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  1. Stefano Andreoli Rispondi
    Condivido l'analisi degli autori, e mi permetto di suggerire un provvedimento normativo molto semplice che potrebbe contribuire a migliorare la qualità dei nostri dirigenti scolastici: stabilire per legge che un dirigente scolastico non può rimanere nella stessa scuola per troppo tempo (diciamo 10 anni). Io sono dirigente in un ufficio scolastico regionale e per esperienza so quanto sia utile, per arricchire la propria professionalità, cambiare ogni tanto di ufficio. Si imparano cose nuove e allo stesso tempo si porta il proprio contributo di idee e di esperienze in un'altra organizzazione. Nel mondo della scuola si assiste spesso a casi di dirigenti scolastici che restano per tutta la loro carriera, fino alla pensione, nella stessa scuola. In singoli casi naturalmente può essere una cosa buona, ma in generale non aiuta ad avere un sistema scolastico innovativo ed aperto al cambiamento. Stefano Andreoli
  2. Giovanni Sulis Rispondi
    Ringraziamo tutti i lettori per i commenti al nostro lavoro. Alcuni richiedono maggiori dettagli sulle domande poste ai DS durante l'indagine. Il questionario comprende 25 domande che coprono molti aspetti del lavoro del DS. La metodologia di raccolta è innovativa e permette di cogliere aspetti delle pratiche organizzative difficilmente quantificabili. La descrizione della metodologia d'indagine, incluse le domande specifiche sottoposte ai dirigenti, si trova in appendice C nel Working Paper della Fondazione Agnelli no.48, disponibile all'indirizzo http://www.fga.it/working-papers/tutti-i-working-papers/dettaglio/article/wp-48-le-competenze-manageriali-dei-dirigenti-scolastici-italiani-418.html.
  3. Pasquale Picone, preside Licei Rispondi
    Risposta al Preside della Facoltà di Economia Università della Sapienza di Roma Gent.mo Prof.re, dalla mia esperienza di Supervisore per la classi di concorso A036 e A037 alla SSIS-Lazio, che ha prodotto un testo sulla teoria e pratica della supervisione, tirocinio e costruzione della professionalità docente, (http://www.libreriafernandez.it/libreria/catalogo/libro/9788886091893/Pasquale-Picone-Supervisione-e-formazione-permanente ) -esperienza maturata prima che vincessi il concorso ordinario a dirigente scolastico nel 2007-, in relazione al quadro dei rapporti tra Università e Scuola, ho dovuto concludere che: 1) nell’Università prevale un atteggiamento “coloniale” nei confronti della scuola, teso a non valorizzare le risorse interne della scuola, contribuendo, al di là dei formalismi, a relegarla nello stato di minorità (di cui tutti abusano) che oramai prevale nella percezione diffusa; 2) il“fallimento” delle SSIS è stato causato da una sorta di follia a due tra le ombre distruttive della scuola e quelle dell’università; 3) per l’economia del potere delle università, una SSIS unica per regione era insufficiente: si è voluta una “SSIS” in ogni università; 4) alcune università, ben consce delle precedenti realtà, hanno comunicato di assegnare un contributo alle scuole per ogni tirocinante che viene accolto. Pertanto, nel declinare il gentile invito alla riunione da Voi promossa, comunico che i Licei Statali da me diretti, non daranno disponibilità ad accogliere tirocinanti provenienti da quelle università che non avessero deliberato il contributo di cui sopra. Con la più viva cordialità IL DIRIGENTE SCOLASTICO prof. Pasquale Picone preside Licei Statali di Ronciglione e Bassano Romano (VT)
  4. Pasquale Picone, preside Licei Rispondi
    Gent.mi Autori, a proposito del Vs. servizio su "Le lacune del preside-manager", prima, e insieme, del confronto con la situazione degli altri paesi, bisognerebbe partire dalla specificità della storia, della cultura e dei comportamenti prodotti dalla percezione diffusa in Italia che, oramai, colloca la scuola pubblica in uno status di minorità di cui tutti, letteralmente, abusano. L'apparente drasticità di una simile diagnosi si rivela come realismo analitico se si considerano le pratiche di quelle Amministrazioni Pubbliche che, per mission istituzionale, dovrebbero valorizzare e legittimare la scuola pubblica come trincea di trasmissione dei valori di civiltà alle nuove generazioni. Ad esempio, se tutte le scienze umane, dalla psicologia alla pedagogia alla sociologia sino all'antropologia culturale e alla psicoanalisi hanno dimostrato, da circa un secolo e mezzo, che le diverse fasce di età (seconda e terza infanzia; pubertà ed adolescenza) manifestano processi cognitivi e di personalità specifici le une dalle altre; considerando che il patrimonio della conoscenza si è sempre di più diversificato per specializzazione, come mai il MIUR, nell'ultimo concorso a dirigente scolastico (non il precedente che ho vinto io), ha cancellato le due fasce della dirigenza per la scuola di base (seconda e terza infanzia; pubertà) e per i Licei (adolescenza), unificando in un ruolo promiscuo delle competenze che dovrebbero essere sempre più differenziate? Inoltre, sempre per rimanere a qualche esempio tra i più immediati e tra quelli di cui nessuno parla, come spiegare diversamente (da quella qui di seguito proposta) le "molestie amministrative" (fonte: CGIL) di cui i dirigenti scolastici sono resi oggetto negli ultimi anni sempre più frequentemente da parte del MIUR ai fini, anche qui come diagnosi di realismo", di limitare a zero i margini di autonomia delle singole scuole, onde trasformare i cosiddetti "manager", da guide culturali ed organizzative, a semplici burocrati esecutori di disposizioni centralizzate? Infine, non conclusiva, allego qui la risposta ai rettori delle Università della Regione Lazio su di un altro aspetto delle relazioni che si attivano nei confronti della scuola pubblica. Cordialmente prof. Pasquale Picone - preside dei Licei Statali di Ronciglione e Bassano Romano (VT) - psicoanalista junghiano ARPA-Torino/Roma; IAAP-Zurigo
  5. Antonino Di Lorenzo Rispondi
    Avendo studiato in Italia e all'estero e avendo quindi avuto modo di saggiare un pò ds da una parte e dall'altra, mi si permetta di dare un parere.Subito mi verrebbe da dire che all'estero sono migliori ma mi sbaglierei perché non avrei tenuto conto del contesto generale in cui si opera. La scuola é fatta da chi dà l'istruzione e da chi la riceve. All'estero gli studenti sanno perché studiano, sono più motivati e facilitano con il loro impegno il lavoro dei responsabili scolastici. Da noi, ormai, gli studenti non vedono più nell'istruzione il canale migliore per le loro ambizioni, sono demotivati e certamente, anche volendo, non riescono più ad impegnarsi come occorrerebbe. Questo certamente non facilita il lavoro dei dirigenti scolastici.
    • Enrico Rispondi
      Parlando della motivazione degli studenti si apre un discorso enorme ed è facile andare fuori tema rispetto all'articolo. Mi consenta però di condividere quanto ha scritto sulla motivazione degli studenti. Colgo l'occasione per proporre un'analisi, sarebbe interessante avere i dati di iscrizione alle varie facoltà, magari divisi per ateneo, negli ultimi 20 anni (o anche 10).
  6. Giovanni Scotto Rispondi
    L'introduzione dell'autonomia scolastica prevedeva forse l'arrivo di dirigenti dai poteri sovrumani. Competenze formative (indispensabili), manageriali (e sono d'accordo con l'impostazione dell'articolo): oltre a questo, mancanza di accountability pressoché totale, e assenza di un meccanismo di gestione dei reclami che non sia la riconsiderazione da parte dello stesso dirigente. (chi non è d'accordo può rivoglersi solo alla giustizia amministrativa, con i connessi costi, tempi e impatto sul sistema) Un super(wo)man - monarca assoluto/a ...
  7. Maurizio Serafin Rispondi
    Credo che più che guardare ai criteri e ai meccanismi di accesso alla professione, per la difficoltà di trovare la quadratura del cerchio fra l'indispensabile esperienza nei sistemi educativi e le determinanti competenze manageriali (sarebbe come cercare le mosche bianche), bisognerebbe lavorare sulla valutazione dei dirigenti scolastici e sull'opportunità offerta dalla natura a tempo determinato del loro contratto. Non credo ci sia niente di male se un dirigente scolastico che non ha dato buona prova di sé, o che durante la sua carriera non riesce più a sostenere un ruolo usurante e sottoposto a rischio di burn out, "rientri" a fare il docente piuttosto che la figura di staff nelle istituzioni scolastiche. Ovviamente questo obbliga ad aggiornare l'attuale organizzazione del sistema nazionale di valutazione e soprattutto la funzione ispettiva, trovando soluzioni per il potenziamento di entrambi e la loro integrazione e maggiore presenza nel territorio, in modo da fornire col primo (penso naturalmente all'INVALSI e alle valutazioni sul valore aggiunto scolastico) strumenti utili a un esercizio effettivo ed efficace del secondo.
  8. Giovanni Rispondi
    Manco dall'ambiente da molti anni. Forse per questo non riesco a immaginare quanto generiche capacità manageriali siano così fondamentali per il funzionamento di una scuola che è qualcosa di ben diverso da un'azienda. In particolare non riesco a immaginare quanto possano incidere tali capacità sui risultati in Matematica: penso che la cosa fondamentale sia avere buoni insegnanti e che quindi bisognerebbe incentivarli sia dal punto di vista economico che di prestigio sociale. Su questo punto si è agito solo nei riguardi dei presidi, trasformati in dirigenti, e ci potrebbe anche stare, e dei segretari, divenuti anche loro dirigenti, e qui mi pare che siamo nell'assurdo.
  9. rosario nicoletti Rispondi
    rosario nicoletti - l'autonomia, in tutti i settori scolastici , è stata in Italia introdotta senza tenere conto dei vincoli legislativi ed istituzionali. Un "manager" non può svolgere il suo ruolo se non può licenziare ed assumere - caso della scuola media - e non lo può svolgere neppure quando viene votato al ruolo dai "dipendenti" - caso dell'università. In subordine, è assurdo pensare che gli operatori del settore (insegnanti) si improvvisino managers. La situazione è chiarissima; basterebbe prendere adatti provvedimenti
  10. sandro dp Rispondi
    Vorrei capire meglio, con esempi, cosa si intende con buone capacità manageriali. Insomma qualche esempio concreto. Grazie.
  11. Giovanni Rossi - Docente ITTS Rispondi
    Magari le pratiche manageriali dei Ds influenzassero solo gli esiti degli apprendimenti in matematica, il dramma è che hanno ricadute su tutta l' attività scolastica. Finché la selezione dei Ds non comprenderà un tirocinio almeno triennale, oltre al superamento di un pubblico concorso, non si avranno sufficienti garanzie circa le capacità necessarie per determinare un impatto positivo sugli alunni e sul tutto il personale scolastico.
  12. antonio gasperi Rispondi
    Le ultime righe del contributo svelano l'approccio teorico alla questione: la scuola è un servizio come un altro, il "bene" istruzione non differisce sostanzialmente dagli altri beni offerti sul mercato. Infatti nessuno degli autori si è reso conto che il motivo per cui i DS provengono dalla carriera di insegnamento è proprio perchè PRIMA dell'autonomia e della creazione del ruolo separato dei DS a direttiori e presidi era richiesto di essere leader educativi. DOPO l'autonomia i capi d'istituto devono essere ANCHE dirigenti amministrativi, il che - aldilà delle qualità personali, delle miracolose formazioni o delle fondamentali esperienze manageriali - rende il loro lavoro francamente improbo. detto questo mi piacerebbe sapere cosa viene chiesto nel questionario a risposta aperta del progetto World Management Survey (Wms) per entrare nel merito della ricerca e capire se sono stati sprecati inutilmente altri soldi alla voce istituzioni scolastiche. cordialità
  13. Luigi Proia Rispondi
    Il problema scuola non si risolve assumendo dirigenti con conoscenze di organizzazione e management. Il problema è politico. In questi anni si è tanto "laudata" l'autonomia scolastica, senza rendersi conto che l'autonomia è stata introdotta per ridurre il numero di istituti, licei e scuole in modo da avviare un risparmio economico sul bilancio statale. Alcuni politici regionali si sono inventati i buoni scuola e le sovvenzioni ai privati creando un dualismo pubblico-privato che non può esistere perché una scuola "vera" ha dei costi con pochi o nessun ritorno a meno che non diventi un diplomificio come in realtà avviene. Si parla tanto dei test Ocse-Pisa addossando la responsabilità degli scarsi risultati agli insegnanti e professori di matematica senza analizzare le pratiche introdotte dal MIUR sulle verifiche e valutazioni. In qualsiasi scrutinio i professori delle materie "dure": matematica, fisica, informatica sono sempre messi in minoranza in primis dal DS con seguito dei professori di religione, educazione fisica, sostegni vari, lingue ecc. Con questo come si può pretendere di avere successo in qualsiasi test. Il dibattito sulla scuola va certamente affrontato ma la prima domanda da porsi è che scuola vogliamo. Una scuola che forma cittadini e non sudditi come in questi venti anni è diventata. P.S. Ho insegnato trentasei anni negli istituti tecnici: matematica applicata, informatica industriale e matematica e fisica.
  14. Giampietro Vecchiato Rispondi
    Interessantissimo!!!!! Complimenti agli autori.
  15. Enrico Rispondi
    Interessante articolo. Premetto che non sono un Ds e che lavoro nel privato. Non conosco abbastanza la realtà di lavoro dei Ds, ma mi sento di dire che le competenze manageriali non si possono semplicemente acquisire con la formazione, che naturalmente è fodamentale per avere le basi, ma piuttosto da un'esperienza specifica. Per questo forse i Ds non dovrebbero necessariamente provenire dalla carriera di insegnamento, ma allargare il recultamento a personale esterno, anche dal privato. Per fare questo, però, dovrebbero cambiare radicalmente i vincoli istituzionali; quello che in realtà non permette il miglioramento è la completa inamovibilità, ad ogni livello.