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  1. Henri Schmit Rispondi
    Bisogna seguire la logica dell'uninominale nella strategia politica di un presidente della repubblica senza partito. Prima indica 428 candidati progressisti, senza esperienza politica o ex-socialisti, poi (2. atto) nomina un primo ministro che rivendica l'appartenenza alla destra, ma fa parte del gruppo moderato juppéista di LR, poi indica altri 120 candidati di cui una quarantina MoDem di Bayrou, da sempre in sintonia con Juppé. In alcuni collegi si scambiano candidati per favorire i MoDem, in altri non si presenta nessuno contro candidati LR ritenuti Macron-compatibili. Oggi (3. atto) il presidente nomina gli altri 14 ministri, moderati LR, MoDem fra cui lo stesso Bayrou, socialisti fra cui Le Drian, e indipendenti, e alla fine (4. atto) i Francesi voteranno. Comunque vada i deputati LR formeranno due gruppi parlamentari, uno di appoggio al governo, uno di opposizione più intransigente. La maggioranza presidenziale dipenderà dai LREM e da questo gruppo dei LR. Sarà Juppé (le sue idee) che governa senza aver dovuto sostituire Fillon travolto dello scandalo, anzi con un movimento più riformista di quello che lui stesso sarebbe stato in grado di guidare. Risultato di grande speranza riformista. Il Generale applaudirebbe.
  2. Henri Schmit Rispondi
    Ecco fatto (ore 14:53): il neo-présidente nomina Édouard Philippe primo ministro. Uomo di Alain Juppé (lui stesso chiamato da Chirac "le meilleur parmi nous"), l'evidente compito del nuovo capo di governo è di aprire la futura maggioranza verso il centro, verso i gaullisti progressisti. Nessun'illusione quindi per un maggiore lassismo nel campo dei conti pubblici, ma probabili proteste contro l'ulteriore liberalizzazione del contratto di lavoro promessa da Macron.
  3. Henri Schmit Rispondi
    Le campagne per il rinnovo delle camere in F e in UK dovrebbero insegnare ai Soloni italici come funziona un sistema elettorale libero ed efficiente, che garantisce a tutti l’accesso alle candidature e che dichiara eletti i candidati che ottengono il maggior numero di voti. Anche con collegi plurinominali è possibile rispettare le libertà di accesso e di voto, come è facile dimostrare, in teoria che con esempi vivi. Nei collegi uninominali la battaglia, strategie e tatticismi, le iniziative degli individui e le decisioni dei partiti sono funzione delle presunte preferenze degli elettori. Alla fine vince chi è più convincente, o per ragioni personali o per ragioni di sigla di appartenenza o per un mix dei due. L’effetto leva del collegio uninominale favorirà gli schieramenti più convincenti. Con la sinistra tradizionale divisa i sondaggi (ieri France24) premiamo La République en marche (circa 220 a 300 seggi su 577) e Les Républicains (200 a 250 circa). La strategia di LREM guarda quindi verso LR. Finora nessun esponente LR ha accettato di presentarsi con LREM; se lo facessero, il loro partito farebbe la fine del PS. Perché non copiare il sistema F in Italia per la Camera e prevedere per il Senato un sistema con riparto in piccoli collegi da tre a cinque seggi, senza correzione nazionale? In un 2° tempo si potrebbe riproporre il 90% della riforma bocciata il 4/12 (bicameralismo, titolo V, potere esecutivo) aggiungendo la sfiducia costruttiva, inventata peraltro in Italia!