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  1. maurizio angelini Rispondi
    A conferma della sua analisi cito il caso di un Liceo Classico Padovano che conosco bene. I risultati conseguiti da studenti e studentesse "ex" negli esami di ammissione alle facoltà universitarie li collocano storicamente ai livelli più elevati: ma l'80% dei genitori di quei ragazzi è laureato, un 60% sono figli e figlie di esercenti professioni intellettuali, il 70% dei medesimi ha entrambe i genitori che lavorano; i figli di operai sono il 4%, i provenienti da famiglie straniere di prima emigrazione sono il 2%; i disabili inseriti non esistono. A queste condizioni si fa presto a "sfornare" i migliori!
  2. Alice Dominici Rispondi
    A livello nazionale, queste sono considerazioni giustissime. Aggiungerei che, siccome gran parte delle possibilità di inserimento nel mondo del lavoro dipende da quanto gli studenti sono esposti a quest'ultimo durante gli studi universitari, si crea un netto divario tra pubbliche e private, andando ad ampliare le disuguaglianze generazione dopo generazione. Va anche considerato, però, il possibile effetto che questo tipo di valutazione ha sulla formazione offerta: c'è la questione quasi filosofica quindi, di stabilire se l'università debba essere una palestra in vista del lavoro o se invece dovrebbe focalizzarsi sulla cultura in quanto tale, e formare opinioni e metodi che gli studenti potranno applicare nel lavoro in forma indiretta. Credo che trovare lavoro sia ben più facile nel primo caso. Quanto poi alla valutazione della didattica, è pressoché inesistente nella compilazione di questi ranking, soprattutto a livello internazionale: conta molto di più la rilevanza della facoltà nell'ambito della ricerca: non sempre però tante pubblicazioni o citazioni sono indice di un buon insegnamento, ci sono da considerare gli incentivi spesso distorti posti dalle riviste scientifiche per poter pubblicare (soprattutto nelle scienze sociali!), e ovviamente le capacità didattiche del singolo ricercatore, che non devono mai essere date per scontate.
    • Amegighi Rispondi
      Sono un docente universitario, dell'area scientifica e con esperienza estera sia di insegnamento che ricerca. Concordo pienamente con le sue argomentazioni. Nel settore della ricerca, se il ranking e altri sistemi bibliometrici hanno avuto un merito, è stato sicuramente quello di aumentare le entrate di taluni editori e giornali, di abbassare il livello culturale generale (si può sapere tutto sulla punta di uno spillo, ma non sapere a cosa serve uno spillo), di creare una ricerca settorializzata e quindi autoreferente, omogeneizzante più basata sull'esercizio del tecnicismo piuttosto che dell'idea e della teoria, di portare persone inesperte a dirigere e distribuire le risorse (tanto basta vedere il ranking), di portare quasi all'estinzione interi settori della ricerca di base, di far appassire il punto chiave della ricerca di base, cioè la libera fantasia alle idee della mente. La didattica è stata totalmente svilita, ma nelle grandi università americane si è salvata per i fondi e per il fatto che è svolta da persone totalmente dedite ad essa. Dei professionisti della didattica (vedi UTunes), che possono lavorare in virtù di un altro aspetto che noi bellamente dimentichiamo e che nessun politico vuole affrontare: il valore legale del titolo di studio. Se questo fosse introdotto, così come fosse ripristinata una certa valutazione della didattica per la progressione di carriera (attualmente assente), e le Università fossero messe in competizione, sicuramente miglioreremmo.