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  1. Savino Rispondi
    A partire dai prossimi giorni, finiti i fastosi bagordi estivi, la gente tornerà solo ad imprecare contro tutto e tutti. Mancano spirito di sacrificio, voglia di lavorare e produrre e questo non è l'atteggiamento giusto e costruttivo ai fini della ripresa economica.
  2. Maurizio Cocucci Rispondi
    Sembra un "loop", si ripetono continuamente le stesse valutazioni, però da parte della classe politica non viene recepito il messaggio e anzi si tende ad enfatizzare risultati che già definirli mediocri è un eufemismo. Attendo i dettagli del II trimestre ma rammento che una delle ragioni che ha portato il precedente a crescere è il deflatore del PIL negativo, quindi l'Istat stima che in volume il PIL sia cresciuto. Sarà...ma quella valutazione è un po' 'curiosa'. In ogni caso se guardiamo all'ultima pubblicazione in fatto di produttività, che l'Istat ha diffuso a novembre 2016 con dati fino al 2015, emerge che quella italiana è decisamente inferiore a quella delle altre principali economie, con una crescita annua media di quella del lavoro del 1,1% nel periodo 2009-2013 per poi calare allo 0,4% nel 2014 e nel 2015 addirittura segnare un dato negativo dello 0,3%. La produttività totale del capitale, sebbene sia risultata positiva per il biennio 2014 e 2015, vede un calo in tale periodo se rapportata alle ore lavorate. Senza aggiungere altro già qui si desume che se non cresce la produttività non possono crescere i salari e quindi in assenza di un calo della pressione fiscale il reddito disponibile delle famiglie, ergo la domanda aggregata interna che conta più del 70% del totale, non cresce come dovrebbe per spingere le imprese ad investire, QE o non QE. E con i bonus non si alimenta la crescita ma si varia solo la composizione dei consumi o dell'occupazione.
  3. VinceskoMVinceskij Rispondi
    Non sono in grado di quantificarlo, ma sicuramente quanto rilevato dall'analisi del prof. Daveri è anche l'effetto di due determinanti: (1) il mastodontico consolidamento fiscale realizzato in Italia nella scorsa legislatura: 330 mld cumulati, costituiti per il 55% da maggiori tasse e il 45% da tagli di spesa, spesso strutturali, ascrivibili per 4/5 al governo Berlusconi (267 mld) e per 1/5 al governo Monti (63 mld) http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2012-07-16/quattro-anni-manovre-fisco-063630.shtml; e (2) secondo i dati EUROSTAT, dal 2009 al 2016, l'Italia ha fatto registrare il seguente deficit -5,3 -4,2 -3,5 -2,9 -2,9 -3,0 -2,6 -2,4; la Francia mai sotto il 3%, con un picco del -7,2%: -7,2 -6,8 -5,1 -4,8 -4,0 -4,0 -3,5 -3,4; la Spagna mai sotto il 4%, con un picco del -11%: -11,0 -9,4 -9,6 -10,4 -6,9 -5,9 -5,1 -4,5 (http://ec.europa.eu/eurostat/tgm/table.do?tab=table&plugin=1&language=en&pcode=teina200).
  4. Henri Schmit Rispondi
    Che il PIL cresce da due anni e mezzo ed ora pure più del previsto è una notizia positiva. Ma allargato il contesto e affinato il metro di misura, come sottolinea il prof. Daveri, il dato rimane pessimo: la crescita è costantemente inferiore a quella dei principali partner europei e nemmeno dopo dieci trimestri positivi il PIL ha raggiunto il livello pre-crisi di 10 anni fa. Di conseguenza qualsiasi esultazione auto-promozionale è patetica e fuorviante. Ora bisogna chiedersi perché il confronto europeo è talmente sfavorevole, qual è il ‘vero potenziale’ del paese, quali misure strutturali favorirebbero una crescita solida e durevole, quali fra quelle prese dopo il 2011 rispondono a questi criteri , quali invece sono state solo d’impatto congiunturale, quali sono state sbagliate (demagogiche) e quali sarebbero utili o indispensabili, ma non sono finora state prese in considerazione. Le risposte sono più semplici di quanto possa sembrare. La leva strutturale della crescita del PIL è l’investimento, e la produttività; spetta al governo convincere l’investimento privato, attratto dalle prospettive di redditività (che dipendono fra l’altro dalle previsioni di crescita generale) e, in mercati internazionali aperti, da un contesto regolamentare favorevole (semplice, snello) ed affidabile (certo, costante).
    • Amegighi Rispondi
      Non sono un economista, ma uno scienziato. Guardando i soldi investiti nel settore R&D (percento del PIL) c'è da piangere. Guardando gli investimenti in R&D dei privati rispetto agli altri, c'è da piangere. Guardando cosa riescono comunque a produrre in termini di lavori scientifici i nostri Ricercatori in Italia (dati delle statistiche dell'NSF americano) c'è da pensare che i nostri amministratori, pubblici e privati, si divertano a buttare al vento le occasioni. Infine, guardando il modo scoordinato, schizofrenico e privo di ogni idea di indirizzare le poche risorse in un preciso e strategico settore (utile alla nostra economia) dei nostri politici, c'è solo da augurarsi di non diventare i giardinieri dei nostri vicni francesi e tedeschi nei prossimi vent'anni.
      • Henri Schmit Rispondi
        Sono d'accordo. La ricerca è investimento. Una forma particolarmente ambiziosa, lungimirante, rischiosa in ogni suo elemento, benefica complessivamente. Lo Stato non può ignorarla. Come per qualsiasi investimenti ha due possibilità, o interviene direttamente, o regola incentivando, favorendo, sviluppando indirettamente. Uno Stato diretto da tele-venditori di fumo è destinato a perdere nella competizione internazionale.
  5. Michele Rispondi
    Ormai la sotto performance dell'Italia rispetto all'Europa è strutturale. Era evidente anche prima della crisi del 2008. Quando la EU cresce, l'Italia cresce tra il 30 e il 50% in meno. Le crisi invece sono più lunghe e più profonde rispetto alla UE. Le ragioni che "vietano" all'Italia di raggiungere gli stessi obiettivi degli altri paesi sono evidenti e ormai strutturali: produzioni a basso valore aggiunto, bassi salari, precarizzazione del lavoro, capitalismo collusivo con lo stato, spesa pubblica improduttiva e clientelare, evasione fiscale, corruzione su vasta scala, Authority capture, mafie, disastrosi meccanismi di selezione della classe politica e dirigente etc etc
  6. Michele Rispondi
    I) Malgrado la crescita, il divario tra l'Europa più avanzata e l'Italia si amplia sempre più, trimestre dopo trimestre ii) Rispetto al 2007 abbiamo 6% di PIL in meno, ma quasi 600 mld di debito pubblico in più, che nel decennio è cresciuto del 35%. Più di un quarto del debito pubblico totale è stato creato negli ultimi 10 anni.