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  1. Marcomassimo Rispondi
    Tutto giusto e sacrosanto, però senza una politica di piena occupazione di tipo KEYSIANO sono parole e intenzioni che lasciano il tempo che trovano; il sistema liberista attuale che domina nel mondo vede la piena occupazione come il fumo negli occhi e viceversa prospera sulla sottoccupaziomne e la precarizzazione che mantiene bassi i costi del lavoro e fa lievitare un certo tipo di profitti a carattere "estrattivo"; se non si parte dalla analisi della radice dei fenomeni è velleitario cercare poi di metterci qualche pezza estemporanea.
  2. Renato Fioretti Rispondi
    Le le diseguaglianze nell'occupazione sono frutto delle diseguaglianze di conoscenze.E' una bella idea intorno alla quale esercitarsi ancora. A mio avviso, le diseguaglianze nell'occupazione, con effetti sui redditi, hanno tutt'altra motivazione. Nascono da un fenomeno che, da almeno, venti anni, si va affermando in Europa e in Italia. E' la frammentazione e la disgregazione sindacale che ha prestato il fianco a un vero e proprio capovolgimento di quella che, in tempi ormai remoti, veniva etichettata "Lotta di classe". Oggi è l'epoca in cui il sindacato e i lavoratori hanno perso terreno a tutto vantaggio delle classi dominanti; tra queste, i datori di lavoro. In particolare in Italia la flessibilità del lavoro ha finito per tradursi in semplice precarietà. II giovani di oggi saranno gli anziani pensionati di domani con trattamenti pensionistici che (forse) riusciranno a garantirgli la sussistenza in vita e questo, a mio avviso - ben confortato da eminenti esperti di legislazione del lavoro e dalle analisi di un "certo" Luciano Gallino - ha poco o nulla a che vedere con le eterogenee "diseguaglianze di conoscenze"! Sono il semplice ed inevitabile frutto di un mercato del lavoro che ha livellato "al ribasso" le garanzie e le tutele. Lavori a progetto, false partite Iva, interinale, T. D. reiterato e immotivato, T. I. senza art. 18, Jobs act con la bufala delle "garanzie crescenti" determinano diseguaglianze reddituali e produrranno quelle pensionistiche.
  3. SAVINO Rispondi
    Possiamo dirlo apertamente che agli italiani non frega nulla dei giovani, intesi sia come meno giovani (fino ai 40-45 anni) sia come giovanissimi. Ancora una volta, la prossima campagna elettorale sarà tutta incentrata sull'assistenzialismo e sulle regalie di sussidi e previdenze, dal reddito di cittadinanza (m5s) all'abbassamento dell'età pensionabile (pd), dalla richiesta, addirittura, dell'abolizione della legge Fornero (lega), alle ipotesi fantasiose di pensione alle casalinghe (forza italia). Ancora una volta, gli obiettivi dichiarati saranno due: massacrare i giovani e sfasciare i conti pubblici (che significa, di nuovo, massacrare i giovani). L'inserimento nel processo produttivo è solo con lo status di schiavo moderno, mentre i fannulloni anziani (si pensi alla P.A.) sono tutti al caldo o sotto l'ombrello. Ogni centesimo pubblico è solo per gli anziani. Credo non si possa fare altro che lasciare questo posto al suo destino di abbandono e di declino e che si detta fare ciò anche con una punta di razzismo e di pregiudizio verso un popolo tutto volto al tesoreggiamento fine a sè stesso e alla paura ed avarizia della sua terza età.
  4. Giuseppe G B Cattaneo Rispondi
    Il sistema previdenziale italiano è completamente sballato, ma lo è stato a partire dalla riforma del 69. La previdenza nella società futura è un problema irresolubile se non si parte dal concetto che lo Stato deve garantire la previdenza a condizioni di favore solo per un importo limitato uguale per tutti, lasciando ad altre forme di risparmio il reddito eccedente. Accanto a questo tipo di previdenza occorre introdurre UBI Universal Basic Income. Tutto l'eccedente non può riguardare lo Stato, ma questo minimo uno Stato moderno è e sarà obbligato a garantirlo. Proviamo a immaginare di partire da qui.