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  1. antonio petrina Rispondi
    Grazie prof Daveri della sua risposta in termini di algebra, ma il risultato purtroppo non cambia: occorre una manovrina (un piano di rientro credibile) per ridurre l'Elefante (rectius: il debito ), stante che il debito nel 2016 non è sceso come promesso, sia pur stabilizzatosi dal 2015 (MEF Debito pubblico 2015) per cui una revisione della spesa di 3,4 miliardi non è opera titanica per il 2017, altro quella occorrente per il DEF 2018.
  2. Alessandro Rispondi
    Il coraggio di dirsi falliti.... Perchè continuare con un'agonia estenuante e non porre in essere delle riforme serie sul debito pubblico: - non riconoscimento degli interessi. - saldo del debito in maniera distribuita e proporzionata almeno per la parte eccedente il famoso 60%.... i privati lo chiamano "concordato preventivo"!
  3. federico schiavi Rispondi
    Come al solito l'ipocrisia dei nostri governanti è pari solo alla loro avidità. I numeri comandano, e se le cose non funzionano, si cambiano. E i numeri ce li dice ogni anno l'ISTAT, con previsioni sempre più funeste sul bel paese: povertà, abbandono scolastico, diminuzione delle nascite, emigrazione scolarizzata all'estero. I motori propulsivi nelle altre società occidentali sono noti: scuola, università, ricerca, welfare, investimenti in opere pubbliche (utili), green economy e soprattutto abbattimento della burocrazia e argine ai disequilibri sociali. Qualcuno dei governi Berlusconi, Letta, Renzi, Gentiloni ha fatto qualcosa in questa direzione? Nessuno. A chiacchiere ha fatto molto Renzi - a chiacchiere non lo batte nessuno - tuttavia in Europa pochi capiscono la lingua italiana.
  4. Piero Rispondi
    Tutti sanno che in realtà i debiti pubblici (e pure quelli privati) hanno raggiunto livelli tali che nn si possono pagare e mai saran pagati. I vari Qe di Fed BoE BoJ PboC e per ultima Bce (a causa del veto tedesco) sono cancellazioni di debiti mascherate. Ma la maggior parte degli esperti e dei boss van ancora dietro ai tot% della Ue. Il mondo vive grazie alla ipocrisia di massa.
  5. Michele Rispondi
    Per 3 anni Renzi ha rinviato i problemi e usufruito della flessibilità della UE sperando che le pseudo riforme risolvessero tutto grazie ad una crescita mai vista da decenni. Quando la partita pareva già persa Renzi ha rilanciato giocando il tutto per tutto con mance elettorali finalizzate al referendum. Referendum che non ha voluto spachettare in vari quesiti, scomettendo di nuovo tutto per tutto. Ora i nodi stanno venendo al pettine e ancora peggio sarà con la prossima legge di stabilità e con il rialzo di tassi e petrolio. Le scommesse le ha perse Renzi. I mercati saranno gli esattori. Pagheranno gli italiani.
    • Henri Schmit Rispondi
      Sono perfettamente d'accordo. Darei solo atto al governo Renzi di aver provato a fare sul serio il primo anno. Ricordiamoci che è stato bloccato su questioni di primario ordine (stipendi nella PA e pensioni più alte) dalla Corte costituzionale. Per quanto riguarda il titolo dell'articolo penso che le cose si vedono di solito meglio con qualche distanza che quando si è troppo coinvolti, e che a Bruxelles il gioco (rinuncio agli aggettivi) del governo italiano sui conti si è capito da tempo. Fortuna del governo ma sfortuna degli Italiani vuole che non c'è nessuno fra Tusk, Juncker, Moscovici, e responsabili nazionali degli altri stati ad aver il coraggio e l'autorevolezza a far valere la ragione e le regole per fermare la discesa all'inferno dell'UE di cui l'inettitudine della politica italiana è la principale causa.
      • Mapo Rispondi
        Mah, la corte costituzionale fa il suo lavoro, forse bastava scrivere le leggi facendosi aiutare da qualche esperto in modo che non venissero poi 'fermate' dalla corte ...
  6. Aldo Ferreri Rispondi
    Caro prof., Il problema del deficit e del debito è un problema di spese e di crescita. Per quanto riguarda la crescita credo che l' errore più grande l'ha fatto il governo Amato nel 1992 quando ha indicizzato le pensioni all'inflazione. Le pensioni vanno indicizzate ai salari monetari come in Germania e non bisogna parlare di riportare il passato lontano al metodo contributivo perchè si crea sfiducia, oltre alla perdita di potere d'acquisto automatica per effetto del drenaggio fiscale. La quasi totalità dei pensionati e le persone a loro associate diminuisce automaticamente ogni anno i consumi per le ragioni sopra dette. O si fa al più presto questo passaggio o resterà per sempre un gap di crescita tra noi e l'Europa. La conseguenza sarà un fallimento dell'euro con tutte le conseguenze che si possono immaginare. Una sua risposta sarebbe auspicabile.
  7. antonio petrina Rispondi
    Più che algebra e/o econometria, c'è il cono che non torna : secondo il DPB il debito 2017 è in discesa di un decimale mentre per la UE sale di 0,5 decimali: come si origina tale gap?
    • francesco daveri Rispondi
      E' algebra del debito pubblico derivata dalla table 2 del report. La commissione prevede per il 2017 un miglior avanzo primario (1,5 invece di 1,4) rispetto al DBP. si aspetta però pagamenti per interessi maggiori del DBP per 0,2 punti di Pil, una minor crescita per 0,1 e una minor inflazione per 0,1. infine il governo italiano si aspetta proventi da privatizzazioni per uno 0,5 mentre la commissione si aspetta solo uno 0,2. ci sono altre piccole differenze ma le principali sono quelle che ho elencato.
  8. Nel corso di questi anni, nei quali si sono perfezionali gli accordi UE riferiti al fiscal compact, al rapporto deficit/pil, debito pubblico/pil, abbiamo assistito allo spostamento delle preferenze dell’elettore mediano dal centro alla dispersione dei voti e a manifestazioni sempre piu’ intense di non voto. Il DPEF è lo specchio del cambiamento, e immagine aderente a quella degli attuali policy maker, attenti a perpetuare clausole rivolte al mantenimento di rendite più o meno implicite, in un contesto ove il capitale è sempre più eroso e il lavoro in rapida e costante decrescita, astraendosi dalla realtà che, in termini di preferenza elettorale ,esprime il consenso di élites autoreferenziali in posizione di protezione delle rendite.