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  1. alberto bongiovanni di castelborgo Rispondi
    Condivido in generale le analisi espresse nell'articolo, sebbene sia molto meno fiducioso nell'efficacia della riforma della P.A. progettata dal governo, la quale invece avrà per certo l'effetto di rendere la dirigenza più prona ai voleri dei politici di turno, ma voglio puntualizzare che gli automatismi stipendiali coinvolgono militari, poliziotti, magistrati (quasi - automatismi) dipendenti degli enti locali, delle asl.....ma assolutamente non i dipendenti del ministero della giustizia, vere cenerentole del sistema PA, esclusi (essi soli) dalle c.d. riqualificazioni che hanno promosso, in passato e fino al 2010, migliaia di dipendenti pubblici sostanzialmente per titoli (gli esami erano... benevoli), C'è un problema? io credo di sì
  2. stefano Rispondi
    Le due banche venete da sole hanno bruciato 11 miliardi di capitale in tre province. Non so quanti ne hanno bruciati le quattro banche "salvate" col bail-in. Poi ci sono tante piccole banche che hanno dovuto svalutare i loro attivi o sono commissariate (296 milioni la sola cassa dei "risparmi" di Cesena...) se pensiamo che gli 80 € famosi ammontano a 10 miliardi e l'abolizione della IMU prima casa 4,5 mld. possiamo capire come questo salasso bancario abbia depauperato il risparmio ed annichilito la propensione al consumo delle famiglie. Se non si riporta la finanza alla sua funzione originaria e si protegge come si deve il risparmio le manovre fiscali espansive saranno vanificate.
  3. Piero Rispondi
    Dobbiamo ridurre del 10% la spesa per la pubblica amministrazione, sono circa 80 mld di risparmi che dovranno essere utilizzati per eliminare l'irap (circa 39 mld), con la differenza sgravi fiscali ai lavoratori.
  4. Mario rossi Rispondi
    Ma vi siete accorti che anche exor se ne è andata via? Non è mica un caso
  5. Maurizio Cocucci Rispondi
    Sottoscrivo interamente quello che ha scritto, ma in ogni caso è mia opinione che ciò può consentire una crescita comunque non sufficiente. Si riuscirebbe a raggiungere livelli dell'1% o 2% di PIL annuale, ma a noi serve andare ben oltre. Noi dobbiamo cambiare anche la cultura delle imprese, ad oggi ancora troppo piccole e quindi scarsamente competitive per capacità di investimento. Invito a (ri)leggere un interessante articolo pubblicato proprio su questo sito il 14.05.13 da Massimo Bordignon e Rony Hamaui dal titolo "Il Vero Vizio? Capitale" in cui viene evidenziato il problema delle imprese italiane sotto il profilo finanziario delle stesse. Produttività, capitalizzazione/mezzi propri (e quindi per contro dipendenza dal settore creditizio) e dimensione sono i tre problemi dell'apparato produttivo nazionale in quanto tutti e tre inadeguati se confrontati con le realtà dei maggiori competitors internazionali. Poi menzionerei un settore che non riusciamo a sviluppare per quanto rappresenti la nostra principale 'risorsa': il turismo! Nonostante si sia coscienti della potenzialità che il nostro Paese può offrire, non siamo in grado di sfruttarlo adeguatamente. Si guardi ad esempio al sito internet del più grande sito archeologico d'Europa: Selinunte. Non c'è da aggiungere altro. A nord est di Venezia si sono trasformate aree paludose in luoghi di villeggiatura. Nel meridione, dove non è richiesta questa fase, si registra un numero di presenze impietosamente inferiore.
    • bob Rispondi
      caro signore del suo "federalismo" nord- sud credo che questo Paese non abbia proprio bisogno. Delle paludi trasformate in oasi ( ma dove?) e di Selinunte mal comunicata . La no crescita delle turismo è stato proprio la follia di delegare le Regioni ( da eliminare al più presto) ...agli occhi dei Turisti americani l' Italia è una Regione in cui visitare con priorità 4-5 siti che lei ben conosce e non le ex-paludi nel nord-est
  6. Antonio Rispondi
    Il nostro è un paese fallito. Non ci può essere crescita, che fino a prova contraria la fanno le imprese,se non si RISTRUTTURA dalle fondamenta lo stato (con la s minuscola). L'enorme spreco di risorse nel settore pubblico, migliaia di enti che sono solo stipendifici, una burocrazia borbonica creata ad arte per ottenere voti, un malaffare che deve essere inserito come principio costituzionale, fanno dell'italia un paese palesemente incentrato sullo strapotere statale a danno dell'iniziativa economica privata. Il settore privato è al servizio e alla mercé di quello pubblico. Dovrebbe essere semplicemente il contrario. Per liberare il nostro paese da queste asfissianti catene ci vogliono STATISTI, non politicanti che governano al solo fine di perpetuarsi al potere. Bisogna avere il coraggio di prendere decisioni Impopolari, nell'interesse di tutti e non delle corporazioni. Il resto sono solo chiacchere che si sentono da tempi immemori.
  7. bob Rispondi
    prof.re ancor prima delle iniziative fiscali da adottare, la crescita di un Paese passa per politiche e progetti lungimiranti e a lungo e medio termine. Può indicarmene qualcuno di questi progetti? Escluso: compro-oro/ centri commerciali/ lottizzazioni assurde/ hamburgherie etc? Non so se lei si rende conto che abbiamo perso 20 anni dietro un perditempo assurto a ministro delle Riforme ? I parametri che lei indica possono essere aggiustati e modificati se dietro c'è un progetto, ma se non c'è nulla cosa aggiusta?
  8. Gianni Rispondi
    Purtroppo la proposta suona come il solito palliativo italico ai nostri problemi Salari, produttivita´e crescita sono prodotti dagli investimenti non dai consumi. Stimolare i consumi (ammesso che funzioni) ha come effetto di rendere quindi piu´lenta la ripresa. E a poco vale ricordare la storia della "capacita´ inutilizzata": il boom che ha preceduto la crisi ha distrutto allocandolo erroneamente capitale fisico e umano la cui capacita´ produttiva non e´piu´ utilizzabile.
  9. Emanuele Rispondi
    "Per rilanciare subito la crescita si comincia riducendo il carico fiscale sui consumatori, non quello sulle imprese". Concordo, purtroppo siamo ostaggio da quasi 40 anni di una visione al limite del religioso, ove le imprese vengono viste come delle semi-divinità invece che, banalmente, come uno dei tanti attori economici e sociali. Sono almeno 5 anni che il consensus si è spostato verso un maggior equilibrio, ma evidentemente i decisori politici hanno un paraocchi talmente ristretto da non riuscire a cambiare strada.