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  1. Eliseo Malorgio Rispondi
    Tanti importanti commenti, coltissimi economisti, capaci di citare questa o quella teoria, non sono capaci di controbattere quel che dice Marco Saba: La creazione dal nulla del denaro, (e del debito), da parte delle banche, ottenuta appena scrivendo nel passivo patrimoniale "USCITE DI CASSA" ovvero: false, inesistenti fittizie perdite patrimoniali.
  2. Fabio Fanucci Rispondi
    Non esisterà il pensiero unico in Economia, ma esiste di sicuro il pensiero (ultra)prevalente. Mi sono laureato in Economia e posso dire che l'80% degli esami di teoria economica si basava sul presupposto dell'equilibrio economico generale neoclassico e liberista. I pochi esami con le teorie alternative erano considerati bizzarri ed erano poco frequentati. Quindi, come conseguenza, anche i laureati in Economia ragionano con un pensiero unico (o quasi).
    • Luca Rispondi
      @Fabio Fanucci: sorge la curiosità di sapere dove ti sei laureato. E' infatti risaputo che i professori di economia in Italia sono quasi esclusivamente di scuola keynesiana, quando non addirittura marxista, in quanto figli della scuola di Caffè e della vecchia divisione Dc-Pci. Un approccio talmente di parte per cui un laureato in economia, anche nel filone economico, può tranquillamente non sentir mai parlare di Hayek o Mises.
  3. Marco Saba Rispondi
    Che ne dite di risolvere il problema delle false passività da emissione monetaria nei bilanci delle banche ? Magari verrebbero fuori gli utili reali ? http://www.economiaepolitica.it/banche-e-finanza/moneta-banca-finanza/la-moneta-e-capitale-o-debito-di-chi-la-emette/
  4. Andrea Rispondi
    A supporto qualche critica del libro da Alternatives Economiques, voce ben più autorevole (= scientifica) nel panorama della critica economica in Francia. https://www.alternatives-economiques.fr/negationnisme-economique-laffaire-cahuc/00012140 https://www.alternatives-economiques.fr/messieurs-cahuc-zylberberg-decouvrent-science/00012139
  5. Andrea Rispondi
    Condivido prof. Tabellini il suo richiamo a più attenzione da parte dei politici all'evidenza empirica sofisticata che siamo in grado oggi di produrre. Sono francese e mi devo tuttavia di segnalare che il libro che lei vanta, di Cahuc e Zylberbeg, è un libro pieno di errori ed è stato, fortunatamente, ampiamente criticato (per non dire demolito) dalla critica intellettuale francese. Gli autori non si fanno problemi a definire l'economia una "scienza sperimentale" analoga alla medicina. Qui le gravi mancanze in metodologia costeggiano una totale ignoranza dell'epistemologia. Se pensiero unico c'è, questi due autori ne sono la prova vivente. In realtà, il pensiero unico riguarda soprattutto un fattore sociologico, ovvero l'estrazione della maggioranza degli economisti con incarichi di potere: università e business school dove, se non viene affatto insegnata qualche base di epistemologia e filosofia della scienza (come si può pretendersi scienziati?), sono dei panni interi del pensiero economico che vengono semplicemente ignorati - talvolta derisi! - perché non conformi ad un certo mainstream neoclassico. Negli ultimi anni si è fatta strada la viziata abitudine di chiamare "populista" ogni voce che vorrebbe ridiscutere il mainstream neoliberale e monetarista - che ha portato alla crescita delle diseguaglianze e alle crescenti asimmetrie negli ultimi anni. Tale termine è attristante. Tra gli economisti un pensiero unico certamente non esiste, ma nelle istituzioni, sì.
  6. Michele Rispondi
    Articolo interessante. Tutto perfetto tranne che nella conclusione: non mi sembre che il set di “riforme scomode e impopolari” sia così chiaro e sicuro nel risultato. In primo luogo è spesso sostenuto proprio da chi non è senza responsabilità della difficile situazione attuale. Le elite -anche tra gli economisti - dovrebbero fare una certa autocritica. In secondo luogo spesso si tratta di ricette tutt’altro che disinteressate, anzi sembrano proprio finalizzate a mantenere lo status quo. Terzo: le ricette economiche anche le migliori implicano scelte che esulano dalla pura economia ma che rientrano nella sfera politica: ad esempio tutte le politiche redistributive, che poi sono il cuore di ciò che nell’articolo viene chiamato populismo
  7. Motta Enrico Rispondi
    Sono d'accordo con quanto sostenuto nell' articolo. Vorrei però sottolineare che a sostenere certe tesi non sono solo i politici populisti, ma anche alcuni economisti. Ad esempio, la questione se "un aumento della spesa pubblica finanziato in deficit sia compatibile con la discesa del debito pubblico". Alcuni economisti, sedicenti keynesiani, spingono per l'aumento della spesa pubblica in deficit; a questo punto i politici non si lasciano scappare l' occasione, e sbandierano queste ricette, facendo a gara a chi vuole un deficit più alto, col sostegno magari di qualche premio Nobel. ( es. Krugman). Ma Keynes si starà rivoltando nella tomba, o sarà d'accordo?
  8. Maurizio Rispondi
    Articolo molto condivisibile. Aggiungerei una risposta alla Regina: l'Economia non è una Scienza nata per prevedere. Certo sarebbe bello ma sarebbe anche bello che la Medicina prevedesse i nuovi virus, che la Geologia prevedesse i terremoti e così via...
  9. gerardo coppola Rispondi
    Manca solo un aspetto di una certa rilevanza. Non ho mai sentito un economista ammettere di essersi sbagliato mentre ho sempre sentito "eh si io l'avevo detto". Non e' un grande risultato purtroppo.
  10. Roberto Basso Rispondi
    Eppure un dibattito pubblico aperto e trasparente sulle prospettive economiche e di finanza pubblica in Italia è possibile. Anzi: è previsto e organizzato dalla legge di contabilità e finanza pubblica del 31 dicembre 2009 numero 196. La legge prevede che il Governo presenti i propri orientamenti di politica economica per il triennio successivo all’anno in corso e gli effetti prodotti sui saldi di finanza pubblica, in un “Documento di economia e finanza” o DEF, entro il 10 aprile. Cioè sei mesi prima della presentazione in Parlamento del disegno di legge di bilancio (il 20 ottobre). Tra i due momenti, un’ulteriore occasione: la Nota di aggiornamento al DEF (entro il 27 settembre). Il DEF è un atto del Governo che consente al Parlamento (e a tutti gli osservatori interessati, quindi all’opinione pubblica) di discutere delle prospettive economiche e di fare conoscere alla collettività gli orientamenti dei singoli partiti o coalizioni attraverso specifiche risoluzioni. La presentazione del DEF da parte del Governo non determina alcun effetto immediato (non è una legge che interviene sulle disposizioni in vigore di spesa o di entrata). E non è oggetto di approvazione o bocciatura da parte delle Camere ma di mero confronto in ordine alle opzioni di politica economica. Peccato che nelle scorse settimane si sia parlato del DEF come di un potenziale “golpe economico”. Un’occasione persa per conciliare programmazione economica e democrazia formale e sostanziale.
  11. Cicci Capucci Rispondi
    Condivido e applaudo. Peccato che Tabellini e chi comprende e apprezza i suoi scritti siano un piccolo rivolo in un grande fiume fatto di pattume intellettuale nel quale sguazzano politici pescecani pifferari, che guidano masse di analfabeti funzionali, lemming decerebrati. Non ho speranze, il nostro futuro sarà nelle mani di personaggi alla Orban, alla Erdogan, alla Putin.
    • Salvatore Penzone Rispondi
      E meno male caro Cicci Cappucci perché le politiche economiche alla Tabellini portano alla distruzione dell'economia nazionale, vedi governo Monti, che ha potato il paese in recessione come attestano le condizioni di povertà in cui versa una buona fetta della popolazione e come dimostrano tutti i parametri inerenti alla sua azione nefasta: dal calo del PIL e della produzione industriale, all'aumento del debito pubblico e della disoccupazione. Poi a proposito di Putin, come lei forse non sa, i veementi attacchi mirati, come l'aver portato fino a 30 dollari al barile il prezzo del petrolio e le sanzioni, che avrebbero dovuto ridurre la capacità di spesa e la possibilità di approvvigionarsi, lo hanno spinto a rinnovare il proprio modello di sviluppo permettendogli di uscire vincente dall'offensiva che l'occidente ha esercitato contro la Russia. Caro Cicci Cappucci ormai è chiaro a tutti che la dottrina del libero mercato nel suo pratico appalesarsi si configura come una vera e propria forma di colonialismo, dove ad agire sono in prima persona gli stessi soggetti che una volta si nascondevano dietro le politiche colonialiste degli stati nazionali. Forse i nostri economisti mainstream non se ne sono accorti, ma dovrebbero rifletterci sopra prima di supportare con le loro campagne il piano delle potenze egemoni.
  12. EzioP1 Rispondi
    Nell'economia reale lo sviluppo si raggiunge alimentando il ciclo: demografico, lavoro, consumi. Più consumatori ci sono e più hanno capacità di spesa, più cresce la domanda di beni e la produzione. C'è poi l'economia finanziaria il cui ciclo è delineato da: profitti, investimenti o consumi delle imprese, riduzione dei prezzi o miglioramento dei prodotti con conseguente creazione di obsolescenza, quella tecnologica e quella per legge e normativa. Entrambi sono cicli virtuosi che però necessitano in parallelo della fiducia dei consumatori nel sistema socio politico. Se questa viene a mancare i consumatori si trasformano in risparmiatori, è ciò che accade nel mondo di oggi in USA, in Europa e in Giappone. Onde evitare poi l'eccesso di capitali fermi, la politica finanziaria agendo sui tassi contiene i risparmi e incentiva gli investimenti. I tre modelli sono interdipendenti e governano lo sviluppo del paese.
  13. Franco Rispondi
    Quello che manca è un serio dibattito tra economisti pro e contro la linea economica dominante in europa. In televisione chi è contro raramente ha spazio nelle trasmissioni. Tutto il contrario di quello che Lei afferma. Ho visto poche volte economisti del calibro di Alberto Bagnai confrontarsi con altri economisti e dovrebbero farne di più di questi confronti.
    • Massimo Rispondi
      Io sinceramente vedo soprattutto gente che di economia non ne sa proprio, in televisione. Indipendentemente che sia pro o contro (qualunque cosa questo voglia dire). Però mi dispiace, se partiamo dal dire che Alberto Bagnai è un economista di calibro, non ci siamo proprio. Stando al suo CV, alle sue pubblicazioni e alla sua carriera, è un economista mediocre.
  14. Mario Angli Rispondi
    Lascio giusto un articolo, chi vuole poi si legge il paper intero: http://blogs.lse.ac.uk/brexit/2018/03/08/how-the-economics-profession-got-it-wrong-on-brexit/ Il fatto che poi si debba appellare al principio di autorità perché politiche tipo ''lavori temporanei e part time'', ''immigrazione di massa'', ''outsourcing'', ''libertà di movimento dei capitali (aka evasione fiscale)'' hanno fallito è tutto un altro discorso. Nessun tipo di ''educazione'' (all'inglese, in italiano è istruzione) può fare il lavaggio del cervello ai popoli europei e convincerli che la società sta andando meglio, quando è ampiamente osservabile il contrario.
  15. Marcomassimo Rispondi
    Articoli come questo dimostrano in modo evidente che il pensiero unico esiste; e più esiste più cerca di confondere le acque e dire che non esiste spacciandosi per “verità scientifica” super partes; in verità il pensiero economico non può essere mai “super partes” in quanto alla fine della fiera ci saranno sempre quelli che si arricchiscono e quelli che si impoveriscono; e metterli d’accordo e dire chi ha ragione e chi torto è impossibile; il pensiero economico certamente che non è una scienza esatta, ci mancherebbe altro; esso è più che altro un elemento culturale di una società, come il pensiero politico, la interpretazione storica, le espressioni artistiche, il modo di vestire, ecc.; esso varia e muta secondo una miriade di fattori economici, sociali, di potere, di distribuzione della ricchezza; inutile dire che, come tutti le espressioni culturali, tende a pendere naturalmente dalla parte del Potere; per avere una rapida riprova di questo basti considerare dal punto di vista economico un personaggio storico come Roosevelt; ai suoi tempi considerato un genio ed un salvatore dell’umanità con le sue politiche keynesiane; oggi considerato un volgare populista come gli altri
  16. Maurizio Rispondi
    Tutto condivisibile, avrei solo un'aggiunta da fare. Alla Regina avrei risposto che l'Economia non è una Scienza nata per prevedere. Certo sarebbe bello, ma sarebbe anche bello che la Medicina prevedesse i nuovi virus, che la Geologia prevedesse i terremoti, ecc..
    • Alumno pentito Rispondi
      L'economia in quanto scienza non dura è nata per studiare il passato e possibilmente prevedere l'andamento delle politiche economiche e dell'economia in generale. È un'arte (ho grosse remore a definirla scienza) che se non svolge un compito di lettura del presente e previsione del futuro perde senso e ben può limitarsi ad essere una disciplina storica. Trovo incompresibile che Tabellini la definisca scienza sperimentale quando ovviamente non lo è, mancando le sue teorie di qualsiasi riproducibilità sperimentale.
  17. Mario Rispondi
    Non si capisce per quale ragione bisogna scrivere un libro e/ un articolo per sostenere che al pensiero unico non c'è alternativa. Se fosse vero, perché tanto accanimento nel difendere questa tesi? La verità è un'altra: la Politica è il dominio delle alternative, le alternative ci sono sempre (non tanto perché "in economia non vi sono leggi universali che valgono con esattezza e precisione", ma perché è impossibile predire il corso futuro della storia), e questo è talmente vero che qui si è sentito il bisogno di difendere tale paralogismo contro l'avanzata dei "populismi". A ben vedere, sono proprio i c.d. "populismi" a dimostrare che l'alternativa c'è, ed ogni volta che questa è supportata dalla volontà popolo sovrano (e si dà nel rispetto dell'alveo costituzionale) è da considerasi non solo valida ma anche legittima, anche se non condivisa.
  18. Claudio Mazzantini Rispondi
    La vogliamo smettere di continuare a raccontar favole? Sono Ignorante in materia ma non stupido.So benissimo che questo commento non sarà pubblicato,ma vorrei chiederle: continuiamo a parlare del sesso degli angeli,lei sa benissimo che la gestione del denaro è in mano privata,vogliamo parlare del Signoraggio o no,ogni Stato deve tornare proprietario del proprio Istituto di emissione,regolando l'emissione del denaro in base ai bisogni della spesa pubblica e finanziando le idee innovative creando così ricchezza,i rubinetti devono essere regolati in maniera tale da garantire un flusso che non crei eccessiva inflazione.Naturalmente occorre una classe politica seria e lungimirante cosa che purtroppo non abbiamo.Vogliamo parlare delle concessioni autostradali (regalate ai privati)quando la manutenzione durante il controllo dello Stato era migliore di adesso ed i soldi rimanevano in cassa.Ricordiamoci che non erano in deficit.
    • Francesco Rispondi
      Ecco, il suo è un esempio perfetto di ignoranza economica e di rifugio in soluzioni semplicistiche
  19. Piero Rispondi
    iDebiti publ+priv oggi son a livello post ww2 1945 in tutto il mondo, e non diminuiranno bensî aumenteranno ulteriormente come sanno e dicono tutte le Banche d'Affari e gli Istituzionali nei loro rpt piú o meno riservati. E siccome sono irrimborsabili verranno sempre piú Sterilizzati (cioè de facto annullati) con dosi di Qe (e nel LT addirittura di Helicopter Money) che oggi vi sembran follia. Bisognerà semplicemente aspettar che Tappering produca IperPanico x costringer Bc a ristampare. La prima parte di questo msg son meri fatti e se non li sapete fate un pó di analisi comparata di LT. La seconda è una mia interpretazione non certo inferiore a quella degli economisti ed dei vari Fmi che mi giudicano un visionario. Ai posteri l'ardua sentenza: avrò ragione (di nuovo) io oppure voi ? Cordialità e Buona Pasqua
  20. Fabrizio Fabi Rispondi
    Il prof. Tabellini dice bene, ma gioverebbe essere più specifici. Giustissima la condanna del "far valere il principio di autorità scientifica anche quando non vi sono conoscenze consolidate". Mi pare che valga soprattutto per la Macroeconomia, che era debole già all'origine, in un mondo statico, e ormai aiuta ben poco (essa si basa su fra aggregati economici delineati in modo rudimentale, come il PIL, l'occupazione, ecc., e su loro correlazioni misurate sui dati del passato; inoltre, tendenzialmente trascura la distribuzione dei valori individuali entro ogni aggregato, lavorando così solo sulle medie; mi sembra dubbio che i maggiori dati e studi empirici possono servire, come invece servono in ambito microeconomico, poco usato nelle scelte pubbliche). Poi c'è il problema della crescita spropositata degli intermediarii puramente finanziari, che alterano la capacità segnaletica dei prezzi "di mercato", indebolendo ulteriormente la fiducia del pubblico. In questa grave crisi di credibilità della teoria e soprattutto della pratica economica i demagoghi hanno inevitabilmente ampi margini per inserirsi.
  21. enrico petazzoni Rispondi
    "la moneta fiscale come antidoto all'euro, la flat tax al 15%, l'affermazione che un aumento della spesa pubblica finanziato in disavanzo sia compatibile con la discesa del debito pubblico. Queste proposte o affermazioni non stanno in piedi da un punto di vista economico e si scontrano con le conoscenze consolidate degli economisti". Se queste sono le premesse è inutile tentare un qualunque dialogo.
  22. Alessandro Petretto Rispondi
    Grande contributo, Guido! Una grande saggezza combinata con solide basi culturali. E' proprio la complessità e l'assenza di verità assolute della disciplina economica, quella vera, che la rende invisa ai ciarlatani che invece necessitano di affermazioni forti, piegate alle loro convinzioni e ideologie. Quanto al pensiero unico e all'ideologia liberista, cui sono attribuiti tutti i guasti dell'epoca contemporanea, ricorda un pò la parabola degli untori del Manzoni. Il fatto è che spesso prevale, in particolare da noi, la spinta a scaricare su altri le responsabilità che in realtà sono nostre come membri della società. La scienza economica, quella venutasi a formare con il contributo di tanti grandi pensatori nel corso del novecento, diventa un bersaglio eccellente a tal fine, perché, per essere compresa e opportunamente diffusa, richiede studio e applicazione. Le distorsioni nei meccanismi di accesso alle riviste più accreditate e quindi negli sviluppi delle carriere accademiche sono evidenti, ma non inficiano il dato di fondo del grande progresso di questa scienza.
  23. Henri Schmit Rispondi
    Innanzitutto bisogna distinguere fra analisi di dati e fatti ove si può parlare di verità (coerenza e falsificabilità), e politiche o ricette economiche, sempre solo prudenziali. Gli economisti si occupano pure di alte ancora: Kenneth Arrow ha ricevuto il premio Nobel per un lavoro, base della teoria della scelta collettiva razionale e democratica, di logica pura, in buona sostanza una riformulazione del paradosso di Condorcet, rimasto lui senza premio. Poi gli economisti applicano il loro metodo econometrico al mondo politico, costituzionale e quindi giuridico dove la confusione fra fatti e diritti può essere molto perniciosa.
    • Mauro Rispondi
      Articolo molto interessante. Piccola osservazione critica. "Anche in Italia, il populismo, di destra come di sinistra, spesso avanza proposte semplicistiche e miopi: [...] l’affermazione che un aumento della spesa pubblica finanziato in disavanzo sia compatibile con la discesa del debito pubblico". Questa affermazione sembra in realtà corretta (si veda per esempio DeLong & Summers "Fiscal Policy in a Depressed Economy" 2012). Forse sarebbe stato meglio scrivere: "un aumento della spesa pubblica finanziato in disavanzo sia SEMPRE compatibile con la discesa del debito pubblico".
  24. bob Rispondi
    prof la capacità di critica si alleva nelle scuole con determinati percorsi di istruzione fatti, a mio avviso, dando priorità iniziale agli studi umanistici. La scuola intesa come formazione dell' uomo sia nell'apprendimento, del ragionamento della critica analitica è la scuola. Il resto dovrebbero essere corsi di formazione più o meno lunghi fatti successivamente alla scuola. Ma la cultura critica per il potere e come l'aglio per il vampiro
  25. thomas Rispondi
    Quanto conta in tutto ciò l'assenza di un sano e vero dibattito sulle riviste accademiche, con editor cecati e monocoli che giudicano per cordate amicali più che per le idee espresse o la qualità del lavoro o, peggio ancora, per opinioni da bar sentite intorno ai caminetti? Quanti sanno con precisione riportare l'opinione dei loro colleghi e l'argomento sul quale quell'opinione si basa, piuttosto che il numero di riviste top collezionate? Mi pare chiaro che a una parte relativamente ampia del mondo accademico non interessi assolutamente nulla del dibattito di politica economica; interessa avere l'American Economic Review per fare carriera. Poi se quello che scrivi è quello che pensi o quello che pensa l'editor non importa granchè. Desolante.
    • Henri Schmit Rispondi
      Bravo! Negli ultimi 4 secoli la verità, quello che la posterità ha dichiarato tale, e la produzione accademica hanno solo raramente coinciso. Ma il consenso accademico è sempre preferibile alla concorrenza fra chi grida più forte alla tv, o chi vi vende di più.
  26. Alberto Olmi Rispondi
    Eccellente contributo. Dobbiamo anche ricordare che l'economia è disciplina ad alta intensità epistemologica e assieme strumento di cui amano appropriarsi pragmaticamente le élite; le stesse che in questa fase storica hanno perso grande credibilità. La rivalutazione della prospettiva dell'economia civile e il ritorno a considerare una variabile critica la struttura della governance territoriale nei modelli di sviluppo industriale (Piore, 2017) sono due sintomi che indicano a economisti, accademia e percorsi formativi di attrezzarsi maggiormente a rispondere a nuove sfide. Una formazione di impostazione più umanistica, maggiori strumenti di ricerca sociale anche qualitativa forse possono aiutare oltre i big data.
    • P. Aghsow Rispondi
      Giuste osservazioni, ma due precisazioni per quanto mi concerne: a parer mio se lei considera le "èlite" come classi estremamente benestanti, mi trova relativamente d'accordo. Ma se lei intende anche in questa categoria, studiosi o intellettuali della materia, posso in mia opinione dirle che non è vero che abbiano perso credibilità nei confronti di chi lavora a certi livelli o conosce in che posizione è il mondo. Tutt'al più, avranno perso credibilità verso gente che la materia la ignora, persone a cui è indirizzato come invettiva questo articolo. Aggiungo che le discipline sono di chi le studia e le usa. Quindi sopratutto le "èlite" in senso di "ricchi" (questa volta) ovviamente sono sempre stati interessati. Ho paura che lei utilizzi il termine "appropriarsi" in senso negativo, ma credo in realtà che tale situazione rispecchi un fatto normale della società, l'interesse della ricchezza e delle scienze ad essa connessa per i ricchi. La seconda precisazione, più uno spunto di riflessione forse, è la discussione relativa ad "umanizzare" la scienza economica. Molti ne parlano, ma non ho ancora mai visto un economista che utilizzi un metodo di ricerca differente per poi essere scambiato "solo" per un sociologo o essere denominato con altra targhetta (non è una critica al lavoro, ma mi pare molto quella discussione banale che veniva fatta a favore dei pompieri che rischiavano la vita per £2milioni al mese in mezzo ad una trasmissione di pallone. Cose diverse; ad ognuno il suo.)
    • P. Aghsow Rispondi
      Resto certamente d'accordo sull'innegabile realtà che l'economia debba rinnovarsi, come lei suggerisce, per le nuove sfide del futuro.
  27. Franco Tegoni Rispondi
    L'idea che non esistono ricette semplici o miracoli dovrebbe essere assunta soprattutto dalla politica, dagli attori della politica. Ma la politica è scomparsa e al posto di veri attori della politica ci sono delle comparse improvvisate. Chi ci potrà salvare dai venditori di pozioni magiche?
  28. Edo Pradelli Rispondi
    "......probabilmente non vi sono alternative alle riforme scomode e impopolari che molti osservatori esterni ci suggeriscono da tempo." Quali sono queste riforme?
    • Fabio Rispondi
      Effettivamente quella frase finale dell'articolo sembra in contraddizione con quasi tutto quello che viene detto prima, in particolare che in economia non esistono certezze. L'unica certezza, in Italia, non è economica ma finanziaria. Vale a dire, l'elevato debito pubblico. Considerati gli errori passati dei praticanti questa professione (tra i quali mi annovero), l'unico ruolo che può avere un (macro)economista oggi è di ricordare sempre che ogni azione di policy debba essere improntata dal principio di prudenza sul lato della finanza pubblica. Tutto quello che abbiamo sentito in campagna elettorale non era improntato su questo principio così come poco di quello che si continua a sentire dagli economisti di quei partiti che con più probabilità formeranno il Governo nelle prossime settimane.
  29. P. Aghsow Rispondi
    Ottimo articolo, come sempre, dell'ottimo Maestro Tabellini, che perfettamente analizza una congiuntura, permettetemi, più intellettuale che economica. Oggi si deve parlare con chi solleva i dubbi per partito preso, birbanti che nascono forse anche per errori del passato, come suggerisce il professore, ma che in mia opinione sguazzano nella loro incapacità di analisi e di apporfondimento. Incapacità ovviamente poi riportata tramite il webbe. Spero che il dibattito sano risorga e che smetta di esistere questa accozzaglia di idee malsane (perchè piaccioni ai più), pregando che non debbano essere confutate perchè verranno applicate. Insomma, spero in una continua discriminazione dei ciarlatani, magari applicata con forza e con determinazione (perchè no, anche per vie politiche) da uomini che conoscono e che hanno un certo carisma. Riportiamo il dibattito sui binari corretti, riportiamo il mondo nella giusta direzione.
    • P. Aghsow Rispondi
      Relativamente a "pregando che non debbano essere confutate perchè verranno applicate" intendevo "pregando non debbano essere confutate dalla realtà stessa nel caso dovessero essere applicate"
  30. Savino Rispondi
    L'altro giorno in un mercato rionale ho ascoltato con queste orecchie dire che Alexander Fleming era un cretino mentre Mark Zuckerberg sarebbe un eroe. Guru e stregoni di varia natura hanno usurpato chi ha dedicato una vita allo studio per il progresso e la civiltà.