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  1. Federico Leva Rispondi
    Astrattamente si potrebbe anche pensare che i partiti candidino piú donne nei collegi uninominali difficili perché riconoscono che sono piú brave, o comunque che si danno da fare di piú, e che quindi sono l'unica speranza di vincerli. Forse quest'analisi avrebbe piú senso per i partiti minori, che comunque non hanno nessuna speranza di vincere all'uninominale, o per i collegi plurinominali dove il contributo del singolo dovrebbe contare meno?
  2. bob Rispondi
    una società un Paese che parla di quote è un Paese che offende l' intelligenza umana un Paese medioevale. Cosa garantisce alla società mettere per decreto una persona diverso per sesso?
  3. GiorgioIV Rispondi
    A quando le quote blu (o rosse o gialle) nella scuola? Magari c'è una ragione. Chissà perché non se ne parla mai.
  4. Cets Rispondi
    Mi chiedo come si faccia a ritenere come positiva la mera presenza di più donne in Parlamento rispetto alle precedenti legislature: questo è un dato neutro, né buono né cattivo in sé. Le donne sono sotto rappresentate perché sono poche coloro che si candidano in primo luogo alle elezioni (anche comunali, dove oggettivamente la selezione del partito è meno severa rispetto alle politiche) e in generale si mostrano meno interessate alla gestione della cosa pubblica: perché forzare a tutti i costi l'ingresso di donne nelle cariche pubbliche, a scapito pure del principio meritocratico, ben più importante di quello meramente rappresentativo? Perché alle quote rosa non si aggiungono quote per altri gruppi sotto rappresentati in Parlamento, come gli stranieri, i musulmani, gli ingegneri, i biondi, etc...? Il sistema dei partiti di rispettare solo in parte la legge sulle quote rosa evidenzia come vi siano poche donne con un ruolo essenziale per il gruppo politico, e questo, se davvero vuole costituire un problema, è costituito interamente dalle donne che non partecipano al processo politico.
    • arthemis Rispondi
      @Cets: il punto semmai è che sembra esserci una prassi generalizzata per la quale le donne candidate a queste elezioni, quindi interessate al processo politico (ce ne sono, a quanto pare...), non vengono messe nelle medesime condizioni dei colleghi uomini - e quindi ne finiranno poche in parlamento. Qui non si sta parlando di una minoranza da riserva indiana, ma di un gruppo -eterogeneo, sicuramente- che costituisce metà e oltre dell'elettorato.
      • Luca Ba Rispondi
        E in che modo non sarebbero messe nelle condizioni dei colleghi uomini? Se sono candidate basta essere votate e se le donne votassero altre donne essendo la la metà ed oltre dell'elettorato le suddette sarebbero sicure di essere elette. Evidentemente le donne non votano altre donne oppure molto più banalmente lo spessore delle candidate è tale da non attirare voti.
        • arthemis Rispondi
          Il punto è che per le donne sono state utilizzate più spesso le pluricandidature, così formalmente in ciascun collegio la legge è stata rispettata ma le elette hanno poi dovuto lasciare il posto a colleghi uomini.. (vedi altri articoli su lavoce.info)
  5. Henri Schmit Rispondi
    Può essere utile convincere e incentivare i partiti politici a promuovere le donne per una rappresentanza più equilibrata. Ma tutti gli obblighi elettorali, costituzionali o legislativi, coercitivi (come quelli discussi nell'articolo) producono più danni che benefici e sono in ultima analisi incompatibili con la teoria della rappresentanza politica, a meno di trasformare i bicameralismo in un sistema di due camere perfettamente paritarie, una per gli uomini l'altra per le donne. Per fortuna nessuno, finora, propone una sciocchezza del genere.