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  1. Filippo Ottonieri Rispondi
    Personalmente, trovo molto interessante che l'Istat, anziché imporre alla realtà categorie predefinite, faccia quello che ormai fanno anche le aziende, ossia adotti una clusterizzazione "data driven". Chiaro che l'anno prossimo potrà essere diversa, ma appunto queste differenze potranno dare informazioni che altrimenti perderemmo. La critica mi pare insomma mal diretta: avrebbe più senso prendersela con la società che non segue le indicazioni dei sociologi...
  2. Marco Spampinato Rispondi
    Forse il titolo devìa dal punto di metodo. La forza di categorie scientifiche è riuscire a rappresentare un tipo di omogeneità interna esclusiva, che predìca condotte diverse. Ad esempio, la categoria "oggetti animati con le ali" autorizza la previsione che chi ne faccia parte possa volare. Nell'analisi ISTAT - "concepts free" - il procedimento statistico individua gruppi usando il reddito come var. dipendente e sette var. esplicative: demografiche + titolo di studio + situazione professionale. La procedura è tipica delle segmentazioni della clientela di un supermarket: opera per step, con logica binaria, testando legami associativi deboli. E’ una classificazione flat, piatta. La pratica può essere interpretata come manifestazione di un habitus (Bourdieu) del (gruppo di) ricerca stesso? Statistici ed aziendalisti, con esperienza di ricerca per supermercati, distinguono i consumatori per reddito ed usano il resto per “qualificare” sottogruppi, prevedendone i consumi. E’ casuale la convergenza di pratica tra manager di supermarket e ricercatori ISTAT? O è frutto di un habitus comune? Sul risultato: es. x un "individuo con PHD". Condizione e assegnazione: se (a) studia per una borsa di ricerca, è inattivo come un’anziana sola; ma se (b) convive con straniera, è fam. a basso reddito con stranieri; e se (c) ha una co.co.pro, è un blue collar; se (d) accetta un contratto di lavoro, è impiegato; infine, se (e) lavora a partita iva, è classe dirigente.
  3. alberto ferrari Rispondi
    Ho l'impressione che anche l'Istata sta cercando il proprio "storytelling" per impedirci di ragionare seriamente sulle trasformazioni, pericolose, in atto nel nostro paese. Un tempo si chiamava "fuffa". Oggi si chiama appunto "storytelling". Così più nulla risulterà comparabile e non spremo più ne chi siamo ne dove andiamo. Cui prodest?
  4. Henri Schmit Rispondi
    Tema importante ed estremamente interessante che ricorda a tutti gli esperti di statistiche, econometrie e algoritmi quanto sia cruciale e NON NEUTRO il lavoro concettuale a monte. Evidente nella ricerca sociologica, vale anche altrove. Bombardati (e impressionati) da formule perdiamo di vista (lo studio de)i concetti.
  5. Motta Enrico Rispondi
    Non ho letto il Rapporto ISTAT, ma dai giornali mi è giunta la notizia che gli operai (o la classe operaia?) sono "scomparsi". Ho capito male? O i giornali hanno riferito male quel che ha scritto l'ISTAT? Il numero di operai, nel secondo paese più industrializzato d'Europa, penso che sia di alcuni milioni. Mi piacerebbe conoscere la cifra, se possibile. Poi, se uno non vede entità di queste dimensioni, significa che ha qualche problema metodologico, la diciamo così.
  6. MARCO ESPOSITO Rispondi
    Condivido al 100%. Aggiungo il tema delle ripartizioni territoriali. Per molti fenomeni economici e sociali è importante conoscere il peso sui territori e in particolare nel Mezzogiorno, penso che la ripartizione in nove fasce fa finire sullo sfondo.
  7. Maria Cristina Migliore Rispondi
    Oltre ai limiti segnalati dagli autori e autrice, mi pare di individuare un altro altrettanto importante limite nel fatto di aver scelto di usare la famiglia come unità di analisi. La proposta dell'Istat di una ridefinizione teorico-metodologica dei gruppi sociali nasce dal proposito di analizzare le crescenti diseguaglianze sociali, ma aver utilizzato come unità di analisi la famiglia conduce a nascondere la diseguaglianza tra i sessi, o a esaminarla a valle della classificazione, con l'effetto di depotenziare la visibilità di questo fenomeno.
  8. Giovanni Martino Rollier Rispondi
    Interessante,pur fuori dal settore mi sembra razionale e di buon senso. Troppo tardi per combattere e ottenere intelligenti cambiamenti ?
  9. Alessandro Cavalli Rispondi
    Concordo pienamente con e critiche soprattutto perché il nuovo schema non consente confronti intertemporali e comparazione inter-societarie. Ben vengano poi proposte di nuove concettualizzazioni e metodologie per cogliere i cambiamenti nelle disuguaglianze sociali, purché non siano fantasie estemporanee che durano una sola stagione.
  10. Savino Rispondi
    Dal 2008 si è potuto notare che, quando piove, c'è chi ha più ombrelli e c'è chi non ne ha nemmeno uno. Questa è bipolarizzazione e sintesi delle classi sociali, nonchè segno delle disuguaglianze. Se continuiamo a togliere l'IMU ai castelli e alle ville, ad aumentare l'IVA sui beni di primo consumo, ad indicizzare solo le pensioni d'oro e d'argento di chi arriva a ricorrere fino alla Corte Costituzionale, a garantire sacche di privilegi di alcune categorie pubbliche e a chiudere occhi su ogni forma di evasione, a fare storie sugli 80 euro di chi si trova al limite della no tax area, a privare le giovani coppie della gioia di far crescere dignitosamente i propri figli, le disuguaglianze non potranno che aumentare.
  11. Mario Rispondi
    Buongiorno, desidero porre una domanda: è vero che l'Istat da qualche anno è passato sotto il controllo del Governo? In caso affermativo, questo cambiamento potrebbe aver influito sul "cambio di rotta" rispetto alle tecniche di analisi utilizzate in passato? Grazie
  12. Marco Di Marco Rispondi
    L'ISTAT METTE LA CLASSE OPERAIA IN SOFFITTA? NON ESAGERIAMO Sinceramente, mi sembra un allarme ingiustificato. O, meglio, parzialmente giustificato dalla scelta dei "nomi" attribuiti ai 9 gruppi sociali, forse troppo eccentrica rispetto alla tradizione. A pagina 74 dell'ultimo Rapporto Annuale dell'Istat c'è una tavola in cui la nuova classificazione sperimentale viene incrociata con quella più tradizionale. Si scopre così che la cara vecchia classe operaia è riclassificata nei 3 gruppi "Famiglie a basso reddito con stranieri", "Famiglie a basso reddito di soli italiani" e "Blue collar" (l'aggettivo giovani è per distinguerli dagli operai in pensione) e che il 90% della borghesia è finita nei gruppi benestanti delle "Pensioni d'argento" e della "Classe dirigente". I dati Istat sono a disposizione di tutti, basta scaricarli da Internet: nulla impedisce a chiunque lo voglia di classificare e studiare la società italiana con criteri diversi da quelli scelti quest'anno dai ricercatori dell'Istat, che non hanno ovviamente la pretesa di cancellare il passato. Non condivido quindi il tono allarmistico delle critiche. Non siamo infatti di fronte ad un sacrilegio, ma ad un tentativo (discutibile) di innovare in una materia dove per troppo tempo hanno dominato la conservazione e l'ortodossia di chiara ispirazione ideologica.
  13. Alessandro Rispondi
    Però rispondendo al questionario ho scoperto che per l'ISTAT sono al 100% Classe Dirigente. Dall'alto dei miei €. 26.000 lordi annui.
  14. Marco Rispondi
    L'appiattimento verso il basso del 99% globalmente rende in effetti per l'ISTAT plausibili eventuali cambiamenti. Magari tentativi di cambiamento, pur rischiando di perdere parte dell'informativa e comparabilità verso il passato. Nulla mi leva ad ora dalla testa la banalizzazione per cui fino a che i sistemi capitalisti avevano come antagonista il secondo mondo che, con proposte sbagliate, cercava di rispondere alla diseguaglianza allora la diseguaglianza era anche nei primi quanto più contenuta. Anche rispetto ad altri valori, come quelli meritocratici. Oggi che quel contrappeso non c'è più e le conseguenze per le classi sociali non elitarie si vedono tutte, rinasce, sempre con proposte sbagliate, con i movimenti (partiti) antisistema (classicamente 5S in Ita), da questo punto di vista positivi. Non come proposta sensata o positiva, ma come contrappeso con fine di ridistribuzione dei redditi e inclusione sociale capace di mettere pressione al cosiddetto establishment affinché tenga in considerazione anche le lamentele delle classi più umili. In qualsiasi tassonomia ricadano.