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  1. domenico schiesari Rispondi
    20.08.2018 Buongiorno Avrei la necessità di una migliore comprensione di due mie considerazioni fatte a seguito della lettura di un documento della CGIA di Mestre (2016) e di un articolo apparso in un quotidiano (2017) sulle cause possibili della Brexit. a. l documento della CGIA di Mestre del 2016 denuncia che una somma di 103 miliardi di euro l’anno proviene dal lavoro sommerso. L’ISTAT (sempre del 2016 mi pare) comunica l’esistenza di circa 4 milioni di persone che vivono al di sotto della soglia di povertà. La prima domanda che mi sono posto è quanti liberi professionisti (sono un ingegnere libero professionista), piccoli artigiani, piccoli commercianti, ecc., vivono al di sotto della soglia di povertà. La seconda domanda è se siamo in grado di individuare coloro che effettivamente hanno bisogno di aiuto non solo economico, ma anche, e soprattutto, di sostegno allo sviluppo del tasso di scolarizzazione e di conseguente professionalizzazione dei minori b. l’anno scorso ho letto un articolo di un sociologo inglese che sottolineava come una possibile causa dell’esito del referendum sulla BREXIT possa imputarsi alla riforma scolastica e del mercato del lavoro voluta dalla Thatcher. A seguito di tali riforme il ruolo sociale di operatori professionali come meccanici, elettricisti, idraulici, ecc. è scomparso nell’organizzazione della società. Conseguentemente è emerso un atteggiamento molto negativo nei confronti delle cosiddette “elite”. Non ritengo che rispolverare le corporazioni, molto importanti da un punto di vista socio-politico al tempo dei comuni, ma invece solleciterei il sindacato a sostenere con forza questa rivendicazione di ruolo, rivendicazione forse più importante di quella salariale (vedi il punto a.). grazie e cordiali saluti Domenico Schiesari Padova
  2. Bruno Rispondi
    Tante, tantissime parole che mi ricordano le discussioni sul sesso degli angeli o sulla cuadratura del cerchio. Come moderni alchimisti, tanti qui credono che siano le virgole di qualche leggina a poter proteggere meglio i lavoratori. La realtà e' completamente diversa: e' la produttività di un economia (e indirettamente la competitività di un paese) a proteggere i lavoratori! Se la torta e' troppo piccola, se ne fa una piu grande o si perde tempo (anni) a discutere di come dividerne le briciole e chi dovrà restare più o meno affamato? Mi fa pena leggere tanti commenti da lotta di classe dell'anteguerra. Gli imprenditori non sono peggiori (né migliori) della media del paese in cui vivono, ma date le condizioni in cui operano, cercano di adattarsi al meglio che possono alle difficoltà. Nonostante tutto, gli imprenditori sono e restano l'asse portante dell'economia di un paese. Dire che che sono dei furboni che se ne approfittano e' da ignoranti e ideologicizzati. Se le cose vanno male per i lavoratori e' perché l'economia non gira: e' infinitamente più facile per il governo metterci una pezza sopra con l'ennesima legge cretina che affrontare il VERO problema. Chiaramente nessuno fra quelli che non si troveranno d'accordo con le mie parole perderà un solo secondo a pensarci su... saro anch'io uno pagato dalla Troika o uno che si e' gia trovato la pappa pronta nella vita... O un Berluskoniano! Intanto lo scenario Greco si avvicina... Un emigrante (15 anni fa...)
  3. Michele Rispondi
    Le due idee base di un approccio “pragmatico ed evoluto” alla regolamentazione del mercato del lavoro: 1) ridurre il contenzioso attraverso l’eliminazione di ogni regolamentazione alla attività dei datori di lavoro. Se non ci sono regole non c’è nulla da contestare. Si potrebbe poi anche introdurre direttamente una norma secondo cui il datore di lavoro ha sempre ragione in ogni caso di contestazione; norma che certamente ridurrebbe il contenzioso giudiziale. 2) mettiamoci nei panni di un disoccupato. Mi conviene che la la legge consenta un contratto per un giorno o solo per qualche ora, così che - magari - anche domani l’impresa decida di assumermi per un giorno o per qualche ora, oppure rimanere a casa disoccupato, senza reddito, senza indennità di disoccupazione e con la famiglia affamata? Nella quasi totalità dei casi sceglieremmo la prima opzione.
  4. InvecchiatoMale Rispondi
    Molte critiche potrei fare a questo articolo del prof. Ichino; scelgo questo passo "Se davvero il loro interesse è nel senso della restrizione degli spazi per il contratto a termine, questa può essere imposta in vari modi che non implicano alcuna incertezza: per esempio restringendo la percentuale dell’organico aziendale che può essere impiegato a termine". Dico solo che il ministro Poletti (espressione politica delle idee del prof. Ichino) ha tolto la sanzione della conversione in caso di superamento delle quote. Ecco l'ipocrisia di chi sostiene di non favorire la precarietà.
  5. Michele Rispondi
    I contratti a tempo determinato sono di danno allle imprese prima ancora che ai lavoratori. Diseducativi. Si deve tornare al vecchio statuto dei lavoratori. Le vere esigenze delle imprese sono al massimo 1 o 2 lavoratori a termine ogni 100 dipendenti.
  6. Bruno Perin Rispondi
    Il contrattto a termine ha una sua precisa funzione: quella di affrontare un bisogno produttivo temporaneo. A questa funzione tutto deve subordinarsi. Per questo motivo tutti i ccnl hanno da decenni definito le causali e i costi.E' quindi ovvio che la filosofia del Degreto sia ideologica con scarsi effetti pratici o con l'aumento del lavoro irregolare o nero. E' possibile presumere che in futuro ci sarà un crollo di contratto a termine, con la soddisfazione dei proponenti, che giustificheranno il lavoro nero come "endemico" per l'Italia. L'incremento statitico di questi anni sul lavoro a termine è motivato da tre fattori: 1) una legge che lo regolamenta meglio che in passato; 2) la cresita occupazionale di registra in settori tipicamente soggetti al mercato di breve termine; 3) la mancanza di previsione industriale di commesse a lungo termine. In questo contesto ci sono le forme specupative del lavoro, sempre esistite. Costoro non hanno grandi necessità di avere personale specializzato o qualificato ma semplicemente esecutivo e di facile e immediata sostituzione e la differenza sta nel costo sostenuto non nella qualità del rapporto. Se però il governo punta a soluzioni ad effetto, qualsiasi ragionamento di merito non troverà ascolto e poco interesserà capire quali conseguenze potrà causare una legge. Come seriemente ha evidenziato Ichino.
  7. Alessandro Piu Rispondi
    Nella discussione sulla riforma del Jobs Act, con innalzamento degli indennizzi a favore del lavoratore licenziato in modo illegittimo, mi sembra si dimentichi il termine “illegittimo”. Non vedo nulla di sbagliato nel penalizzare l’imprenditore che licenzia “illegittimamente”. Anche l’obiezione che il datore preferirà non assumere a tempo indeterminato, seppure valida, nasconde un difetto grave dell’impresa italiana: non essere cresciuta dimensionalmente, crogiolandosi nella “bellezza” delle piccole dimensioni. Imprese di piccole dimensioni e poco managerializzate, non sono in grado di competere in un mondo globalizzato, se non grazie alla riduzione dei costi (lavoro in primis), a parte pochi casi di eccellenza. Prima o poi, l’impresa decotta non potrà comunque essere salvata. La sua unica speranza sarebbe aumentare di dimensioni, quotandosi, fondendosi, trovando partnership, unendosi. Una cosa che però l’imprenditore italiano ha dimostrato di non voler fare. Sulla riduzione del contenzioso verificatosi negli ultimi anni, poi, mi sembra che i commenti che si leggono in questi giorni, omettano di considerare quanto questo sia dovuto in parte anche all’inutilità di fare causa, per un lavoratore, sapendo che nella maggior parte dei casi uscirebbe perdente. Infine, la riforma Jobs act, prevedeva anche il rafforzamento delle politiche attive. Poi però Renzi è finito nella polvere e siamo rimasti con una mezza riforma, la metà peggiore per chi lavora.
  8. Enrico D'Elia Rispondi
    Il prof. Ichino pone una questione seria, che però doveva essere affrontata sin dall’inizio del processo di precarizzazione iniziato almeno 30 anni fa. Tuttavia il problema non è lo studio delle preferenze e delle reazioni di lavoratori e imprese, ma piuttosto quello del modello produttivo che si è andato affermando in Italia, basato su piccole imprese che operano spesso in regime di subfornitura e quindi devono adattarsi istantaneamente ad una domanda mutevole e volatile. Strutture di questo tipo hanno sempre meno bisogno di personale stabile, a prescindere dalle regolamentazioni del mercato del lavoro, e quindi troveranno qualche modo (legale o meno) per evitare di assumere a lavoratori tempo indeterminato. In queste condizioni, l’unica strada per stimolare la domanda di lavoratori a tempo indeterminato è quella di stabilizzare il fatturato delle imprese tramite una politica industriale intelligente e qualche commessa pubblica. Il resto rischia di essere solo l’ennesima grida manzoniana contro la peste della precarietà.
  9. giorgio ponzetto Rispondi
    Condivido ile critiche di Ichino ma faccio osservare che sia pure con soluzioni discutibili e da rivedere, il decreto affronta un problema che esiste e che troppi fra quanti in questi giorni sui media lo criticano,sembrano non avere ben presente o sottovalutare e cioè l'uso improprio e il il grande abuso che da imprese e agenzie viene fatto del contratto a termine e a cui andrebbe posto un freno. Si è passati dalla situazione degli anni 70 quando la legislazione era estremamente e assurdamente restrittiva sui contratti a tempo determinato alla situazione opposta in cui ,partendo dalla giusta esigenza di garantire alle imprese la necessaria flessibilità, si è consentito una abnorme crescita del lavoro precario Accade cosi che i contratti a tempo determinato siano utilizzati per coprire posizioni stabilmente presenti in azienda e poco legate a andamenti congiunturali, che servano di fatto per continuare per mesi e mesi il periodo di prova, per risparmiare sui costi, ad esempio facendo scadere il contratto prima della pausa estiva per poi rinnovarlo alla ripresa, evitando cosi di pagare le ferie al lavoratore. Che ci sia la necessità di porre un po' di ordine mi pare evidente da quanto succede in giro, senza bisogno di particolare ricerche o indagini comunque sempre utili
    • Henri Schmit Rispondi
      Trovo questo commento il più intelligente, di più ampia veduta, perché affronta il problema fondamentale, ignorato nella validissima critica del prof. Ichino: se decido in base all'alternativa fra un contratto a t. determinato o nessuno contratto, allora vince sempre la maggiore libertà per l'impresa del contratto a t. determinato. come proteggere (nel mondo di oggi) i dipendenti? Chiedere l'indicazione di un giustificato motivo per tutti i contratti a termine o relative proroghe che li portino a superare la soglia dei 12 mesi è assurdo perché crea incertezza. Piuttosto che decidere in base al numero delle volte che si può rinnovare un contratto a t. determinato potrebbe essere più utile ragionare sul tempo: se qualcuno lavora esclusivamente e a tempo pieno per un'impresa oltre un certo tempo, perché non dovrebbe beneficiare di tutte le garanzie di cui gode un dipendente a t. indeterminato? L'impresa farà di tutto per non superare il tempo massimo legale che non può essere troppo lungo. Senza una regola del genere l'abuso è troppo facile, in nome alle nuove esigenze del mondo del lavoro. Nuove si, ma sorrette da garanzie, minime, chiare e certe, che non cambino ogni anno o con ogni legislatura.
      • arthemis Rispondi
        inoltre: se viene scaricato sul lavoratore parte del rischio di impresa, tale rischio va remunerato (= tempo determinato deve costare di più di quello indeterminato)
  10. Mariano Cirino Rispondi
    Tutto interessante ma a chi spetta fare “esperimenti scientifici” per corroborare il pragmatismo della politica? Non spetterebbe anche e soprattutto ai ricercatori, alle università, alle imprese che vogliono innovare? Oppure dovrebbero essere “esperimenti scientifici statali” cioè finanziati con le nostre tasse? Aspetto risposta per capire l'orientamento Su questa difficile problematica Grazie
  11. Henri Schmit Rispondi
    Condivido appieno la critica dell'ex senatore Ichino, forse troppo tenera. Trovo solo inappropriato l'uso pseudo-scientifico del termine di volatilità, propria ai prezzi, mentre per la normativa è più corretto parlare di assenza di direzione e di incertezza. in grave difetto che caratterizza il paese da 25 anni. Da alcune misure demagogiche di contorno a riforme sostanziali serie della precedente legislatura siamo passati a misure essenzialmente teatrali, nella migliore ipotesi irrilevanti, ma più spesso nocive all'investimento e all'impresa e quindi sfavorevoli ai lavoratori (a parte l'aumento condivisibile del tetto dell'indennità di licenziamento). Non immaginavo che l'incoerenza, l'inconsistenza e l'incapacità potessero raggiungere questi livelli! Ma dove sono rimasti tutti gli esperti della società civile che dovevano consigliare i nuovi governanti?
  12. Luca L Rispondi
    dovevano rendere più facile e conveniente l'assunzione a tempo indeterminato, invece hanno solo reso più macchinoso il rinnovo di un contratto in scadenza tanto che al datore di lavoro conviene più assumere direttamente un nuovo lavoratore ripartendo da zero piuttosto che rinnovare un contratto in scadenza..... E non pensate che siccome il "lavoratore è già formato" questo costituisce un deterrente al turn over....1) perchè la gran parte dei lavori di massa sono lavori fungibili (operai generici, commessi, magazzinieri etc) 2) perchè le aziende comunque assumono sempre ormai persone con esperienza e già formate per quella mansione...
  13. Savino Rispondi
    Bisognava, in passato, saper dire dei no alla classe imprenditoriale e non spingersi oltre nella regressione di alcuni diritti. Questo è imperdonabile per molti politici, giuslavoristi e sindacalisti. Ora è troppo tardi, poichè, da oltre 10 anni, la carenza di crescita economica e sviluppo mette tutti negli stessi guai, imprenditori e lavoratori. E' inutile fare il guerrafondaio del mercato del lavoro, come fa Di Maio, oggi, che la guerra è finita e restano solo le macerie su cui, insieme, dover ricostruire.
  14. domenico da binasco Rispondi
    Luciddissimo esame di fatti e di comportamenti. Ma un articolo come questo resta nell'ambito degli addetti ai lavori, ci sarebbe bisogno di alte grida, con gran clamore mediatico, della Confindustria che invece ha fatto solo qualche sussurro. Confindustria che rappresenta le aziende italiane che , per capacità manifatturiera, sono le seconde in Europa, ma che demagoghi da due lire, ignoranti e velleitarui continuano a considerare fonti di molti mali.
  15. Jeriko Rispondi
    Come ha menzionato in chiusura l'unico vero potere contrattuale risiede nella possibilità di cambiare. La legislazione vigente è probabilmente sufficiente dal punto di vista dei lavoratori. Ora il governo deve impegnarsi a creare le condizioni affinché nascano nuove imprese ( e/o imprese estere investa in Italia)
  16. Giuseppe GB Cattaneo Rispondi
    Il costo dei contratti a termine deve essere più alto di quello dei contratti a tempo determinato. Mi sembra un concetto di elementare buon senso. Naturalmente nel "libero mercato" questo non è possibile perché il lavoratore più bisognoso accetterà comunque il salario offerto dal mercato, che non tiene in nessun conto il costo sociale del lavoratore. Però esiste uno strumento per riequilibrare il costo del lavoro più disagiato: il reddito minimo universale (non il reddito grillino!) associato ad una flat tax sufficientemente alta, diciamo almeno il 30%. Tutto il resto è fuffa.
    • Giuseppe GB Cattaneo Rispondi
      Refuso - il costo dei contratti a termine deve essere più alto di quelli a tempo indeterminato (in proporzione alle ore lavorate naturalmente)
  17. Giovanni Rispondi
    Mi aspettavo che il professore motivasse tutto il suo excursus sul nuovo decreto, paventando una diminuzione degli investimenti stranieri in Italia. Peccato che questi ultimi non ci siano stati negli ultimi anni jobs act alla Renzi o no.Insistere su questo tema è diventato ripetitivo, direi persino ridicolo considerati gli effetti ottenuti. Che sia la giustizia il problema? Che sia la mafia? Che sia l'incapacità di fornire servizi da parte della PA? Tutti temi su cui lei fa fatto orecchie da mercante! Saluti
  18. lucio Rispondi
    correttore automatico: causalità
  19. lucio Rispondi
    Ichino pone una questione cruciale: perché su certi temi in Italia non si fanno degli studi randomizzati? eppure nel campo economico sociale se si vogliono testare la validità di certe politiche o di certi interventi quel tipo di studi sono imprescindibili. Tutti si affannano a pubblicare articoli basati su analisi econometriche che pur validissime non possono che fornire correlazioni mentre applicate nell'ambito di studi randomizzati forniscono evidenze su casualità. Dispiace constatare che in Italia e in genere in Europa con qualche nordica eccezione il dibattito anche accademico su questi temi è ideologico o lasciato agli urlanti incompetenti, anche ieri all'incontro Di Maio Boeri su presentazione relazione Istat abbiamo assistito allo stesso spettacolo. Per quanto corroborata da dati la relazione Boeri è connotata da alcune importanti asserzioni ma prive di evidenza mentre la replica di Di Maio era del tutto priva di contenuti. Mi rendo conto che non si possa sottoporre a sperimentazione ogni singola proposta politica ma almeno su quelle principali non guasterebbe tentare. Il mondo accademico forse potrebbe fare di più per mostrare la via.