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  1. Maurizio Grassini Rispondi
    Le riviste 'predatorie' e il killeraggio dei revisiori sono figli del Vqr. Il Vqr è stato richiesto e ottenuto dalla stragrande maggioranza dei giovani e non più giovani ricercatori. L'illusione dell'esistenza di un metodo di misurazione degli studi di economia simile a quello delle misura della temperature è semplicemente assurdo. I revisori controllano semplicemente se i lavori sono in linea con la moda del momento. Qualunque contributo innovativo e/o originale riceverà il rifiuto o la tortura di questi inquisitori. Il Vqr sembra fatto apposta per garantire la mediocrità (anche come stare nella folla: impact factor). Invito gli economisti di questo Forum a rileggere i verbali del gruppo 13 che delibò sul metodo di valutazione delle ricerche economiche: in particolare la relazione di minoranza di Luigi Pasinetti.
    • Mauro Rispondi
      Se fosse vero quello che sostiene lei, non dovremmo osservare pubblicazioni su riviste predatorie prima della VQR (il primo bando è del 2011). Purtroppo, come mostriamo nel nostro articolo, non è così. Sono invece d'accordo sul fatto che l'utilizzo automatico (senza peer review) della lista Scopus (e nel caso di Econonia anche Google Scholar) ha delle controindicazioni.
    • Mauro Rispondi
      Se le reviste predatorie fossero "figlie" della VQR, allora non dovremmo osservare pubblicazioni su riviste predatorie prima del 2011 (anno del primo bando VQR). Purtroppo, come mostriamo nel nostro articolo, non è così.
  2. Marco Spampinato Rispondi
    Sono molto d'accordo con quanto scritto da Paolo Palazzi. Pur considerando utili alcune misure quantitative, penso ci sia una distorsione dell'incentivo alla qualità della ricerca, determinato dal peso della quantità delle "cose pubblicate". Senza quel meccanismo, spendere da uno o tre anni per una buona pubblicazione, preferibilmente individuale, risulterebbe utile e conveniente, oltre che moralmente convincente per se stessi. Oltre a riuscire forse a pubblicare in una rivista di primo livello (senza assicurazione dal rischio), la pubblicazione costituirebbe un investimento fondamentale nella propria carriera. Altrimenti, per minimizzare ogni rischio, "conviene" essere ad es. coautore con molti altri, in articoli dove la responsabilità è molto frammentata. Questo fenomeno non sembra sia considerato "corruttivo", ma potrebbe essere molto diffuso, anche in Italia. Si riduce l'"esposizione personale" del ricercatore, si fa punteggio restando in una catena di montaggio (dove si può saper fare una cosa sola), e ci si può garantire, immagino, più facile accesso alla rivista presso la quale il docente di riferimento è accreditato. Una osservazione, infine, sul termine corruzione. Con un click al vostro link appaiono su Nature tre parole - falsification, fabrication and plagiarism. Non c'è scritto corruption. Perché semplificare? Corruzione non significa granché. Quelle tre parole hanno invece un significato non banale nel contesto della ricerca scientifica.
    • Mauro Rispondi
      Condivido gran parte del suo commento. La parola corruzione effettivamente può avere diversi significati. Per esempio: "comportamenti privati eticamente "discutibili" (Pizzorno, 1993) http://www.treccani.it/enciclopedia/corruzione_(Enciclopedia-Italiana)/ In questo senso, il termine non è usato a sproposito e credo le tre parole (citate anche nel nostro testo!) siano forme di corruzione.
      • Marco Spampinato Rispondi
        Vero, le avevate citate in parentesi. Ho letto la Treccani sul punto. La mia svista, oltre alla lettura veloce da video, può forse segnalare che l'espansività o inerzia del concetto di corruzione, di per sé sintomo del suo grado di generalità e flessibilità, potrebbe farlo percepire come meno stringente, troppo generico. Ogni comportamento retto può corrompersi, ma non tutte le corruzioni sono eguali per loro intrinseche caratteristiche - non tanto o non troppo semplicemente morali. Se prendo la categoria del plagio, il termine italiano ha due significati: plagiare o essere plagiati. E infatti per evitare il "plagiarism" (trarre vantaggio dalle idee altrui senza citarle; da google), il ricercatore deve sviluppare grande attenzione non solo a non copiare, ma anche a non inglobare nel testo, attraverso qualche routine data per assodata, il pensiero altrui. L'esempio è per dire che per sua natura il plagio può agire su base volontaria e involontaria - conscia o inconscia. Ad un estremo opposto dello spettro del concetto di corruzione si hanno scambi del tutto intenzionali (danaro o altro) per ottenere un trattamento di favore rispetto ad una procedura legale imparziale. L'espansione di un concetto, quando questo è vivo e attivo nel linguaggio comune di una società, con riferimento a fattispecie differenti, non è atto di poco conto. La mia opinione è che per andare a fondo, come è un valore fare, valga la pena fare un passo avanti nella psicologia del comportamento.
        • Mauro Rispondi
          Sono d'accordo con lei. Personalmente la definizione che preferisco, che rispetto a quella che ho citato sopra ha il dono delle chiarezza, è questa: "Infrazione di una regola per un vantaggio personale da parte di un burocrate, politico o soggetto privato al quale è stato delegato un potere". La frode scientifica potrebbe rientrare in questa definizione se crediamo che chi fa ricerca o chi cura una rivista è destinatario di un potere di delega da parte della Repubblica della Scienza (cfr. Polanyi).
  3. Michele Lalla Rispondi
    In generale, è bene tenere monitorate e sulla corda le riviste predatorie. Si deve rilevare, tuttavia, che anche quelle che sono considerate 'non predatorie' non si comportano sempre correttamente. Ho una esperienza diretta in tale antinomia. A mio avviso, il problema è come dimostrare compiutamente che una rivista sia (è) predatoria, perché se fosse possibile farlo in modo inequivocabile, allora si potrebbe espellerla dal circuito. Se i revisori (referees) leggessero accuratamente gli articoli, forse quelli artefatti non passerebbero. Osserviamo pure che un articolo fabbricato ad hoc per ingannare i revisori, magari basato su un dettaglio, non fa testo perché a chiunque può sfuggire: nessuno è onniveggente e onnisciente.
    • Mauro Rispondi
      Sono d'accordo con lei. Il confine tra riviste "predatorie" e riviste di bassa qualità è molto impreciso. In alcuni casi, inoltre, anche riviste di ottima qualità compiono errori, in buona o in cattiva fede. Comunque, parafrasando Churchill, la peer review è la peggior forma per far avanzare la scienza, ad eccezione di tutte quelle sperimentate finora.
  4. Paolo Palazzi Rispondi
    Permettetemi un'osservazione banale. Se le commissioni di valutazione e di concorso avessero l'abitudine di leggere gli articoli o le monografie prima di esprimere i giudizi forse il problema non esisterebbe, o no?
    • Mauro Rispondi
      In alcune valutazioni leggere e giudicare tutte le pubblicazioni può essere difficile o costoso. In questi casi è utile affidarsi a strumenti aggiuntivi che rendono la "peer review" maggiormente "informata" (liste di riviste o di editori, bibliometria,...). Utilizzare questi strumenti aggiuntivi in modo automatico può però avere delle controindicazioni.