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  1. P.PIERANGELINI Rispondi
    Partiamo dal fatto che ( teorema di arrow) non esiste un sistema elettorale perfetto. Certo un sistema più proporzionale garantisce maggiore partecipazione e spirito democratico ma meno governabilità, anche se su questa parola ho molti dubbi visto che la politica è arte del compromesso. Certo in giro ci sonosistemi diversi, più uninominali ( Gran Bretagna), a doppio turno e presidenziali ( Francia) e presidenziali (USA) o proporzioali ( Germania) tutto sommato funzionano e non funzionano cioè hanno pregi e difetti- Il problema che date le attuali condizioni politiche e le attuali non maggioranze forse questo è quanto potevamo aspettarci e sarebbe statoprobabilmente impossibile fare qualcosa di meglio.
    • Henri Schmit Rispondi
      A chi ritiene utile invocare il teorema di Arrow per giustificare la nuova normativa elettorale ricordo che la regola che permette a un potere di fatto o ad alcuni di decidere chi sarà eletto a prescindere dalla preferenze degli elettori corrisponde nell'analisi dello studioso americano a niente meno di un caso di "dictatorship". L'argomento vale quanto il richiamo a Hobbes per dimostrare che la democrazia rappresentativa è impossibile. Cioè niente.
  2. Corrado Tizzoni Rispondi
    Concordo pienamente con quanto scritto da Carlo Fusaro a commento di questo articolo di Paolo Balduzzi; aggiungo che mi sembra che la dimensione dei collegi uninominali sia adatta a collegare i candidato al territorio. Grosso modo stiamo parlando di collegi con circa 200.000 elettori : a Torino città i collegi uninominali sarebbero circa 3-4 e avrebbero la dimensioni di due quartieri. Non mi sembrano dimensioni tali da richiedere ingenti spese elettorali tanto più che la contesa sarebbe verso altri partiti e non all' interno dello stesso partito. Non mi sembra corretto dire che i collegi sarebbero grandi come mezza provincia perchè è vero che le province sono circa 100 ma hanno dimensioni molto variabili e se ci sono quelle con solo 400.000 elettori vuole anche dire che sono abbastanza piccole per essere battute quasi porta a porta. Ritengo questo aspetto del Rosatellum fondamentale per definirlo decisamente migliorativo rispetto alla situazione corrente. Certo per me, come per tanti altri, sarebbe meglio avere 630 collegi uninominali ma non sempre i propri desideri diventano legge per tutti.
    • Henri Schmit Rispondi
      Non esiste alcuna regola per determinare la dimensione giusta dei collegi uninomali, in USA 10x più grandi di UK o F. La questione è un’altra: un grande numero di collegi rende il singolo rappresentante meno decisivo e l’assemblea più debole, ma permette anche una maggiore proporzionalità dei risultati. In USA il numero (inizialmente molto più) ridotto di rappresentanti rende la prima camera in teoria molto forte; ma la durata breve del mandato, un Senato paritario con un mandato più lungo e un presidente eletto da tutti e inamovibile limitano il potere della camera. Questo discorso non c’entra né con la nuova normativa italiana né con le critiche espresse da più parti contro 1. i due terzi dei deputati nominati attraverso listini bloccati e pluri-candidature e 2. la natura fasulla dei collegi uninominali legati a doppio filo al voto di lista bloccata: il voto è obbligatoriamente congiunto e esiste pure la possibilità di essere candidato in un collegio e su più listini. Non esiste in alcun paese democratico una procedura elettorale similarmente artificiosa, restrittiva dei diritti e ingannevole.
      • Corrado Tizzoni Rispondi
        Gentile sig. Schmidt, lascio perdere il paragone con il sistema elettorale degli Stati Uniti perchè mi sembra fuori luogo e inappropriato. Evidenzio invece che la mia osservazione relativa alla dimensione dei collegi uninominali era una critica alla frase del prof. Balduzzi, " un senatore e due deputati rappresenteranno un’area vasta come una provincia. Impossibile che sia così valorizzato il legame territoriale. D’altro lato sarà anche difficilissimo che a competere siano candidati semplicemente espressione del territorio. In pochi saranno in grado di finanziarsi una campagna elettorale in collegi così ampi," A mio avviso l' affermazione sopracitata non è corretta perchè i collegi uninominali saranno composti da 200.000 elettori circa . A Torino per esempio un collegio sarà composto da 2 o 3 quartieri e in città saranno eletti 3/4 deputati con l' uninominale. Lo stesso ragionamento vale per le altre grandicittà. Mi sembra una dimensione che consente il collegamento con il territorio e il contenimento dei costi elettorali. In 40 giorni di campagna elettorale un candidato in un collegio uninominale ha la possibilità concreta di farsi vedere e conoscere da gran parte degli elettori del collegio. Le strutture territoriali del partito di appartenenza saranno fortemente orientate e motivate a far votare quel candidato. Questo fattore territoriale sarebbe infine il valore differenziale che privilegia i candidati radicati territorialmente e di conseguenza i partiti di appartenenza.
        • Henri Schmit Rispondi
          Sono d'accordo con Lei, l'argomento del prof. Balduzzi sulla dimensione eccessiva dei collegi non convince; la prima frase del mio commento lo riconosce. Non intendevo criticare il suo argomento, ma approfittarne in qualche modo per insistere su quello che è il vero nodo della questione: la libertà di scelta degli elettori.
  3. CARLO FUSARO Rispondi
    Un progetto di legge va giudicato tenendo prima di tutto della situazione vigente, poi degli obiettivi che persegue nonché della sua congruità rispetto ad essi, infine del contesto e dei vincoli politici e giuridici in essere. Nessun legislatore può fare come gli pare: a differenza di accademici e opinionisti. La governabilità intesa come "la sera delle elezioni si sappia d chi saremo governati" NON è fra gli obiettivi di questa legge: il contesto politico non lo ammette, il contesto giuridico (leggi sentenze Corte) lo rende quasi impossibile (dato l'attuale sistema politico). Più modestamente la legge Rosato-Fiano si propone di rimediare al pasticcio consistente in ciò che resta di due leggi diverse varate in tempi diversi dopo due sentt. della Corte. E che ci danno (oggi) sistemi disuguali Camera/Senato (che rendono di per sé la governabilità più difficile), discipline monche che imporrebbero decreti governativi, nessun sistema (al Senato) per il riequilibrio della rappresentanza di genere. Questa legge darebbe sistemiomogenei; sistemerebbe i problemi indicati; ridurrebbe (ridurrebbe da 10 a 5) le pluricandidature, incentiverebbe molto blandamente il mettersi insieme delle liste grazie ai candidati uninominali. Pochi? Certo, per lei e per me. Io ne avrei voluti all'80-90%, purtroppo su questo non c' affatto consenso in Parlamento. Allora l'unica domanda è: con la Rosato-Fiano avremmo leggi elettorali migliori? Io dico di sì eccome. Vogliamo esser pragmatici una volta tanto?
    • Henri Schmit Rispondi
      Allora siamo “all'80-90%” tutti d’accordo, “accademici”, consulenti pagati dai governanti e “opinionisti” che rispondono solo a se stessi, e al dibattito razionale, libero e pubblico, merce sempre più rara, reso possibile da Lavoce.info. Quello che - in democrazia - conta è la responsabilità degli eletti davanti agli elettori, almeno fin quando vigono la libertà elettorale e il libero mandato. La nomina dei parlamentari attraverso liste bloccate stabilite da pochi uomini “ha cambiato il ruolo dei parlamentari, il loro DNA” (secondo l’espressione di PF Casini! che comunque ha votato tutte le leggi ora contestate), la loro responsabilità (Walter Tocci in un recente articolo su Costituzinalismo.it si esprime così: “Il legame diretto tra eletti ed elettori è l’unico tassello che può impedire la chiusura totalitaria della politica post-moderna, .... è la breccia che può riaprire le porte alla mediazione, sia nell’oggetto che nel soggetto”). Purtroppo tutti i capi e capetti (di partito o di movimento!) che fondano il loro potere sostanzialmente sulla normativa elettorale del 2005, sono concordi su un punto: per varie ragioni non sempre confessabili è preferibile che i governanti di oggi nominino i deputati di domani piuttosto che farli scegliere con le preferenze.
  4. Loris Pasut Rispondi
    Ho letto il suo intervento, ne ho letti anche altri e devo dire che più si legge meno si comprende se vi sia, in Italia, una volontà di dare stabilità politica al paese. Sono anche rimasto colpito da una sua frase che attribuisce alla Costituzione Italiana la difficoltà a governare questo paese.
    • Henri Schmit Rispondi
      Il prof. Balduzzi sembra voler dire che la Costituzione non favorisce la stabilità del governo, né direttamente (non prevede la sfiducia costruttiva), né attraverso un determinato sistema elettorale (un uninominale vero). Direi che 70 anni di storia repubblicano confermano questo giudizio.
  5. Daniele Borioli Rispondi
    Osservazioni critiche fondate. Ma c'erano condizioni e tempo per fare di meglio? O sarebbe meglio lasciare tutto com'è. Peraltro, occorrerà lavorare i futuro anche su altri elementi, per dare stabilità al sistema. Ho proposto da tempo un ddl costituzionale che introduce la sfiducia costruttiva. Spero in futuro se ne possa parlare
    • Henri Schmit Rispondi
      Di sfiducia costruttiva non c'era traccia nella più ampia riforma costituzionale dell'era repubblicana votata l'anno scorso dal Paramento ma censurato dagli elettori.
  6. giuseppe sansonna Rispondi
    Penso che solo una mente diabolica poteva escogitare un sistema elettorale che prevedesse che lo stesso collegio fosse, contemporaneamente, uninominale e proporzionale. Una "terza via" tipicamente italiana, che approderà al Nulla. Il nostro Paese sarà ingovernabile, di fatto, e si apre la strada agli accordi extraparlamentari, esautotando ulteriormente il già deleggittimato Parlamento. A distanza di oltre 25 anni dal referendum SEGNI era il massimo risultato possibile?
  7. Fabrizio Ferrari Rispondi
    Articolo molto interessante, in quanto espone chiaramente il funzionamento della legge. Solo una parte non mi è molto chiara, e cioè come il voto al candidato nel collegio possa essere ripartito tra le varie liste a suo sostegno: ad esempio, se apponessi il segno sul nome del candidato nel mio collegio sostenuto (ipoteticamente) da PD, AP e Campo Progressista, in che modo verrebbe ripartito il voto per la quota proporzionale? Gli scrutatori dovrebbero registrare frazioni di voto, in questo caso 0,3333 voti in più per ciascuna lista?
    • Paolo Balduzzi Rispondi
      Dovrebbe funzionare così: si sommano i voti espressi solo per il candidato uninominale e si ripartiscono tra i partiti che lo sostengono in maniera proporzionale ai voti invece espressi esplicitamente a questi partiti. Un po come l 8 per.mille Irpef se non viene operata nessuna scelta.
    • enzo Rispondi
      E' possibile anche il voto di lista. Nell'esempio da lei fatto i voti al candidato nell'uninominale in assenza di voto nel proporzionale saranno ripartiti (ovviamente a spoglio terminato) in proporzione ai voti ottenuti dalle liste collegate nel collegio. Che questo sistema, al contrario delle due schede, possa portare a divertenti sorprese è un altro discorso.
  8. Henri Schmit Rispondi
    Nessun sistema elettorale democratico per un’assemblea parlamentare assicura la governabilità. Majority assuring è un concetto italico, fuorviante, inesistente nel vocabolario politico inglese, incoerente con il libero mandato. In una democrazia rappresentativa la maggioranza si forma in aula. Il miglior modo per favorirla attraverso la legge elettorale è di assicurare la responsabilità degli eletti davanti agli elettori. Cambiare casacca è frequente nei sistemi con liste bloccate, non in quegli uninominali o plurinominali personali. Esistono anche strumenti di natura parlamentare quali la sfiducia costruttiva. Una soluzione radicale è l’elezione diretta del capo dell’esecutivo e/o la sua inamovibilità. Nel 1995 l’Italia si è inventata per le regioni una legge che prevede l’elezione diretta del presidente e una maggioranza automatica delle liste che l’hanno sostenuto. Il Porcellum e l’Italicum erano repliche nazionali della soluzione poco democratica, inadatta a un sistema parlamentare, pensata per le regioni. La specificità consiste nel legame top down fra scelta dell’esecutivo e composizione dell’assemblea. Il testo ora sottoposto alle camere è quello che rimane della logica del Tatarellum dopo le censure tiepide, poco severe del Porcellum e del’Italicum dalla Consulta. L’uninominale parziale senza voto disgiunto è fasullo. Emerge lentamente il criterio cruciale della normativa elettorale: la scelta individuale di tutti gli eletti dagli elettori, e da nessun altro.
    • Henri Schmit Rispondi
      Per scrupolo di accuratezza preciso che in un opera molto citata del 2001 ‘Mixed-Member Electoral Systems: The Best of Both Worlds?’ a cura di M. Shugart e M.P. Wattenberg, i due politologhi americani forgiano il termine ‘majority assuring’ analizzando le riforme del sistema elettorale messicano negli anni 80-90. Il contributo sugli effetti di ricomposizione partitica attraverso la procedura elettorale in Italia è di R. D’Alimonte, ora il più conosciuto dei numerosi esperti italiani di ingegneria elettorale (altri parlano di bricolage, cf. Ingegneria istituzionale o bricolage elettorale? Antonio Floridia su LaCostituzione.info). I marchingegni ‘majority assuring’, sono super-maggioranze DI LISTA, preferibilmente con candidature BLOCCATE. Il termine inglese è poi stato ripreso da altri pubblicisti italiani fra cui Carlo Fusaro (Party System Developments and Electoral Legislation in Italy: 1948-2009, Bulletin of Italian Politics, 2009), trascurando sempre di più la distinzione giuridica fra maggioranza elettorale di uno schieramento, formale (cioè di lista) o di fatto (per esempio con l’uninominale), e maggioranza politica nell’aula del Parlamento (dove vige la regola della libero mandato). Le scienze politiche ignorano l’aspetto ideologico dei diritti: nell’articolo citato (p. 59) Carlo Fusaro dedica poche righe alla questione delle liste bloccate vedendovi solo un problema politico di ‘voter confidence’ condizionata dalla 'nostalgia per le preferenze'.