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  1. Alberto Rispondi
    Qual è lo scopo della scuola ? Se formare, a quale scopo ? A quale livello ? I futuri lavoratori, dirigenti dovranno confrontarsi e competere, non con i loro connazionali, ma con quelli severamente selezionati di altre nazioni (GB, Cina, Germania, Corea del sud, Giappone, Israele…) che pongono la formazione e la competizione economica come il traguardo principale da conseguire. Lezioni continuamente interrotte da alunni svogliati che distraggono gli altri facendo innervosire gli insegnanti ? Fare delle sezioni per volenterosi e altre per chi lo è meno. Non si deve lasciare indietro nessuno ma non si deve neppure evitare ai più veloci di correre al livello di cui sono capaci.
    • Francesca Rispondi
      Significherebbe aggiungere discriminazione ad altra discriminazione e creare un gap ancora più ampio. Il problema sta alla base: non esistono geni innati e persone più o meno portate. La questione non è bocciare si o bocciare no ma trovare un metodo (e risorse) che permettano percorsi di studi a velocità parallele.
      • Luca Rispondi
        Discriminazione ? Oramai per una questione di politically correct, si abusa impropriamente di questo termine. Non consentire di studiare ad un ragazzo in quanto appartenente ad una etnia è discriminazione, ma consentire a chi ha voglia di fare, ai più responsabili e perché no, anche capaci di volare non lo è affatto. Non mi venga poi a dire che le persone adolescenti o adulte con le quali mi relaziono ogni giorno, sono tutte ugualmente portate alle studio, ugualmente intelligenti o ugualmente portate per le attività sportive. Partire dal presupposto che tutti vogliano approfondire l’apprendimento allo stesso modo o che siano ugualmente curiosi non solo sbagliato ma anche assurdo. Il mondo bisogna accettarlo per quello che è, non per quello che si vorrebbe che fosse. Interrompere costantemente lo svolgimento di una lezione dal Pierino di turno è solo maleducazione e mancanza di disciplina che crea danno agli altri e le esigenze dei più contano più delle esigenze dei pochi.
    • luca Rispondi
      Fuga dei cervelli. Fenomeno ampiamente commentato e documentato. Provengono da scuole italiane ed evidentemente sono molto competitivi; sono anche tanti. Forse il danno fatto da svogliati (o semplicemente meno dotati) al resto delle classi è meno grave di quanto sembra!
      • Alberto Rispondi
        La invito a vedere questo video : http://www.truenumbers.it/fuga-di-cervelli/
        • Markus Cirone Rispondi
          Tanto esatto nei dettagli numerici quanto fuori tema. La fuga dei cervelli è una cosa, l'emigrazione un'altra. E poi la fuga dei cervelli non è iniziata con la crisi, ma molto prima.
  2. Markus Cirone Rispondi
    Da tempo penso che preferirei insegnare in una scuola dove l'alunno non viene nè promosso nè bocciato: ha diritto a 13 anni di scuola, ne può ripetere alcuni se vuole, ma almeno alla fine gli metto il voto vero che si merita, e se non supera l'esame finale riceve un attestato di frequenza. L'attuale promozione con il voto di consiglio, che trasforma i 3 e i 4 in 6 nemmeno fosse ostia consacrata, è, almeno moralmente, un falso in atto pubblico..
    • Francesca Rispondi
      Il mondo degli unicorni in cui una vera meritocrazia esiste è simile a quello appena descritto. Bocciare e pluribocciare non è la soluzione. Basterebbe conoscere chi ha subito una serie di bocciature e comprendere le difficoltà che incontra per capire che questa non è la soluzione adeguata. Dare merito al talento ma non significa necessariamente affossare e mutilare chi ha difficolta
  3. Giovane Arrabbiato Rispondi
    Geniale, la ''scuola del merito''. Cosi tutti gli studenti che si fanno il mazzo, come se lo è fatto il sottoscritto, si dovranno sopportare gente che va a scuola per ''cazzeggiare'', far confusione, disturbare se non peggio. Ma si dai, danneggiamo chi si impegna e diamo 1,2,3 mani a chi non ha voglia di far niente. ''Progresso'' di un paese diretto verso il baratro.
    • Francesca Rispondi
      Significherebbe aggiungere discriminazione ad altra discriminazione e creare un gap ancora più ampio. Il problema sta alla base: non esistono geni innati e persone più o meno portate. La questione non è bocciare si o bocciare no ma trovare un metodo (e risorse) che permettano percorsi di studi a velocità parallele.
  4. Max Rispondi
    La selezione e la bocciatura è utile. Che messaggio si darebbe agli studenti che si applicano se coloro che disturbano e impediscono le lezioni venissero promossi? Stare attenti e studiare è uno sforzo, a tutti piacerebbe dormire in aula e avere i titoli e magari prendere un posto di lavoro senza fare nulla!. Almeno nella scuola, finchè sono giovani, cerchiamo di dare il senso della meritocrazia: il piu' bravo va avanti, il somaro e lo svogliato vanno via e fanno dell'altro per cui sono piu' portati ! Non è obbligatorio studiare, ma se lo fai, lo fai seriamente. I ragazzi che escono oggi dall'Università sono dei veri asini con i voti alti: un tempo si diceva che erano solo quelli del sud Italia, oggi l'Italia è unita da nord a sud. A ritroso, all'Università arrivano ragazzi con grosse lacune; alle superiori hanno problemi di comportamento e concentrazione. Alle medie non ne parliamo e alle elementari, salvo rari casi, si accontentano i genitori con 9 e 10 a tutti, così credono di aver dei geni come figli. Stiamo creando il declino della società italiana: giovani con i titoli, voti alti, bassa reale conoscenza, viziati, in una epoca in cui i giovani hanno a disposizione strumenti di sapere potenti che le generazioni precedenti non avevano. E poi l'ipocrisia per cui il ragazzo normale si deve adeguare al prigro della classe o all'handicappato, risorsa per il paese Italia su cui investire, abbassando il livello di tutta la classe e licenziando spesso mediocri ragazzi
    • luca Rispondi
      Evitare la bocciatura non implica tutte le conseguenze nefaste paventate. Per esempio ci sono mezzi diversi dalla bocciatura per evitare ai pochi prepotenti di disturbare il resto della classe. Togliere di torno "somari e svogliati" non è comunque praticabile, con le norme attuali. Nella maggior parte dei casi i ragazzi così definiti accettano la collaborazione, se si attua una didattica che lo consenta (per la quale servono risorse). Concordo sull'ultima affermazione (il "normale" non si deve adattare al "pigro"), ma le assicuro che è un obbiettivo perseguibile con metodi meno drastici!
    • bob Rispondi
      "..I ragazzi che escono oggi dall'Università sono dei veri asini con i voti alti: un tempo si diceva che erano solo quelli del sud Italia, oggi l'Italia è unita da nord a sud...". Una volta in territori come il Veneto e Trentino per non dire anche il Piemonte il 60% delle persone era analfabeta. La scuola è stata adattata alle esigenza di "creare posti" e su questo concetto si muove. Basta guardare l'assurda riforma dei Licei con la divisione in tante inutili "facoltà" ( liceo scienze applicate, liceo umanistico, etc etc) disperdendo o eliminando ore di lezioni che sono alla base di una preparazione liceale per l' Università . Il ministro delle Riforme con le corma in testa che parlava del " dialetto nelle scuole" o la mamma di Treviso che sosteneva testuale " ... a mio figlio l'italiano non interessa basta che saprà l'inglese e il computer..". Il brodo popolare e popolino è questo ..........e su questo inzuppa la pagnotta il furbo di turno
    • Francesca Rispondi
      Significherebbe aggiungere discriminazione ad altra discriminazione e creare un gap ancora più ampio. Il problema sta alla base: non esistono geni innati e persone più o meno portate. La questione non è bocciare si o bocciare no ma trovare un metodo (e risorse) che permettano percorsi di studi a velocità parallele.
  5. luca Rispondi
    La progressiva e costante diminuzione dei bocciati è un processo - credo - inarrestabile, voluto dalle famiglie e sempre più sostenuto dalla normativa. Nelle mie classi di liceo trovo sempre più spesso alunni che in altri tempi non sarebbero arrivati sin lì: cerco di adeguare il mio insegnamento alle loro esigenze nella convinzione che anche per loro un miglioramento sia sempre possibile; e in effetti solitamente è così, anche se spesso non vengono raggiunti i cosiddetti "obbiettivi minimi". Quindi, meglio portare avanti ragazzi che l'opinione comune definisce "asini", perché il tentativo di motivarli allo studio con la minaccia della bocciatura è fallimentare e la selezione porterebbe vantaggio solo a chi in vantaggio lo è già. (Forse è giunto il momento di sostituire i diplomi con certificati che attestino il livello effettivamente raggiunto, qualunque sia). La conseguenza di una simile impostazione - ripeto, in parte già in vigore e irreversibile - è una didattica che tenga conto delle forti disomogeneità. La mia esperienza dice che funziona, se i ragazzi in classe sono in numero adeguato; quindi se si impegnano risorse sufficienti. Attualmente nella mia scuola le classi sono spesso di 30 o più alunni, raramente meno di 25; in Lombardia, nonostante i proclami "antisupplentite", gli insegnanti sono stati nominati con forti ritardi; la possibilità di compresenze è costosa, quindi rarissima. Senza risorse, sostituite da un bonus di tanto in tanto, la Finlandia rimane lontana!
    • luca Rispondi
      Aggiungo una precisazione: adeguare il mio insegnamento non significa abbassare i livelli, ma individualizzare gli interventi. La cosa è possibile, a patto che le risorse (umane, strutturali, economiche) non vengano meno. Questo è il vero pericolo!
  6. Giuseppe Terruzzi Rispondi
    Differenziare i percorsi educativi sarebbe certamente meglio che "bocciare". Alle superiori la bocciatura è l'invito/obbligo a ripetere tutte le materie, anche quelle in cui si è stati valutati con sufficienza. E' necessario superare questo sistema - costoso - e adottare il sistema anglosassone, che permette di ripetere solo i corsi in cui si è fallito. Ma quando verrà il giorno in cui un governo credibile proporrà seriamente la sostituzione dei curricoli rigidi con curricoli flessibili? Sembra che sia un tabù solo parlarne.
  7. Riccardo Rispondi
    Contestualizzare studi su popolazioni come la Finlandia secondo me non è corretto. Siamo una nazione con cultura e storia profondamente diversa dalla loro. Lavoro nella scuola ed ora l'unico che trova giovamento dalla "non bocciatura" è lo Stato che riesce a calcolare meglio il fabbisogno di docenti e classi per l'anno successivo ed i genitori che in questo modo considereranno ancor di più la scuola un parcheggio. Se un ragazzo di 14 anni "non" vuole studiare per quale motivo non dovrebbe essere penalizzato? Alla fine del percorso scolastico cosa avrà imparato? Nulla, come non avrà capito il valore sociale che si spende per lui. Nei decenni addietro dove le bocciature erano più frequenti abbiamo costruito diplomati e laureati che al momento stiamo ancora "esportando", la Finlandia sta esportando ragazzi portentosi? Sarebbe interessante conoscerlo.
  8. stefano bargiacchi Rispondi
    Concordo pienamente! Il punto non è la bocciatura in se quanto gli effetti sociali che la bocciatura comporta. Lo studente ripetente e le persone a lui vicine, salvo rari casi, non vedono la bocciatura come un'occasione da cui ripartire, come un modo per colmare le lacune che gli hanno impedito di superare l'anno ma come un marchio che ne certifica la stupidità e l'inadeguatezza. Il problema è che quasi sempre vi è uno iato enorme tra le ragioni che portano a bocciare uno studente, spesso con qualche anno di ritardo rispetto al necessario e gli effetti che la bocciatura comporta. Sarebbero i professori coloro che dovrebbero colmare questo iato spiegando a tutti le ragioni della bocciatura e come provare a gestirla. Ovviamente ciò non riesce quasi mai. In ogni caso tutti i nodi vengono al pettine all'università, sono convinto che l'elevato numero di abbandoni e di studenti fuori corso sia attribuibile in misura rilevante (ovviamente non esclusiva) alle lacune mai colmate dagli studenti nel corso del proprio percorso formativo. Lo scontro non dovrebbe essere tra il bocciare o il non bocciare ma su come "bocciare bene".