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  1. Piero Rispondi
    L’euro è stato salvato dal QE, oggi quella strada non può essere abbandonata, abbiamo già regole stringenti nei bilanci nazionali che devono giustamente essere rispettate, solo che la Bce deve fare la sua parte; deve consolidare il debito pubblico dei paesi euro, in modo proporzionale tra di loro, almeno il 50%, sono circa 5.000 miliardi. Il consolidamento deve avvenire in almeno 50 anni e deve altresì concentrarsi sull’inflazione, non è ancora riuscita a riportarla al livello prefissato del 2%. Se la Bce non va verso questa rotta che gli è permessa dal trattato europeo, basta volerlo, non occorrono modifiche, è inutile parlare di banche. Le istituzioni finanziarie sono un aiuto all’economia reale, se quest’ultima muore non ha senso parlare di banche.
  2. Henri Schmit Rispondi
    Con tutto il rispetto per il prof. Terzi e per il presidente della BCE trovo che questo articolo e l'argomento di Mario Draghi sull'artificialità della distinzione (dicotomia sembra un termine inappropriato) fra riduzione e condivisione dei rischi e sulla necessità di distinguere fra condivisione del rischio a priori e a posteriori (domanda: a quale dei due sostantivi che lo precedono il complemento di tempo si rapporta?) siano pura retorica, né giusti né sbagliati, ma semplicemente una riformulazione del problema, non una soluzione (nuova). Ovvio, se ci fosse una politica fiscale e finanziaria comune - quod non - riduzione e condivisione dei rischi viaggerebbero insieme. Ma per il momento questa non c'è, e i paesi (limitatamente) sovrani sono impegnati in sforzi di convergenza, ma residualmente liberi di interpretare questa convergenza ciascuno come meglio crede, in modo serio e responsabile, o in modo più disinvolto, furbesco. Il nodo è la legittimazione elettorale e la capacità degli attori politici nazionali di proporre politiche virtuose, cioè convergenti. Proprio le vicissitudini attuali intorno alla formazione del governo e della formulazione di una nuova politica finanziaria e fiscale evidenziano quanto le parole del presidente della BCE siano teoriche e lontane dalla realtà. Un euro a due velocità essendo assurdo bisogna rinforzare i meccanismi diversi dalla condivisione dei rischi per indurre gli attori nazionali a ridurre deficit, debito e rischi.
    • Andrea Terzi Rispondi
      La ringrazio del suo utile commento. Il termine usato da Draghi è proprio “dicotomia” ed è più appropriato di “distinzione” in quanto ciò che è in discussione non è che si tratti di due problemi distinti. È che si tratti di due problemi trattabili separatamente e "in sequenza". La condivisione del rischio ex ante significa disporre di strumenti che mantengono coesione, anche impedendo gli effetti di divergenza di una recessione dell'area. Alla fine, mi pare che le due visioni differenti siano queste: a) L’euro potrà sopravvivere premunendosi di strumenti che promuovono la convergenza b) L’euro potrà sopravvivere se i paesi vorranno convergere. L’esperienza degli ultimi 10 anni dimostra, a mio parere, che la seconda non è percorribile, e ciò in quanto, assenti quegli strumenti, i paesi divergono e l'incentivo predominante è difendere il paese dagli effetti dell'euro.
      • Henri Schmit Rispondi
        Ringrazio dell'attenzione. La mia affermazione "ovvio, se ci fosse una politica fiscale e finanziaria comune - quod non - condivisione e riduzione dei rischi viaggerebbero insieme" è sbagliata; intendevo un'altra cosa; in realtà non ci sono due metodi possibili, bensì tre. La sua alternativa "delle due visioni" è giusta, ma ignora il punto cruciale, la condivisione dei rischi. Sono d'accordo che la storia recente evidenzia che la soluzione b) non funziona. Ma la soluzione a) significa solo riduzione comune e vincolante delle politiche divergenti e quindi dei rischi, non condivisione dei rischi. Basterebbe maggiore autorevolezza, severità e potere di costrizione da parte delle istanze comuni nei confronti di quelle nazionali per assicurare politiche convergenti per ridurre gradualmente i rischi, differenti per paesi. La madre di tutti gli errori è stata quando prima la Germania poi e più a lungo la Francia hanno sforato i limiti del deficit. Dopo è più difficile dire all'Italia (ai suoi politici che cercano la rielezione) che deve rispettare i parametri. Tempo fa Merkel l'ha capito e riconosciuto pubblicamente.