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I migranti dopo Lampedusa

Anche dopo la visita di Papa Francesco a Lampedusa, sull’accoglienza dei migranti continua a esserci confusione. Bisogna distinguere tra le diverse motivazioni di chi arriva in Italia, tra chi chiede asilo e chi cerca di lavoro. Regolarizzazioni, espulsioni e contraddizioni tra politica e mercato.
L’ACCOGLIENZA DEI RIFUGIATI
La visita di Papa Francesco a Lampedusa ha avuto il merito di attirare l’attenzione sul dramma dei viaggi della speranza, scuotendo l’anestesia delle coscienze nei confronti delle vittime delle traversate e delle traversie dei superstiti. Forse per un giorno il termine “clandestini” è stato rimosso dal discorso pubblico. Molti commenti tuttavia, benché benevoli nei confronti dell’iniziativa papale, hanno seminato fraintendimenti rispetto a problemi già di per sé complicati. Uno dei più frequenti e insidiosi, perché travestito di apparente buon senso, è consistito nella domanda retorica: non si devono porre limiti all’accoglienza?
Proverò a rispondere, argomentando che la risposta discende dalle motivazioni degli sbarcati. Se si tratta di persone che richiedono asilo, non il Vangelo ma la nostra Costituzione e le convenzioni internazionali che abbiamo siglato ci obbligano ad ascoltarli, a esaminare con attenzione le loro ragioni ed eventualmente ad accoglierli. In nessuno dei testi normativi in materia si prevede che l’obbligo di accoglienza umanitaria cessi una volta superata una certa soglia numerica. In altri termini, abbiamo deciso noi che i diritti umani hanno una priorità assoluta: vengono prima della preoccupazione di contingentare l’accoglienza.
Nel caso di persone che arrivano da paesi in guerra, spesso renitenti alla leva, come nel caso eritreo, o di fuggiaschi da sanguinosi conflitti interni, come nel caso somalo, i tassi di accettazione sono molto alti. Minori e donne incinte non possono essere respinti.
Vediamo i dati. Nel 2011 sono state vagliate dalle competenti commissioni territoriali 25.626 domande di asilo. Di queste solo 2.057 hanno ricevuto pieno accoglimento, con il riconoscimento dello status di rifugiato. Considerando però le altre forme di protezione previste (protezione sussidiaria e protezione umanitaria), si arriva a 10.288 persone accolte nel nostro paese, pari al 40,1 per cento dei richiedenti (ministero dell’Interno, 2012). Nel 2010, le domande vagliate erano state 14.042 e quelle a cui è stata accordata una risposta positiva di vario tipo 7.558 (53,8 per cento). Ne derivano due considerazioni: primo, non siamo sotto l’assalto di un’invasione: nel 2011 la Germania accoglieva 572mila rifugiati, l’Italia 58mila, come effetto di tutte le decisioni positive degli anni precedenti. Secondo, le commissioni territoriali non possono essere tacciate di lassismo, ma in ogni caso i tassi di accettazione sono piuttosto elevati. A quel punto, scattano gli obblighi umanitari. Si può cercare di ricorrere a fondi europei, si possono coinvolgere istituzioni sovranazionali e altri governi, in modo possibilmente meno goffo di quello tentato dal Governo Berlusconi, ma l’obbligo di accoglienza umanitaria, a volte temporanea, altre volte pleno iure non è aggirabile.
L’ACCOGLIENZA DI CHI CERCA LAVORO
Diverso e più complesso è il caso dei cosiddetti migranti economici, ossia coloro che arrivano in cerca di lavoro. Non vale per loro il diritto di asilo. Non esistono Stati, per quanto democratici, che non si dotino di frontiere, sistemi di controllo, procedure di espulsione.
I problemi sono altri, soprattutto quattro. Il primo riguarda le contraddizioni tra politica e mercato. I nostri Governi hanno emanato sette leggi di sanatoria in venticinque anni, oltre ad altri provvedimenti minori, certificando il fatto che centinaia di migliaia di datori di lavoro (famiglie e imprese) avevano bisogno del lavoro degli immigrati, anche non autorizzati, al punto da volerli mettere in regola: più di un milione nell’ultimo decennio. Da questo punto di vista, la crisi economica ha avuto un impatto molto maggiore delle misure legislative in materia, riducendo drasticamente i nuovi ingressi. E dimostrando, se ce ne fosse bisogno, che i migranti sono attori razionali.
Il secondo problema è quello normativo. Dimentichiamo spesso che un numero crescente di immigrati è cittadino dell’Unione Europea: 1.335.000 secondo il Dossier immigrazione del 2012. Questi, anche se teoricamente a certe condizioni possono essere espulsi, il giorno dopo possono rientrare in Italia. O si riformano i trattati europei e si reintroducono le frontiere interne, oppure una parte consistente degli immigrati risulta di fatto inespellibile. Anche in questo caso, siamo noi ad aver deciso che altri valori sono superiori alla limitazione dell’accoglienza.
Il terzo nodo è quello delle risorse. Come ha spiegato il 9 luglio a Radio 1 il prefetto Morcone, alto dirigente ministeriale, le espulsioni attuate sono in realtà “molto poche”, perché sono “molto costose”, in termini di stanziamenti, personale, mezzi di trasporto, accordi con i paesi di provenienza. La domanda sui limiti dell’accoglienza da un punto di vista pragmatico va convertita in un’altra: quanto siamo disposti a spendere per espellere un maggior numero di immigrati indesiderati? Quanto personale delle forze dell’ordine siamo disposti a distogliere da altri compiti per rimpatriare, in aereo, braccianti moldavi e assistenti domiciliari ecuadoriane senza permesso?
Da qui deriva il quarto problema: occorre fronteggiare le conseguenze della limitazione dell’accoglienza, soprattutto quando si riesce a espellere solo un piccolo numero degli immigrati in condizione irregolare: 2-3 per cento, a seconda delle stime. La Fondazione Rodolfo DeBenedetti ha presentato il mese scorso uno studio in cui non solo dimostra che gli immigrati irregolari hanno una probabilità di essere denunciati per qualche reato pari a sedici volte gli stranieri regolari, i cui dati sono allineati con quelli della popolazione italiana, ma anche che i provvedimenti di regolarizzazione hanno una ragguardevole efficacia nel ridurre i tassi di devianza degli immigrati. Ne segue un’altra domanda: quanta criminalità siamo disposti a fronteggiare, e con quali mezzi, allo scopo di limitare l’accoglienza? Non conviene regolarizzare, anziché lasciare che gli immigrati non autorizzati rimangano ai margini della società?
I pensosi cultori della limitazione dell’accoglienza dovrebbero dare una risposta a queste domande. Altrimenti, occorre cercare altre strade per costruire un sistema ragionevole di regolazione della mobilità attraverso le frontiere.

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16 commenti

  1. Francesco Bedussi

    Ottima analisi, mi domando come mai sia così difficile leggere sui giornali o sentire in TV ragionamenti così, che, pur se basati su minimo di analisi e documentazione, non mi sembrano così difficili da esporre e da coprendere. La qualità del dibattito pubblico ne gioverebbe.
    A proposito di dati c’è anche da ricordare che i migranti che arrivano via mare sono una frazione molto piccola del totale.

  2. Per ovviare alla propensione a delinquere dei migranti irregolari e ai costi dell’ espulsione basta abolire la figura del migrante irregolare ed evitare di espellere chicchessia. Per evitare il tributo di vite umane dell’ immigrazione clandestina basta evitare di porre limiti all’ accoglienza. Nessuno in tal caso avrebbe interesse ad affidarsi a una “carretta del mare”, dato che il biglietto aereo costerebbe molto di meno del costo del rischioso passaggio irregolare. Apparentemente questa è implicitamente la soluzione proposta dall’ autore (nonchè da Papa Francesco). Ma quali sarebbero le implicazioni?

    • Francesco Luigi Vecil

      Non è cosí semplice prendere un aereo, addirittura avendo tutti i documenti in regola. Nel libro-reportage “Bilal” di Fabrizio Gatti, tra i compagni di “viaggio della speranza” del coraggioso giornalista c’è un ragazzo dottore di ricerca invitato a contribuire con un talk a una conferenza scientifica in Slovenia. Evidentemente ha tutti i documenti in regola per partire, ma all’aeroporto di Tripoli (dove già è arrivato attraversando il deserto sul tetto di un camion) lo bloccano e gli fanno perdere il volo, probabilmente perché la polizia è collusa con gli scafisti trafficanti di vite umane e prende una percentuale da loro.

    • AM

      Un perseguitato politico o un ricercato per crimini non possono imbarcarsi su un aereo di linea per espatriare. Sono invece costretti ad attraversare il Sahara e ad affidarsi ad una “carretta del mare”.

  3. giuseppe

    Da aggiungere che l’attuale legislazione crea una situazione da “Comma-22” per i cittadini extra-UE entrati con visto turistico e poi rimasti alla scadenza.
    Infatti non possono in nessun modo mettersi in regola (anche se lavorano), né possono rientrare al loro paese per fare tutte le carte per tornare in Italia regolarmente: alla frontiera italiana sarebbero espulsi e non potrebbero mai più entrare da noi!
    Conosco una bravissima ragazza moldava, che lavora onestamente come domestica, che si trova in questa situazione paradossale e non sa come uscirne. Può solo sperare in una sanatoria, nel frattempo vive una vita “sospesa” e nessuno la può aiutare, né può cercare un lavoro migliore perché nessuno la può assumere, non avendo i documenti in regola.

    • il padano

      non facciamo “ammaliare” da situazioni particolari. Sono tutte situazioni particolari

  4. Antonello

    Credo che si debba distinguere nettamente tra interventi di breve, di medio e di lungo periodo.
    Negli interventi di preve periodo si può ragionare a legislazione data cercando di intervenire per evitare tragedie, ma nel medio termine la gestione dei flussi migratori passa necessariamente dalle scelte demografiche che si voglio o prendere in relazione ad un certo territorio. Fino a che punto possiamo considerare la migrazione globalizzata come un meccanismo di riequilibrio della bolla demografica? Quali politiche a livello mondo devono essere prese per evitare il collasso di tutto i sistema?
    Credo che non si possa più girare intorno alla domanda fondamentale di come trattare la bolla demografica che prima o poi esploderà’.

    • il padano

      Uno stato deve legiferare per i suoi cittadini, gli eletti per i loro elettori!

  5. AM

    L’articolo mi pare ben scritto e in buona parte condivisibile. Rivela una situazione difficile per un paese che è preso alla gola da vincoli di bilancio imposti dall’Europa e che quindi non è in grado di spendere molto in questo campo senza tagliare altre spese importanti. Per la Germania tutto è più facile anche perché ha a che fare con una qualità migliore di immigrazione, condizione che non è certo da attribuire solo alla buona sorte. Conosco abbastanza l’Africa e posso dire che fra le cause dell’immigrazione in Italia seguendo la via ben più costosa e rischiosa della traversata del Sahara e del Mediterraneo oltre a quelle citate, ricerca di lavoro e di democrazia, ve ne sono altre. Fra queste vorrei inserire la fuga di ricercati per reati comuni e per chi si è macchiato di atrocità nei conflitti tribali e religiosi. Dubito ad es. che Kabobo, il picconatore di Niguarda, in fuga da un paese democratico e che gode di un relativo benessere come il Ghana, avesse già compiuto qualche grave crimine nel suo paese.

    • Maurizio Cocucci

      Riguardo la presunta posizione privilegiata della Germania in merito al tipo di immigrazione subita credo che abbia le idee un po’ confuse. Intanto le do qualche dato, così per capire di quale capacità di accoglienza quel Paese si è contraddistinto. in Germania vivono circa 82,2 milioni di abitanti. Di questi, circa 15 milioni pur avendo cittadinanza tedesca hanno radici straniere e più di 7 milioni sono gli attuali immigrati ufficiali. Di questi ultimi quasi 2 milioni sono turchi, 500 mila italiani (!), 400 mila polacchi. Tenga presente che molti immigrati che sbarcano sul nostro territorio non hanno in programma di fermarsi da noi, ma intendono proseguire per altri Paesi, anche verso la Germania. Che poi sostenga che il livello di istruzione degli immigrati turchi o polacchi o russi sia migliore di quello degli immigrati dall’Africa è da dimostrare.
      Concludo dando ragione al fatto che alcuni immigrati che sono venuti qui hanno avuto problemi (anche gravi) con la giustizia, ma le ricordo che alcuni italiani non sono stati da meno e mi riferisco a chi è legato alla malavita organizzata che proprio in Germania sta mettendo profonde radici (le suggerisco di leggere i rapporti Europol e della nostra commissione antimafia).

      • AM

        Con riferimento alla Germania ho fatto capire che non si tratta solo di buona sorte (geografia), ma anche dell’immagine che questo paese ha all’estero, ben diversa da quella dell’Italia. Per motivi di lavoro sono venuto a contatto con centinaia di africani laureati e ben pochi pensavano all’Italia come meta di immigrazione. Dicevano che in Italia vi è possibilità di facili guadagli solo per i malavitosi. Ho visitato diverse città tedesche e non mi è mai capitato di essere circondato da questuanti-ladruncoli stranieri come accade spesso in Italia. Le ragioni di questa differenza? In Germania questo tipo di immigrati non li lasciano entrare oppure impediscono loro quest’attività e quindi implicitamente scoraggiano questo tipo di immigrazione. In Italia vi buonismo da parte delle forze dell’ordine, del parlamento e della magistratura.

      • Michele Daves

        Le posso dire che in linea i massima il livello di istruzione degli immigrati turchi in francia è pari o addirittura inferiore di quello degli immigrati dall’Africa (anche se è un po’ improprio non tracciare almeno qualche distinzione nazionale), mentre immigrati polacchi e russi in media sono più istruiti. Fonte: Enquete Emploi en Continue (fr)

  6. tiberio

    circa trenta anni or sono collaboravo in un centro medico di assistenza per rifugiati e profughi gestito dalla caritas. era iniziata da poco tempo l’immigrazione verso l’italia, considerata come paese di transito nella maggior parte dei casi.
    fin da quel momento è mancata una prospettiva nella nostra società che permettesse di affrontare il problema in maniera strutturata ed organica, e nulla o poco è stato fatto per adeguarci alla nuova condizione che la storia ci imponeva: diventare un paese di immigrazione (anche se di pasaggio) e non solo di emigrazione come molti di noi ricordavano per esperienza diretta o familiare.
    in questi trenta anni si sono susseguiti provvedimenti di vario tipo ben illustrati nell’articolo, ma ad oggi manca una politica ed una prospettiva che permetta alla nostra società di far fronte alla immigrazione in maniera organica. dopo trenta anni discutiamo ancora sulla concessione o meno della cittadinanza agli immigrati, che in alcuni casi iniziano ad avere in italia anche i nipoti. continuiamo a pensare alla immigrazione con categorie mentali di quando eravamo noi emigranti, mentre oggi la realtà è del tutto diversa. pensare ad una fortezza europa significa voler creare le basi di nuovi futuri conflitti, pensare alla integrazione ed al rispetto di diritti e doveri nella nostra società per chi ci vive e chi arriva, significa ridurre oggi per domani delle inutili spese, il cui denaro potrebbe essere più utilmente essere utilizzato per creare lavoro e garantire sicurezza e rispetto di diritti e doveri. abbiamo molto da imparare dai paesi del nord europa o da alcunin paesi extraeuropei, pur con tutti i loro limiti. mi riferisco ad alcuni episodi storici precisi, il rimpatrio dei gastarbeiter in tempi di crisi economica, o ai fatti di parigi dell’ottobre 1961.

  7. Jorge Pirola

    “Non conviene regolarizzare, anziché lasciare che gli immigrati non autorizzati rimangano ai margini della società?…” a questa domanda, contenuta nell’articolo, si può rispondere positivamente in una prospettiva statica, nel senso che immediatamente avremmo circa un milione di immigrati diventati regolari e pertanto a minore propensione all’illegalità, purtroppo però in una prospettiva dinamica gli effetti sarebbero molto pericolosi. Il messaggio al mondo intero sarebbe equivalente ad un invito ad arrivare in Italia con qualunque mezzo, nella certezza di diventare come un qualsiasi cittadino italiano in termini di tutele e diritti. Non si parte mai dal vero punto fondamentale: nel mondo esistono alcuni miliardi di persone lontanissimi dai nostri livelli di benessere, quanti milioni riteniamo ancora di poterne accogliere in Italia? Rispondiamo prima a questa domanda e solo dopo discutiamo delle politiche e normative da adottare.

  8. Enrico

    Penso che il tema del limite dell’accoglienza andrà posto. Se fossero 5 milioni a voler entrare?

  9. ilmontanaro

    La domanda è : quando si penserà a fare politiche di emigrazioni inverse dal Nord al Sud.essendo l’Africa ricchissima e sottopopolata?Esattamente come furono considerate le Americhe e l’Australia nel secolo scorso?Solo questo “cotrofuoco” può eliminare la “minaccia” delle selvagge e devastanti immigrazioni in Europa….ma i politici pensano a ben altro……non oltre il proprio naso…..eppura l’Africa si raggiunge a nuoto….come la Sicilia……di Beppe Grillo.

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