra venga dalla S.S. Sant’Anna, che si comporta nello stesso modo.
    Se fossero sagge dovrebbero essere quelle scuole a disconoscere queste persone.
    La disoccupazione non è solo un problema dei giovani, anche se fa più figo parlarne: dopo l’intempestività della Fornero è un problema anche per 50enni e 60enni

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