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Quali capitali esteri con “Destinazione Italia”

Il Governo lancia il programma “Destinazione Italia”. L’obiettivo è attrarre più capitali esteri nel nostro paese. Ma non conta solo l’ammontare, conta anche il settore nel quale avvengono gli investimenti. E quelli che arrivano in Italia si orientano in genere verso il mercato dei beni finali.

GLI OBIETTIVI DEL PROGRAMMA
Il Governo ha lanciato il programma Destinazione Italia”, che ha come obiettivo esplicito l’attrazione di maggiori capitali esteri per investimento di medio-lungo periodo, detti anche investimenti diretti all’estero in entrata (Ide-E). L’obiettivo dell’iniziativa Governo è meritorio. Non tutti gli Ide-E, tuttavia, hanno un impatto positivo sul paese che li riceve, né è auspicabile vendere a soggetti esteri le punte di eccellenza della produzione nazionale, accendendo così la miccia di polemiche ideologiche e demagogiche come già successo con Parmalat o Alitalia in passato.
La scarsa attrattività dell’Italia per gli investimenti stranieri non è una novità. Secondo il rapporto “Global Trade Enabling 2012” del World Economic Forum l’Italia si posiziona sessantaduesima su 132 paesi per quanto riguarda l’apertura alla partecipazione di capitali esteri in imprese nazionali, e centonovesima per impatto negativo della regolamentazione sull’entrata di Ide. Inoltre, secondo i dati Unctad, il valore dello stock di Ide-E ha raggiunto il 17,7 per cento del Pil nel 2007, mentre è stato sostanzialmente più alto in altri paesi europei di riferimento (tabella 1). Dopo un’ulteriore caduta nel 2010-2011, l’Italia non ha saputo poi recuperare il valore del 2007, al contrario di altri paesi (eccetto la Francia). Queste differenze sono il frutto di una dinamica ventennale: dall’inizio degli anni Novanta il valore dei flussi Ide-E in Italia è rimasto costantemente inferiore a quello degli altri paesi.
Tabella 1 – Stock e flussi di Ide-E per paese, % Pil
Schermata 2013-09-23 alle 18.02.01
 
 
 
 
 
 
Sembra dunque che l’Italia abbia davvero un distacco da recuperare, ma una buona politica di attrazione degli Ide-E non può basarsi solo sulle cifre. Sia l’investimento che il capitale posseduto da entità estere possono infatti variare in modo rilevante di anno in anno, qualora avvenissero acquisizioni estere di importanti gruppi nazionali. Una politica di attrazione degli Ide-E con un obiettivo meramente quantitativo potrebbe raggiungere così il suo successo (o fallire) senza arrecare all’economia del paese alcuno dei benefici attesi.
In secondo luogo non è chiaro quale sia il livello ottimale di Ide-E in un paese: si può immaginare che questo non sia il 100 per cento (poiché in questo caso non ci sarebbero più investitori italiani), ma perché il 50 per cento dovrebbe essere meglio del 30 per cento? Un raffronto con paesi simili, come proposto qui sopra, sicuramente aiuta a definire obiettivi raggiungibili, ma non è comunque dato sapere se un certo valore di stock di capitale estero adeguato per un altro paese sia tale anche per l’Italia. Secondo la ricerca economica recente, l’effetto degli Ide-E su occupazione, salari, produttività e capacità di innovare cambia infatti con il settore o il paese in considerazione.
IN QUALI SETTORI INVESTONO GLI STRANIERI
Ecco perché un obiettivo quantitativo di Ide-E deve essere associato a un’attenzione alla composizione “qualitativa” degli investimenti esteri che si vogliono attrarre. È necessaria, per esempio, un’analisi più attenta dei settori in cui gli Ide-E sono già presenti: secondo un rapporto Ice del 2010, le imprese estere investono soprattutto nella produzione di derivati del petrolio e di mezzi di trasporto, nella farmaceutica, nell’elettronica ed elettronica di precisione, e nella chimica (tabella 2). Se da un lato questi sono i settori in cui attrarre ulteriori investimenti potrebbe essere più facile, sarebbe importante capire perché negli altri non succede altrettanto (formazione della forza lavoro, composizione dei fornitori, barriere regolatorie, eccetera). Si deve considerare quindi se la politica nazionale abbia capacità di intervento al riguardo.
Tabella 2 – Settori a maggior concentrazione di imprese estere (% degli addetti e del fatturato totali del settore)
tabella
 
 
 
 
 
 
 
 
Per beneficiare al massimo degli effetti su produttività e crescita degli Ide-E, sarebbero poi preferibili investimenti in settori ad alto contenuto scientifico e tecnologico. In Italia, tuttavia, gli Ide-E in settori science based costituivano nel 2011 solo il 22,2 per cento dell’impiego totale in imprese a partecipazione straniera, una percentuale rimasta pressocché fissa dal 2000, al contrario degli investimenti in settori di beni di consumo di massa (47,5 per cento dell’impiego totale in multinazionali). Secondo il rapporto Ice “Italia multinazionale 2012”, i dati riflettono sia la struttura produttiva del paese in generale, che è scarsamente orientata all’innovazione, sia gli obiettivi principali dell’investimento estero in Italia, attratto soprattutto dal grosso mercato di beni finali costituito dalla popolazione italiana. Laura Alfaro e Andres Rodriguez-Clare e Beata S.. Javorcik hanno provato che i benefici degli Ide-E sono molto maggiori quando le multinazionali collaborano con i fornitori locali e possono trasmettere loro nuove conoscenze e tecnologia, piuttosto che quando entrano in concorrenza con le imprese locali per la vendita di prodotti finali simili. (1) Infine, potrebbe essere preferibile ricevere investimenti greenfield piuttosto che vendere imprese nazionali o loro parti a imprese straniere, poiché in passato i secondi hanno reagito in modo più brusco ai cicli di crescita e recessione economica in Italia.
Un’ultima considerazione riguarda le all’attrazione di capitali esteri. Una politica a favore dell’entrata di Ide, per quanto avanzata in termini di riduzione di imposte o balzelli burocratici, non può esistere senza adeguate politiche di miglioramento infrastrutturale o di produttività d’azienda, riduzione del costo dell’energia e del lavoro, e sostegno alla formazione di giovani e lavoratori. Potrebbe essere dunque utile associare a Destinazione Italia espliciti obiettivi per queste politiche ausiliarie, spostando il centro della discussione dall’obiettivo “quantitativo” di Ide-E agli aspetti “qualitativi” di tali investimenti, quindi al loro potenziale di sviluppo per il paese.
Vedi rispettivamente, Alfaro L., Rodriguez-Clare A., (2003) “Multinationals and linkages: an empirical investigation”, IADB DP 1122, November; Beata S. Javorcik “Does Foreign Direct Investment Increase the Productivity of Domestic Firms? In Search of Spillovers through Backward Linkages“, American Economic Review, 94(3), 2004.
 
 

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Il Punto

  1. Ugo Pass

    Dopo aver fatto fuggire i capitali italiani, assieme alle competenze e alla capacita’ imprenditoriale, all’estero, dopo aver creato il deserto produttivo con una tassazione opprimente e una burocrazia corrotta,
    dopo aver dimostrato al mondo intero che in italia impera il più bieco statalismo parassitario unito ad una cultura sindacale arretrata, demagogica e china agli affarismi di partito,
    sperano di trovare qualche grullo estero disposto a credere alle loro fandonie di giocatori alle tre carte.
    i capitali stranieri verranno sicuramente in italia per comprare qualche realta’ di pregio , non certo per restare a confrontarsi con un sistema marcio alle fondamenta.

  2. Luca

    Avevo appreso dal Prof. Bagnai (http://goofynomics.blogspot.it/2013/09/smoke-sales.html) che con l’arrivo dell’euro gli IDE in entrata erano aumentati ma non sapevo che, comunque, sono inferiori a quelli di altri paesi europei. Riguardo al loro livello ottimale trovo interessante la sua analisi.
    Non concordo sulla questione della riduzione del costo del lavoro perché, che si tratti di diminuzione degli stipendi netti, o del lordo comprensivo di contributi sociali (che poi andranno a pagare le pensioni con il sistema contributivo, quindi ci servono) ritengo che i lavoratori italiani abbiano già dato abbastanza. Se poi parliamo di diminuzione delle tasse (irpef) non lo ritengo fattibile in questo momento (anche se sarebbe bello).

  3. Renato Chahinian

    L’articolo è interessante e mette in luce alcuni criteri di valutazione degli IDE in Italia.
    Atteso che sotto l’aspetto della produttività è da verificare caso per caso se un investimento straniero sia più o meno produttivo (ed eventualmente con una produttività maggiore o minore di investimenti alternativi nazionali), desidero soffermare l’attenzione sugli effetti d’impatto di un investimento straniero per il nostro Paese ai fini della crescita economica.
    Solo con investimenti “greenfield” (nuovo insediamento o nuova attività) si conseguono effettivi vantaggi in termini di redditi di lavoro (quelli di capitale ovviamente vanno all’investitore estero).
    Per quanto riguarda le acquisizioni estere di imprese esistenti, che in questo periodo di crisi sono le più frequenti, invece, non si produce alcun effetto immediato in termini di reddito e quindi di crescita. Soltanto con il tempo si potrà valutare se il nuovo management sarà in grado di ottenere risultati maggiori del vecchio in termini di valore aggiunto (la cui parte relativa ai redditi di capitale comunque andrà oltre frontiera).
    Semmai sarebbe da valutare come l’operatore italiano impiegherà il ricavato del disinvestimento della precedente proprietà aziendale, ma su tali informazioni non esiste alcuna statistica, nè stima.

  4. Alberto

    Si attribuisce ad Erwin Rommel la frase “Il soldato tedesco ha stupito il mondo, il bersagliere italiano ha stupito il soldato tedesco”, solo che qualcuno ironicamente aggiunse che sono gli ufficiali italiani a non stupire nessuno.
    Gli investitori stranieri, purtroppo, pensano diversamente e le ragioni sono, a detta di molti di loro, prevalentemente riconducibili alla gestione, alla direzione, alla politica dello Stato (…gli ufficiali).
    http://www.ilgiornale.it/news/economia/lettera-imprenditore-premier-enrico-letta-954579.html

  5. Piero

    Ricordiamoci degli investimenti dei capitali esteri nel settore fotovoltaico, come e a tutti noto, l’investimento nel fotovoltaico si regge sulla tariffa incentivante che alla fine grava sulla bolletta energetica dei cittadini italiani, se questo e’ attrarre i capitali dall’estero, la cosa e’ negativa; i capitali esteri non verranno mai in Italia per investire su imprese dove vi è una forte incidenza del lavoro, ma solo su attività che possono vivere di rendita.

  6. Marcel

    Mi scuso in anticipo qualora non abbia capito bene, tuttavia il dato a cui si riferisce cito testualmente “Secondo il rapporto “Global Trade Enabling 2012” del World Economic Forum l’Italia si posiziona sessantaduesima su 132 paesi per quanto riguarda
    l’apertura alla partecipazione di capitali esteri in imprese nazionali”
    potrebbe non essere correto in quanto secondo lo stesso report l’Itali
    risulterebbe 67esima per l’indice di accesso al mercato da parte degli
    stranieri si veda pg 216 del report, non capisco quindi se il dato da
    Lei citato si riferisce al subindex del market access oppure ad un altro
    indice. Grazie

    • Luca

      Grazie Marcel per il suo commento. Ha individuato il documento giusto, ma si e’ fermato troppo presto: se guarda a pagina 217 sotto “8th Pillar” vedra’ il punto 8.07 “opennes to foreign participation”, in cui il nostro ranking e’ 62.

      • Marcel

        Le mie scuse anticipate si sono rivelate utili dopotutto. Grazie mille per avermi tolto questo dubbio.

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