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  1. Consorzio C2T Rispondi
    Immaginiamo il patrimonio di esperienza custodito dalle imprese tradizionali del nostro Paese che si integra con la mentalità innovatrice dei giovani che formiamo e che spesso vediamo fuggire all'estero. Abbiamo fondato la startup a vocazione sociale Find Your Doctor proprio per questo, perché noi crediamo che lavorare con intelligenza sull'inserimento professionale dei ricercatori significhi lavorare per innescare un circolo virtuoso che apre prospettive di crescita all'intero Sistema Paese.
  2. gabriel Rispondi
    Grazie per l'articolo. Dalla mia esperienza posso dire che subito dopo il dottorato in economia ho trovato un impiego in un'azienda che espressamente cercava persone con almeno un master post laurea. Detto ciò, mi hanno inquadrato con lo stesso contratto del portiere, e con tutto il rispetto per il portiere, non avvertivo che i returns del mio investimento in istruzione fossero particolarmente premianti. Son tornato al mondo accademico, vivo in una situazione di stabile precariato (scusate l'ossimoro) ma son felice di quel che faccio. Ogni tanto però anche se da economista dovrei accettare che il mercato non badi all'equità, mi viene questo dubbio è giusto che un sistema sia basato su persone che lavorano perchè il proprio lavoro gli piace, e non su incentivi economici e/o di carriera?
    • Alice Rispondi
      Mi trovo perfettamente in linea con la descrizione. Avere un titolo di dottorato danneggia l'accesso al mondo del lavoro e certamente non trova riscontro economico. Forse con molta pazienza -e all'estero- il titolo può fruttare. Sempre che si riesca a dimostrare che la formazione universitaria non si è svolta esclusivamente in Italia, cosa che indebolisce di molto il profilo e la competitività del candidato all'estero. La mia esperienza è di grande dispiacere per non essere riuscita ad avere accesso all'accademia, unita alla consapevolezza che non tutti debbono e possono riuscirci. E' stato molto duro rendersi conto che per avere un colloquio, dovevo di fatto eliminare il titolo di dottorato dal cv.
  3. Pietro Rispondi
    Se poi ci mettiamo anche che la R&S assorbe in generale una percentuale contenuta dei laureati (sia dottori di ricerca che non), le cose si complicano ulteriormente. Infatti, per quanta demagogia di assenza di laureati/Dottori di Ricerca si faccia sui media, la verità è che non tutti possono finire a fare R&D o i progettisti. Numeri alla mano, si scopre che forse un 5% dei laureati/diottori in ambito tecnico scientifico va in R&D. Il resto fa Ciò è più o meno vero in ogni paese. In Italia poi la situazione è ancora più aggravata da un tessuto industriale che si sta sgretolando e dove le grandi multinazionali tendono a ritirarsi piuttosto che espandersi. Concludo dicendo che il titolo di Dottore di Ricerca può essere fondamentale per svolgere alcune professioni ed io sono uno di quelli che rientrano in Genuine Matching. Tuttavia,per farlo apprezzare al mercato del lavoro è necessario che il suo valore sia oggettivo, attraverso un chiaro percorso accademico di formazione, che non lasci più passare l'idea che un dottore è uno che "perde altri 3 anni in università con un professore di cui ne fa spesso le veci in attività pseudo-didattiche e porta avanti nel tempo libero ricerche di dubbio interesse". Inoltre, sarebbe importante come segnale da parte degli enti coinvolti la risoluzione dell'ambiguità del titolo di "Dottore di Ricerca". Che si differenzi in modo chiaro dagli altri e che si equipari legalmente al PhD che si consegue negli USA.
  4. Pietro Rispondi
    Il fatto stesso che il titolo conseguito "Dottore di Ricerca" dia luogo ad una confusione enorme in Italia, fa capire quanto poco si sia creduto in questo strumento per qualificare dei professionisti della Ricerca. In italia un pò tutti si chiamano dottori: il medico, il laureato vecchio ordinamento, il laureato triennale e il Dottore di Ricerca. In altri paesi è molto semplice: puoi scriverti Ph.D. se hai fatto un corso almeno triennale post Master/Laurea. [Segue ancora]
    • ms Rispondi
      L'analisi di percorsi "laurea - dottorato - attività lavorativa" può rivelare il livello di coerenza tra interessi per la ricerca e perseguimento dei titoli di dottore di ricerca. Non mi riferisco a problemi di valore legale di titoli, ma di dignità e decenza. Si trova on line del materiale ("titoli" e intere tesi di dottorato) di segno completamente diverso: da una parte tesi che lasciano pensare a lavori compilativi (niente ricerca, niente metodi sperimentali); dall'altra tesi, disponibili spesso interamente o richiamate da successive pubblicazioni del ricercatore, o docente: questo secondo tipo attesta una vera motivazione per la ricerca del dottore di ricerca. Ma le altre? L'analisi di alcuni curricula offre informazioni ulteriori. Ad es., molti politici mettono on line il cv (bene) e da questi risulta che alcuni abbiano avviato importanti carriere politiche prima di prendere un dottorato. Ci si può chiedere se l'essere eletti in consigli provinciali o regionali costituisca condizione favorevole al tipo di ricerca che un dottorando dovrebbe svolgere. Se si, penso non ci siano norme che vietino di fare politica e studi di dottorato, forse part-time: ma a che cosa valgono questi titoli ulteriori alla laurea? Se no, ci si chiede perché l'Università (pubblica o soggetta a regolazione pubblica) favorisca un doppio lavoro che non produce ricerca. I posti di dottorato sono limitati, il problema non è quindi affatto banale.
  5. Pietro Rispondi
    Sicuramente interessante l'analisi effettuata. Tuttavia, ci sono alcuni aspetti rilevanti che non sono stati considerati o sono passati molto marginalmente. Il primo aspetto importante, velatamente sfiorato all'inizio del testo, è senza dubbio il fatto che il corso di dottorato per i primi XX cicli e forse anche oltre non è stato inteso come un momento di alta formazione e specializzazione, che mirava a formare un ricercatore in un ambito. Ciò che intendo è che fino a poco tempo fa il dottorato italiano non era (e forse non lo è ancora) un corso di studi strutturato e armonizzato (a livello nazionale) con esami di base e specialistici obbligatori, e relative verifiche per "formare" un ricercatore, ma piuttosto un periodo in cui l'addottorando nei ritagli di tempio, in cui non sopperiva alla didattica e/o alle esercitazioni in luogo dei titolati a queste mansioni, andava a specializzarsi su un solo tema (quello della sua tesi di dottorato che tipicamente era una continuazione di quella di laurea). E solo per necessità i più "fortunati" hanno acquisito anche nozioni su tematiche affini e di base allargando l'orizzonte della loro reale competenza. Solo recentemente si sono fatti degli sforzi in tal senso e le cose stanno cambiano, ma sicuramente siamo ben lontani dagli standard di qualità, organizzazione e di elevata specializzazione raggiunti negli USA e altre nazioni del mondo. [segue in altro commento]
  6. Fabio Fanucci Rispondi
    In un paese con pochissime grandi aziende e ben pochi investimenti nella ricerca, non c'è da stupirsi che i dottori siano penalizzati. Per gli altri ruoli, quelli professionali, gli studi dottorali non sono così utili perchè troppo teorici. Detto questo, più istruzione non fa mai male.
    • bob Rispondi
      esatto! Mancano grandi aziende e soprattutto Grandi Progetti di sviluppo in settori vitali: comunicazioni, chimica, elettronica . Un "Paese abortito"
  7. ms Rispondi
    Due/tre domande/osservazioni: 1. difficile: perché non una tabella con dati incolonnati invece di quella figura 2? E' proprio necessario, positivo, possibile "pensare per immagini", oppure ciò che il lettore fa in quel caso è ritrasformare mentalmente la figura passando per una sorta di tabella? (se non lasciar perdere...) 2. facile: vale la pena un dottorato di ricerca per chi non ha predilezione/ambizione esclusiva per la ricerca (e insegnamento accademico)? Alcuni Master "biennali" nordamericani (due anni è una durata media presunta, non normativa) potrebbero essere sufficienti se l'obiettivo non è la ricerca, ma una carriera manageriale. Non ho dati empirici per quel "sufficienti" ... Un dottorato però ha durata o sforzo almeno doppio, e sopratutto richiede di pubblicare, manifestando una produttività da ricercatore (non solo fare esami). Ci possono essere problemi anche in quel modello, ma trovo sorprendente che corsi di dottorato non siano pensati, organizzati, finanziati con risorse pubbliche solamente per chi vuole fare ricerca e insegnamento accademico.
  8. Dina Labbrozzi Rispondi
    Grazie per l'articolo, molto interessante, che peraltro corrisponde in pieno nelle conclusioni alla mia esperienza: il Dottorato non ha avuto alcun impatto sulla mia carriera né ha comportato benefici economici. Due osservazioni derivanti dalla mia esperienza: 1) molto spesso il dottorato non è inteso come un percorso che premia gli studenti più motivati, i candidati più interessanti e le menti più brillanti, ma più banalmente è uno strumento per l'esercizio di rapporti di potere all'interno del mondo accademico; 2) lo sviluppo della cultura dottorale probabilmente rimanda all' problema dell'università in Italia, le cui fragilità sono state molte volte puntualmente analizzate anche sulle pagine (elettroniche) di questa rivista. Continuerò a seguire i suoi articoli
  9. Giunio Luzzatto Rispondi
    L’analisi sembra molto convincente. Due osservazioni. 1) Per ciò che concerne la domanda, esempi di altri Paesi mostrano che una Pubblica Amministrazione moderna è più efficiente se dispone di competenze capaci di dare impulsi innovativi, e perciò di dirigenti formati in un ambiente d ricerca. Inoltre, una auspicabile iniziativa politica che valorizzasse, nella P.A. italiana, il titolo di dottorato avrebbe, presumibilmente, un positivo effetto di trascinamento nei confronti delle attività private: mostrerebbe che lo Stato apprezza la formazione “alta” che le sue istituzioni accademiche forniscono. 2) Circa le caratteristiche dell’offerta, è giustissima la sollecitazione a costruirla con attenzione anche agli sbocchi diversi da Università ed Enti di ricerca. Alcune tendenze a distinguere nettamente dagli altri alcuni dottorati, definiti come “professionalizzanti”, suscitano però perplessità; le caratteristiche proposte per questi -quali l’attenzione alle competenze trasversali, la presenza di elementi di interdisciplinarità, il ricorso a contributi di esperti esterni- sono infatti importanti per tutte le formazioni dottorali e dovrebbero essere perciò potenziate ovunque. Beninteso, una corretta flessibilità nella definizione dei percorsi individuali dei dottorandi dovrebbe poi “dosare” in modo differenziato il peso dei diversi elementi.