logo


  1. Sarastro Rispondi
    Stai semplicemente affermando che un incremento dell'IVA ha un impatto progressivo ma non abbastanza. Non c'è alcun bisogno di ricorrere alla classificazione tra "ricchi" e "non ricchi".
  2. Giuseppe Rispondi
    L'aveva detto l'ex ministro Grilli, con grande disapprovazione della Camusso. Se, almeno in tempo di crisi, si mettesse da parte la demagogia e si prendesse qualche libro in mano....
  3. ValentinoFancello Rispondi
    La chiusa dell'articolo è certamente corretta. Ma per vedere quanto realmente pesi un imposta non basta la percentuale sul consumo totale ma occorre vedere la percentuale sul reddito totale, parte del quale viene tesaurizzata in percentuale sempre maggiore al crescere del reddito. Vista in questo modo il risultato dovrebbe tornare ad essere quello più ovvio: l' iva pesa di più sui ceti meno abbienti perchè sono quelli che spendono una percentuale maggiore del proprio reddito.
  4. Alfredo Rispondi
    Fermo restando che le imposte indirette (come l'Iva) sono inique, perchè pesano di più sui meno abbienti, come sosteneva Alessandro Galante Garrone già nel 1969 (ma è poi vero/giusto che questi possono/devono fare a meno di acquistare beni o servizi con iva al 21 o 22 che sia?), in ogni caso chi ne farà le spese saranno i soliti noti: chi evade l'iva e le altre imposte, e dichiara meno di 20mila euro l'anno (e sono tanti!), continuerà a non pagare, mentre i lavoratori dipendenti (quelli che ancora il lavoro lo hanno!) e i pensionati continueranno a pagare anche per loro! Non solo, ma se si riduce il potere d'acquisto diminuirà la domanda di beni/servizi ivati al 21 o 22%, e chi produce detti beni/servizi cesserà l'attività e altri lavoratori diverranno disoccupati. La vedo molto grigia.
  5. Andrea Meroni Rispondi
    Se pensiamo di fermare il declino dibattendo su quale ulteriore tassa farà meno male alla classe medio-bassa e frenerà meno i consumi significa che siamo fritti
  6. Andrea Meroni Rispondi
    Il senso dell'articolo è dunque: è peggio aumentare l'IVA che le accise sui carburanti (e affitti) per deprimere ulteriormente (ma meno) i consumi e impoverire ulteriormente (ma meno) la classe medio-bassa e ridurre ulteriormente (ma meno) la domanda interna. Per come la vedo io entrambe le opzioni sono pessime, che i beni di non prima necessità cominci a tagliarseli lo stato invece che farli pagare di più a noi!
  7. Massimiliano Rispondi
    Calcoli fatti basandosi sull'assunto che una famiglia con il reddito di 40mila euro è ricca. Assunto sostanzialmente falso. Se infatti si rifanno i calcoli per una famiglia con reddito di 80mila euro il risultato è che, essendo nella stessa fascia abbiamo un raddoppio del costo. Con la differenza che una famiglia con 40mila euro è sostanzialmente ai limiti, quella da 80 comincia ad essere benestante. Il problema è che l'analisi ISTAT fa riferimento ad una organizzazione della popolazione sbagliata. Gradirei vedere le stesse tabelle ordinate in base alla ricchezza, invece del reddito. O in base al numero di immobili posseduti. Scopriremmo, così, (a mio modesto parere) che le differenze sono molt pi accentuate tra le vare fasce e scalano in modo più corretto.
  8. jorge Rispondi
    Se in alternativa all'IVA si aumentassero le accise per esempio sui carburanti la decisione avrebbe effetti regressivi, pur se non si considera che l'IVA è una imposta molto più evasa delle accise. Tuttavia se invece delle accise si aumentasse la tassazione sugli affitti percepiti ben difficilmente l'effetto sarebbe regressivo: i proprietari di immobili locati si collocano certamente nelle fasce più elevate di reddito.
  9. Margareth Thatcher Rispondi
    Nello studio l'impatto è misurato su quintili di spesa e non di reddito. Se consideriamo che i più abbienti risparmiano una quota parte del loro reddito molto più elevata dei poveri (che possono avere anche risparmio negativo) e si valuta correttamente la progressività come incidenza rispetto al reddito il risultato si ribalta. Per ogni euro guadagnato, i più poveri pagano più Iva dei ricchi. Ci sono diversi studi in merito, anche per il caso italiano. Non è quindi una sorpresa il risultato del rapporto Istat, si tratta di un errata lettura di un evidenza parziale.
  10. francesco farci Rispondi
    Non è vero che un aumento delle accise aumenterebbe proporzionalmente il prezzo di vendita delle benzine mentre un aumento dell'Iva causerebbe un aumento dei prezzi al consumo superiore (vista la speculazione dei commercianti e la difficoltà di aumentare precisamente dell'1% tutti i prezzi, che quindi aumenterebbero più che proporzionalmente). E se questo è vero non possiamo quindi dedurre che l'aumento dell'Iva potrebbe deprimere i consumi (in particolare dei più poveri) più di quanto un aumento delle accise farebbe sull'acquisto di benzina?
  11. PP_TM Rispondi
    Come spunto a fare scelte ponderate è apprezzabile. Ma il ragionamento ha un buco sull'assunzione che i beni al 21% siano tutti "voluttuari". Ciò è falso. Vestirsi non vuol dire solo andare da prada, sono anche beni di prima necessità. E questa spesa è anelastica. L'impoverimento che porterebbe un aumento dell'iva sarebbe molto grave. Anche per le fasce alte.
  12. Piero Rispondi
    Sono d'accordo con l'impostazione dell'articolo, aggiungo che l'aumento dell'Iva oggi e necessario per una politica di svalutazione fiscale, in ogni caso le classi deboli vanno tutelate, e la valutazione fiscale va accompagnata anche da una politica ne risolva il problema creditizio delle imprese, non ha senso aumentare i consumi esteri se le imprese chiudono, oggi la Confindustria ha dichiarato che al nord la situazione sta precipitando e Letta afferma stiamo facendo tutto quello che è possibile, questa non è una bella dichiarazione.
  13. Francesco Rispondi
    N.B. Da una diversa lettura della tabella ISTAT sopra riportata si evince che la quota di spesa delle famiglie meno abbienti (1° quinto), per i prodotti a cui viene applicata un'aliquota IVA del 21%, è superiore, in termini relativi, a quella per i beni a cui si applica l'IVA del 4 e del 10 percento (26% contro 12,3 e 25,9) Potremmo quindi guardarla anche da altri punti di vista. E' "scontato" che le fasce più agiate destinino una quota più rilevante del loro reddito per l'acquisto di beni e servizi "di non stretta necessità", la cui aliquota IVA è pari al 21%, non avendo essi problemi di sussistenza. Ma basta questo per poter affermare che un aumento della terza aliquota IVA graverebbe più sui ricchi che sui poveri? Secondo me no. Si sta sottovalutando che essa si applichi indistintamente dal reddito che si percepisce. E' quindi chiaro che un ulteriore aumento della terza aliquota IVA sarebbe finanziato più dai ricchi che dai poveri. Ma di certo graverebbe più su quest'ultima fascia, che peraltro come noto è quella che destina maggior parte del proprio reddito al consumo.
  14. Angelico Iadanza Rispondi
    Sarebbe interessante vedere la dinamica del paniere di beni acquistati dal 1° quinto negli ultimi anni. Ho la sensazione che si saranno pure i meno colpiti dall'aumento IVA, ma perché tra crollo dei redditi e cambio dei consumi a seguito dei precedenti aumenti il 1° quinto quei beni li ha abbandonati per cause di forza maggiore più che per libera iniziativa
  15. enzo Rispondi
    personalmente sarei favorevole a una riduzione delle accise compensate da tagli alla spesa. ma questo è un altro discorso . nell'esempio portato è vero quanto detto in termini percentuali. ma quanto incidono 52 euro nella prima classe e 156 nell'ultima? probabilmente i 52 e disincentiverebbero i consumi più dei 156. un'altra cosa : in questa fase è possibile che tranne i venditori forti che scaricheranno tutta l iva sui consumatori , molti venditori saranno costretti a ridurre i margini per compensare almeno in parte quest'aumento.
  16. giulioPolemico Rispondi
    Mi sembra un buon articolo, anche se non dobbiamo trarre l'errata conclusione che alla fine l'aumento dell'IVA risparmia i "poveri" e colpisce quasi solo i "ricchi", perché comunque anche i "poveri" acqusitano beni con aliquota interessata dall'aumento (visto che i beni con aliquota non al 21% sono ben pochi). Tuttavia le distinzioni dell'articolo mi sembrano valide. Rimane però parte della recessività dovuta a tale aumento, perché se è vero che i "poveri", rispetto ai "ricchi" proporzionalmente comprano meno beni ad aliquota ordinaria, e quindi sono proporzionalmente meno interessati dal suo aumento, è anche vero che il negozio che guadagna meno a causa della riduzione dei consumi, licenzia comunque la commessa, indipendentemente dal fatto che siano stati soprattutto i "ricchi" a diminuire gli acquisti a causa dell'aumento dell'aliquota.
  17. Libero pensiero Rispondi
    Fuor di polemica, JKGalbraith diceva che ci sono pochi i campi dell'attività umana in cui la storia conta così poco come nel mondo della finanza. Mi pare che anche a Roma dovrebbero essere in grado (forse) di realizzare che è ora (20 anni fa sarebbe stata ora) di tagliare le inefficienze. La stessa esperienza Giapponese (abenomics) mi pare metta in evidenza la difficoltà di recupero ingegnerizzato dagli effetti di un grande deleveraging post scoppio di asset bubbles a debito, unitamente ai vincoli di tradizionali opzioni politiche quali stimolo fiscale -in EU precluso, o limitato...-, tassi di interesse bassi, monetizzazione del debito. La vera lezione dell'esperienza giapponese, mi pare, è che la sola alternativa a un prolungato periodo di stagnazione è quello di evitare ennesime bolle alimentate a debito, ed ulteriori accumuli di debito pubblico inefficiente. Speriamo che anche il governo di IMU-nità se ne avveda. Saluti
  18. Federico B Rispondi
    Editoriale pro-vocatorio. Mi è molto piaciuto. Ed intanto it's raning yen, alleluia...la guerra delle valute è iniziata......come abbattere il debito con altro debito, del resto (andarlo a chiedere al governo barzel-Letta di Imu-nità...)
  19. Simone Griguol Rispondi
    ma sulla propensione marginale al consumo in che modo incideberre l'iva? alla fine ok, penso che sia anche ovvio che chi guadagna 100.000 € o più all'anno, spenda di più per beni nel campo dell'iva al 21%... alla fine se uno guadagna 800€ al mese,spende una buona parte per comprarsi da mangiare e da bere in primis (quindi direi iva al 4% e al 10%...) (e magari anche l'affitto di una casa -> esente)... e con quello che rimane (se rimane) si compra anche gli abiti e poco più... non voglio dire che sia una ricerca inutile, però è un pò all' "acqua di rose" questo studio... pur senza criticare il Dott. Francesco Daveri, sicuramente un ottimo studioso
  20. Ermione D'Annunzio Rispondi
    Insomma l'aumento dell 'Iva inciderebbe su una parte dei consumi per un target di popolazione,e su altre spese per un altro target. Dati i costi esorbitanti degli affitti sul mercato sia con intermediari che privato e privo di intermediazioni: in alcune città le famiglie realmente hanno contratti d'affitto dichiarati sui quali inciderebbe l'Iva? E nelle città (o nei piccoli centri abitati dove gli inquilini sono solo famiglie perché è praticamente vietato vivere da single o in gruppi non familiari) dove i contratti non si dichiarano per consuetudine, incide l'Iva?
    • Guest Rispondi
      negli affitti l'iva è esente...