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  1. Luciano Leonetti Rispondi
    Molte osservazioni: 1) esistono molti ranking, ma in tutti le universita' italiane si vedono dalla centesima posizione in poi. 2) I metodi di ranking scelti sono quelli particolarmente compaicenti con le universita' italiane; peraltro, non ne conosco altri in cui ci sia una sola universita' spagnola o francese fra le prime 200. 3) Se parliamo di qualita' per riferirla ad un sistema, la dimensione conta. Rispetto ad un sistema paese, un conto e' avere La Sapienza ben piazzata, un altro avere l'Universita' di Pisa
    • Alfonso Fuggetta Rispondi
      1) è esattamente il tema dell'articolo che cerca di capire quel che succede. Peraltro, la sua critica fa cherry picking al contrario: se WEF (non io) prende le top duecento, allora non va bene e si prendono le top 100. 2) Il ranking usato da WEF (non da me) è quello di Shanghai che viene citato sempre per criticare le università italiane. Non si capisce cosa voglia dire "compiacente". 3) MIT ha 11.000 studenti, molti meno di Pisa e circa un terzo del Politecnico di Milano. Quindi MIT non conta? Oppure quelle che contano devono essere piccole? Non si capisce. Il mio articolo voleva dire proprio che bisogna smetterla di prendere i ranking e usarli in modo strumentale per proporre tesi precostituite.
    • Alfonso Fuggetta Rispondi
      1) È esattamente quello che cerca di spiegare l'articolo. Su 20.000 atenei, peraltro, 100 atenei sono lo 0,5% e 200 sono l'1%. 2) Il metodo scelto dal collega dell'Insead (non da me) per l'articolo su WEF é quello di Shanghai che in generale più penalizza gli atenei italiani. 3) Non capisco il commento: MIT ha 11.000 studenti. Caltech poco più di 3.000. PoliMi quasi 40.000 quindi?
  2. Umberto Rispondi
    Davvero interessante. Giustifica il perché lo studente medio universitario italiano è comunque molto aprezzato all'estero.
  3. Marcello Romagnoli Rispondi
    Cominciamo col dire che questi ranking, a mio modesto parere, non valgono la carta su cui sono scritti. Perchè? A causa della scelta degli indicatori che sono per la maggior parte legati ai fondi che hanno gli atenei (statali o privati che siano). Inoltre la realtà universitaria non è misurabile. Ha la stessa difficoltà del misurare un sentimento come l'amore o l'odio. Diciamoci la verità: l'università italiana, che ha luci e ombre come tutte le realtà universitarie del mondo (vogliamo parlare del problema dei prestiti d'onore in USA?), deve essere privatizzata perchè è un bacino di mercato in cui molti si vorrebbero tuffare. Allora è partita la lunga, ma costante opera di demolizione mediatica (il barone che ha fatto baronessa la sua amante che però se la fa col figlio del Rettore che però è innamorato del bidello che spaccia spinelli nell'ora della ricreazione davanti alle scuole invece che stare in guardiola) che da il via alla politica dei tagli alle risorse (-30% in meno di fondi; - 20% di personale negli ultimi 10 anni) che provocherà una ulteriore caduta delle classifiche internazionali che si basano per lo più sui fondi ricevuti. Fino a che non abbiamo il coraggio di dire questo non sarà possibile fare alcun passo in avanti nella discussione sulle università italiane.
  4. Giovanni Federico Rispondi
    Non è possibile comparare i college locali americani alle università italiane, come l'autore sa benissimo. Garantiscono una preparazione poco più che liceale ad una percentuale molto maggiore della popolazione di riferimento. Per un confornto accurato, bisognerebbe considerare anche la percentuale di iscritti all'università sulla popolazione
    • Alfonso Fuggetta Rispondi
      Vorrei ricordare che: 1. Il confronto è stato fatto dal collega dell'Insead e pubblicato sul WEF. 2. I dati sono stati raccolti in modo omogeneo considerando le diverse tipologie di istituzioni (anche per l'Italia). 3. Stiamo parlando della qualità dell'offerta e non della struttura della domanda.
  5. Alessandro Sorrentino Rispondi
    Finalmente qualcuno si occupa del ruolo dei sistemi universitari nel promuovere il livello culturale e scientifico di un paese e non solo di costruire "primi della classe". Qualcuno che vinse un premio Nobel, se non ricordo male, una volta disse il merito del suo premio Nobel va in buona parte a tutti quei ricercatori che non l'hanno vinto perché questi con il loro lavoro gli hanno dato la possibilità di escludere dal suo lavoro tutte quelle traiettorie ed esperimenti che non portavano ad un risultato rilevante!