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  1. enzo Rispondi
    La corte nella sentenza ha anche dichiarato che un eventuale ballottaggio di collegio sarebbe legittimo. personalmente non vedo altra soluzione al fine di evitare le comiche dopo le prossime elezioni.
  2. Henri Schmit Rispondi
    Occorre riflettere sull’ultimo lampo di saggezza solonica, l’omogeneità fra camera e senato, che per una volta sembra mettere d’accordo tutti, opinione pubblica e giornalisti, scienziati politici e costituzionalisti, parlamentari e uomini politici (in conflitto d’interessi e avendo dato ampia prova di non esitare ad abusarne) e adesso pure le massime autorità dello stato, presidente della repubblica e giudici della CC (sentenze 1/2014 e 35/2017). Il concetto è purtroppo incoerente. La costituzione non prevede l’omogeneità ma una serie di disposizioni per ostacolarla: il numero dei componenti delle due camere varia dal semplice al doppio, i requisiti di età sono diversi sia per i candidati sia per gli elettori, per il senato è prevista un’elezione su base territoriale e all’origine pure la durata del mandato era diversa. I costituenti hanno inteso - come avviene in tutti i sistemi bicamerali - creare una doppia maggioranza, per definizione disomogenea, e comunque sempre aleatoria a causa dell’articolo 67 (libero mandato), chiave di volta del costituzionalismo. L’errore-illusione dell'omogeneità è legata al bicameralismo troppo perfetto, al sistemi dei partiti, al voto proporzionale di lista, alla pretesa di poteri occulti extra-costituzionali di telecomandare i parlamentari in base a schemi prestabiliti, alla riforma costituzionale mal concepita e per fortuna bocciata dagli elettori. Prima o poi farà sbattere la testa. Basterebbe guardare indietro alle elezioni del 2006.
    • Paolo Balduzzi Rispondi
      A costituzione vigente, il Governo riceve il voto di fiducia di entrambe le Camere. Auspicare maggioranza omogenee significa "semplicemente" auspicare governabilità
  3. Luciano Pontiroli Rispondi
    Non condivido Ia contrapposizione tra giudici costituzionali "nominati" e popolo sovrano. In primo luogo, la sovranità popolare si esercita nei modi previsti dalla Costituzione che, tra l'altro, dispone in che modo sono scelti i membri della Corte Costituzionale: nominati in senso stretto sono solo quelli scelti dal P:R, gli altri sono eletti dal Parlamento o dalle supreme magistrature. In secondo luogo, il controllo di costituzionalità delle leggi pone sempre la Corte Costituzionale "contro" il Parlamento, è una necessità. L'elezione diretta dei giudici costituzionali sarebbe un'anomalia pericolosa, specialmente in un paese politicamente diviso come l'Italia.
    • Henri Schmit Rispondi
      Condivido in gran parte. Contesto però che i giudici garanti della costituzione e dei diritti ivi espressi o implicati non proteggano i diritti individuali più importanti cioè quelli di scegliere solo loro i loro rappresentanti pro tempore. La sentenza 35/2017 è un'occasione sprecata(per chi ci crede ancora). La parata al difetto contestato non è l'elezione diretta dei giudici (soluzione pericolosa e sbagliata) ma l'iniziativa popolare anche propositiva, se necessario (disaccordo con il parlamento) con referendum, in tutte le materie, ma condizioni (firme, quorum) rigorose, esigenti.
    • Paolo Balduzzi Rispondi
      Mi sono appassionato alla Consulta proprio scrivendo qualche ricerca sui suoi meccanismi di nomina. Ultimamente, ho maturato la convinzione che bisognerebbe inserire in costituzione alcune incompatibilità. Per esempio, chi è stato membro del Parlamento (la versione "hard" prevede anche i membri del Governo) non dovrebbe poi poter diventare giudice della Consulta
  4. Flavio Martinelli Rispondi
    La C.C. anche per le modalità di nomina dei suoi membri non emette sentenze in punta di diritto, ma di tipo politico. Io trovo quindi improprio che una Corte di nominati abbia l'ultima parola in tema di leggi elettorali formata dal Parlamento che, avendo la legittimazione del popolo sovrano, dovrebbe avere la prevalenza. Lascia anche perplessi il fatto che il ballottaggio sia comunque previsto non solo per i Sindaci, ma anche in alcune leggi elettorali regionali. Inoltre sarebbe auspicabile che le decisioni della C.C. fossero prese almeno a larga maggioranza soprattutto quando riguardano atti derivanti dal Parlamento. La nota sentenza emessa qualche tempo fa a parità di voti con prevalenza del voto del Presidente mi è sembrata poco seria. Nell'occasione la Corte avrebbe dovuto astenersi dall'emettere una sentenza contro il Parlamento. Io ho letto giudizi di noti costituzionalisti che ritenevano impropria persino la bocciatura del 'Porcellum'
    • Paolo Mariti Rispondi
      la CC è un potere controbilanciante (che presuppone che dall'altra parte vi sia ...un altro piatto della bilancia)
    • Paolo Balduzzi Rispondi
      MI sembra che la Corte abbia da tempo ammesso la possibilità di esprimersi anche in merito alle leggi elettorali. L'ultima parola spetta comunque al Parlamento: se la sentenza produce una legge che non piace al legislatore, il legislatore ha il diritto e dovere di cambiarla. Se non lo fa, è responsabilità del Parlamento, non della Corte. La quale, anche in questa sentenza, ribadisce più volte come il compito di scrivere le leggi spetti al legislatore (esemplare il richiamo a trovare un metodo di scelta del collegio meno casuale del sorteggio)
  5. Henri Schmit Rispondi
    Le motivazioni della sentenza 35/2017 sono deludenti quanto la decisione stessa. Insegnano una serie di cose. 1. Nonostante le disposizioni chiare e precise della costituzione (art. 48, 51, 67) la Corte non garantisce il rispetto dei diritti elettorali individuali, ma permette che circa 2/3 dei deputati possano essere nominati dai capipartito; i giudici giustificano espressamente il diritto dei partiti di designare loro al posto degli elettori la maggior parte dei deputati. 2. Nonostante l’assenza di garanzie costituzionali per la rappresentazione dei partiti, la Corte vieta il ballottaggio di lista, ritenuto lesivo dei diritti dei partiti minori, ammettendo invece un premio di lista accordato a una minoranza che raggiunge il 40%. Il ballottaggio è un meccanismo di scelta razionale per l’elezione di una carica individuale, ma non lo è più si applicato a liste, tanto meno se al ballottaggio si vietano coalizioni. 3. Non è sovrano, non ha l’ultima parola, né il parlamento composto da nominati, né il popolo-elettore titolare sulla carta di tale potere, ma la Consulta nominata dai rappresentanti nominati. Il potere più importante che spetta al sovrano è di decidere come devono essere scelti quelli che governano pro tempore per conto suo, in primis come eleggere i parlamentari. A costituzione vigente questo potere appartiene in linea di massima a quelli che sono da eleggere e in caso di ricorso dichiarato ammissibile ai giudici supremi nominati da questi eletti-nominati.
    • Paolo Balduzzi Rispondi
      Gentile Schmidt, il commento meriterebbe un articolo. Mi limito a una brevissima riflessione. Senza un sistema di primarie codificato, con qualunque legge elettorale sono i partiti a scegliere i candidati e quindi gli eletti: mi sembra evidente. Questo vale sia per i meccanismi uninominali (chi sceglie l'identità dell'unico candidato che corre nel collegio?) sia per quelli proporzionali (anche se gli elettori possono esprimere 1, 10, 100 preferenze, i partiti inseriranno comunque chi vogliono loro nelle liste)
      • Henri Schmit Rispondi
        Non è vera l'affermazione per l'uninominale - purtroppo un luogo comune - in quanto il partito che seleziona la persona sbagliata rischia 1. di perdere contro terzi, 2. di subire la candidatura indipendente del candidato ignorato o sacrificato. È quello che è successo alle ultime politiche francesi per Ségolène Royal catapultata dal partito in un collegio sicuro ma poi battuta dal commilitone locale che si è presentato come indipendente. Questa logica ha un impatto immenso sull'effettiva autonomia dell'eletto, anche se selezionato dal partito. Il libero mandato non è solo formale, ma deve essere favorito e garantito attivamente. Tutti si lamentano della scarsa qualità degli eletti, ma dipende proprio da questo, dalla competitività ed apertura delle regole per essere eletti. Nessuno vieta al partito di fare la sua selezione. Se la fa bene, tutti i suoi candidati ne approfittano nel tempo.
        • Paolo Balduzzi Rispondi
          Grazie per l'esempio! Tuttavia, credo che quello della Royal resti un'eccezione alla regola. Che nel caso dell'uninominale, può essere raccontata così (semplificando molto, me ne rendo conto): nel collegio sicuro si candida il candidato che deve essere eletto (un capolista bloccato, nella terminologia dell'italicum), buono o cattivo che sia; nel collegio sicuramente perduto si candida un generoso candidato locale; Nel collegio competitivo, si candida un forte candidato, magari locale. Dove con forte si può intendere o molto bravo o molto ricco (per pagarsi la campagna elettorale)
          • Henri Schmit
            Il mio non era un aneddoto, ma un contro-esempio per mostrare che il suo ragionamento, con tutto il rispetto, è un luogo comune sbagliato. Il mondo accademico avrebbe l'obbligo di andare più in fondo. Stiamo parlando di diritti, diritti che influenzano profondamente l'esito elettorale e il comportamento di tutti gli attori (candidati, partiti, elettori e eletti!!!). Ma se non accetta spiegazioni teoriche, preferendo apparentemente l'autorità della forza, posso aggiungere un'altra osservazione, solo storica, non più scientifica: Quello che lei sostiene condannerebbe come abusiva la procedura per eleggere i deputati vigente o prevalente da oltre 200 anni in USA, UK e F, guarda caso i tre paesi che hanno formato attraverso il loro esempio sul campo e la ricerca teorica il modello democratico. Avranno sbagliato i pionieri e ha ragione la dottrina italiana, che dal 1919, anno di introduzione del proporzionale di lista, ha combinato solo guai dopo guai. Una soluzione 'pulita' comunque c'è pure con il voto di lista: basterebbe guardare quello che si fa in Finlandia, o in forma meno perfetta in Svizzera.