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  1. Henri Schmit Rispondi
    Sono d'accordo, il problema è la definizione convenzionale della stabile organizzazione come criterio di tassazione. C'è però anche chi - per esempio l'Istituto Bruno Leoni - difende il vecchio regime in nome della concorrenza internazionale. Serve a poco dare le colpe all'OCSE (che produce ottimi studi in vari campi, dall'economia ai sistemi elettorali, ma) che è (solo) un'organizzazione internazionale; sono gli Stati membri che si devono muovere; cioè prima i governanti devono capire, superare le resistenze dello status quo e delle lobby che ci campano (multinazionali, i loro esponenti, i loro consulenti, l'élite ricca che condiziona anche le elezioni), e avere poi il coraggio di proporre una soluzione coerente, che regga nel tempo. Siamo ancora molto lontano! Ultima osservazione: non si può - come fa la stampa finanziaria - applaudire alla bravura italiana quando una sua multinazionale crea e usa da decenni montaggi fiscali nefasti per il fisco italiano e denunciarli ora quando giovano alle multinazionali del web.
  2. Marco Rispondi
    Condivido in pieno e sottolineo un aspetto. 3000 transazioni in un anno, per chi incassa pochi euro per transazione, significa far rientrare tra le aziende che pagano la webtax anche le tante piccole startup che fatturano meno di 100.000 euro all'anno. Se si voleva incentivare la crescita digitale, mi sa che si sia sbagliato qualche calcolo.
  3. Emilio Meneghella Rispondi
    A cosa serve questa prima web tax? Serve a far scrivere ai giornali italiani che il Paese ha dichiarato guerra alle multinazionali che fanno di ogni economia terra di conquista. A null'altro serve questa prima web tax.