logo


  1. Federico S Rispondi
    Buongiorno, e' un fatto che le royalties pagate dagli estrattori in Italia sono le piu' basse in Europa. Come avete giustamente sottolineato, il petrolio estratto non rimane all'Italia, ma viene immesso sul mercato, per cui la sua provenienza "italiana" non comporta per noi nessun vantaggio significativo (mi pare di capire pero' che per il gas potrebbe essere leggermente diverso). In sostanza, l'unica vera fonte di guadagno per lo stato sono le royalties che le compagnie pagano sull'estratto. Allora mi chiedo: perche' dovremmo dare a queste compagnie la possibilita' di chiedere il rinnovo delle concessioni e sfruttare i giacimenti in questione alle medesime condizioni? Non sarebbe forse opportuno rinegoziare quelle concessioni? Magari l'unico modo per spingere le parti a farlo sarebbe quello di bloccare la possibilita' di rinnovo. Oltretutto non sappiamo cosa succedera' in futuro, quale sara' il prezzo del petrolio, che potrebbe rendere ancora piu' ridicole le attuali royalties. Grazie
    • Marco Rispondi
      Le royalties sono relativamente basse per diversi motivi, certamente per qualità dell'idrocarburo e basse economie di scala (in caso dei pochi giacimenti petroliferi, il metano è discreto) ma soprattutto poiché il rimanente carico fiscale italiano è molto diverso rispetto ai paesi benchmark. Il carico fiscale complessivo (che spazia da dipendenti che scontano il maggior cuneo fiscale del mondo all'IRAP, che in aziende di questo tipo, incidendo in pratica sul fatturato anche in caso di perdita, incide parecchio ed è una prerogativa tutta italiana) è fra i più alti del mondo. Se vogliamo che qualcuno (spesso l'ENI, a larga proprietà pubblica, cioè degli italiani) investa non si può non mettere sul piatto il quadro complessivo, complessivo anche delle difficoltà burocratiche nell'ottenimento dei permessi, dell'incertezza normativa (come vediamo proprio con questo referendum) e di una legislazione sui requisiti di sicurezza ambientale che è forse la più rigida del mondo, di certo più rigida di quella dei maggiori Paesi produttori di idrocarburi (siano Paesi stile Nigeria per evidenti situazioni macropolitiche, gli usa riguardo al fracking o il Canada riguardo alle sabbie bituminose dell'Alberta). Da sempre, oltre il quarto rinnovo (tot. 50 anni) la legge prevede un ultimo rinnovo fino alla fine del giacimento e questo non viene cambiato dalla salvaguardia circa i permessi giù rilasciati adottata per chi, altrimenti, entro le 12 miglia dovrebbe chiudere a fine licenza.
    • Marco Rispondi
      Mi permetto di aggiungere inoltre che in linea di principio i costi di gestione di una piattaforma, anche non operativa, sono molto elevati. L'utilità di protrarre le uscite finanziarie relative alla bonifica, comunque prima o poi necessaria, mi sembra molto dubbia, soprattutto considerato che parliamo di società oligopoliste sul mercato mondiale e la cui immagine ha un valore molto elevato: con tutta probabilità non contano di fare bancarotta fraudolenta nel secolo in corso, giocandosi molti e lunghi futuri introiti (oltre alle problematiche penali) per non bonificare qualche sito offshore situato entro 12 miglia e quindi in acque basse.
  2. Lorenzo Rispondi
    Buongiorno, ritengo che questo referendum non avrà grossi impatti nè sull'ambiente nè sulla politica energetica nazionale, almeno nel breve termine. La mia unica perplessità sulla norma che si vuole abrogare riguarda il fatto che, rinnovando automaticamente le concessioni fino all'esaurimento delle risorse nei giacimenti, si dà la possibilità alle società concessionarie di gestire opportunamente la produzione di gas e petrolio. In tal modo, esse avranno la possibilità di mantenersi sotto la soglia che le esenta dal pagamento dei canoni allo Stato. Se ciò è vero, lo disapprovo in qualità di contribuente e quindi sono per l'abrogazione della norma.
    • anna Rispondi
      Salve, le considerazioni del sig. Lorenzo mi sembrano molto sagge, inoltre, essendo alcune concessioni molto vecchie, potrebbero anche rifarsi a norme ambientali di vecchia tecnologia e a leggi concessorie non rispondenti ai canoni attuali di equilibrio costi-benefici. Quindi l'abrogazione della legge attuale potrebbe spingere verso applicazioni migliorative e modernizzazione di tutto l'impianto energetico/estrattivo nazionale.. Codiali saluti .
      • bob Rispondi
        ....io credo che non ci sia miglior carburante in termini di resa dell' analfabetismo. Ma non quello istituzionale ma quello nel senso letterale del termine. Come per il nucleare si chiede un parere tecnico ad un Paese in cui, oltre con % di anziani consistenti, si somma una % di analfabeti da far paura. Ti immagini delegare a mia zia Olga di 90 anni la scelta di un fatto tecnico ( che poi tecnico non è) ? Il referendum è solo una bagarre tra fazioni politiche perdipiù localistiche che non ha alcun senso tecnico e neanche politico ...oltre che non fregare assolutamente nulla a chi lo promuove. Un piano energetico è una cosa seria di politica lungimirante di analisi dettagliate che devono comprendere e includere tutte le risorse che il Paese ha disponibili (idroelettriche, eoliche, gas, petrolio etc) in una visione totale che consente di limitare le fonti più dannose all'ambiente. Abbiamo detto NO al nucleare ( allora votava mia zia Giacomina) avendo un corollario di centrali nucleari dietro le nostra Alpi a un tiro di schioppo! Rispetto per i due emeriti studiosi.. ma di cosa stiamo parlando?
  3. giuliano pierucci Rispondi
    Salve, vi ringrazio per aver affrontato l'argomento e mi associo a quanto rilevato dalla sig.ra Anna. Da appassionato di economia apprezzo fortemente l'esempio di studiosi del ramo che offrono gratuitamente la loro esperienza alla collettività. Nel merito, essendo non competente degli aspetti specifici, credo sia molto utili approfondire le problematiche a maggior impatto ambientale. Di nuovo grazie e cordiali saluti. Giuliano
  4. riccardo gallottini Rispondi
    In sintesi possiamo dire che i costi e i benefici sia del SI che del NO sono molto minori di quello che ci vogliono far credere. Di fatto l'Italia andrà avanti in entrambi i casi. C'è da chiedersi se sia lecito affidarsi al referendum per materie cosi tecniche nonchè così poco cruciali per il futuro del paese. Anche io credo che da ambo le parti si enfatizzino effetti che in realtà sono molto minori di quelli che sembrano.
  5. anna Rispondi
    Salve, non sono un'esperta, ma solo una signora non più giovane, che riflette. Questo articolo è molto ben fatto e chiarisce tante cose (Anche se difficile infatti l'ho letto tre volte..) tuttavia mi chiedo perché molti organi di informazione siano percorsi da tante e gravi inesattezze, tanto da far credere a molte persone anche importanti, magari di governo e forse anche in buona fede, che le cose stiano in un certo modo, mentre la realtà è l'esatto contrario. Voi studiosi del ramo, avete il dovere di dirlo con voce più forte e più chiara, senza sofismi e paure, altrimenti che senso avrebbero i vostri studi accurati se non sono al servizio della verità scientifica divulgata e non servissero a migliorare la vita degli uomini di questa nostra bella Patria, su questo disgraziato pianeta chiamato Terra? Con stima