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  1. Michele Rispondi
    Difficile capire come interpretare i dati INPS. Nel comunicato stampa del 16/2 Inps ci dice che le assunzioni sono state 5,4 milioni e il saldo netto + 0,6 milioni. Ci dice però anche che il campo di osservazione riguarda 11.7 milioni di lavoratori al dicembre 2014 (lavoratori dipendenti del settore privato e enti pubblici economici). Questo vorrebbe dire che ogni lavoratore cambia lavoro mediamente ogni 2 anni, cosa assolutamente inverosimile.
  2. Michele Rispondi
    Attenzione perche Inps nel suo comunicato stampa fa una affermazione importante: "E' presumibile che a questo incremento [606000] nel numero di posti di lavoro corrisponda un analogo incremento nel numero di occupati dipendenti regolari." Quindi Inps sembra mettere direttamente a confronto la sua stima con quella Istat: 135000. Come sono costruiti i dati Istat è ben noto. Molto meno - almeno per me - i dati Inps. Certamente i due dati sono inconciliabili salvo che si pensi ad una emersione massiccia di lavoro nero, cosa compatibile anche con l'aumento dei voucher. In sostanza: la nuova occupazione sarebbe solo quella dell'istat (135k) il resto è regolarizzazione
  3. Maurizio Cocucci Rispondi
    In tema di occupazione occorre fare una seconda precisazione circa i dati dell'Istat e quelli dell'Inps in quanto l'Istituto di Statistica fa una rilevazione per l'appunto statistica e a campione su oltre 250 mila famiglie mentre l'Inps fornisce dati certi, per quanto riferiti al numero di contratti e non di persone come scritto nell'articolo. Quindi quelli dell'Istat sono dati stimati sul numero di occupati, disoccupati e inattivi (e lo scrive ogni volta nei suoi comunicati) sulla base delle indagini eseguite presso le famiglie in questione così come riportato anche in un recente comunicato. Questa precisazione per dire che il giudizio circa l'efficacia delle misure del governo per il 2015 è certamente positivo in quanto l'anno scorso si sono registrati, secondo i dati pubblicati dall'Inps nell'Osservatorio sul Precariato, 1.870.959 nuovi contratti a tempo indeterminato (contro 1.273.750 del 2014), 492.729 trasformazioni a tempo indeterminato di rapporti a termine (329.848 nel 2014) e 85.352 apprendisti trasformati a tempo indeterminato. Se passiamo alle cessazioni, il numero di contratti a tempo indeterminato che si sono chiusi nel 2015 sono stati 1.684.911 (1.725.006 nel 2014) da cui si evince l'efficacia delle misure adottate che però possono influire non sull'occupazione nel suo complesso ma sulla dinamica al suo interno in termini di rapporti di lavoro. Per creare nuova occupazione occorre intervenire con altre misure come ribadito recentemente da Mario Draghi.
  4. Gabriele Rispondi
    Come dice Michele, la differenza tra i dati ISTAT e INPS non può essere spiegata unicamente dal fatto che quest'ultima tiene conto anche di più rapporti di lavoro in capo ad uno stesso individuo. Questa spiegazione sembra logicamente superficiale, anche perché parliamo di contratti a tempo indeterminato. Ci sono altri fattori (tra cui il fatto che l' INPS tiene conto solo dei rapporti di lavoro nel settore privato) che potrebbero spiegare questo mezzo milione di differenza. Prima di fare certe dichiarazioni di vittoria ("aumento delle assunzioni nel settore privato pari a 600mila posizioni") aspetterei che INPS e ISTAT facciano maggiore chiarezza al riguardo. Se avessimo usato gli stessi dati, nello stesso modo che vengono usati oggi, avremmo potuto esultare anche nel 2013, quando l'ISTAT registrava una diminuzione degli occupati dipendenti di 154mila unità mentre l' INPS registrava una variazione netta positiva (+241mila) di rapporti di lavoro subordinato. Sempre nel 2013: ISTAT -118 mila occupati permanenti INPS (nuove assunzioni tempo indeterminato + trasformazioni a indeterminato - cessazioni) +152mila.
  5. Pier Giorgio Visintin Rispondi
    Queste analisi, a mio avviso, sono incomplete in quanto manca una visione veramente globale dei dati in gioco. Vediamo se riesco a rendere l'idea dei dati macro da considerare: la demografia, l'invecchiamento sempre più pesante della popolazione; con la conseguente scarsa propensione all'attivismo di quelli che essendo vecchi non sono più grandemente attivi; l'eccessiva protezione che questi vecchi a danno dei "giovani"; poi i giovani , che, pur con tutte le scuse di questo mondo, non si riproducono. Neppure. Il governo potrà fare e dire quello che si vuole, ma se non sono i giovani a spingere fuori i vecchi dalle classi dirigenti, non andremo più molto lontano. Persino i vituperati immigrati stanno uscendo dall'Italia. Pensiamoci un pochino su. Piergiorgio Visintin (quasi ottantenne)
  6. Tarcisio Bonotto Rispondi
    Si parla di crescita, di crescita, ma non si dice mai in che modo, razionalmente, potremmo ottenerla. Dal 2001 sono state chiuse in Italia circa 600.000 aziende produttrici e commerciali e circa 270.000 aziende agricole. Se non si ripristina un sistema di AUTOSUFFICIENZA ECONOMICA l'Italia non ripristinerà MAI gli equilibri produttivi. L'autosufficienza è necessaria per la massima occupazione. La Globalizzazione ha interrotto il circolo virtuoso di PRODUZIONE-LAVORO-SALARI-CONSUMI-TASSE, eliminando la produzione. Ci chiediamo se non ripristiniamo la manifattura c'è mai speranza di ritornare all'equlibrio? sembra di NO. Che aspettano gli economisti a dare una spallata alla Globalizazzione e al TTIP, e cercare per ogni paese l'AUTOSUFFICIENZA anche se temporanea. Andrà contro gli interessi delle multinazionali, ma sarà a favore della intera società umana. Punto. Che non ci si pianga addosso di continuo senza trovare un punto fermo per la ripresa. E in questo gli economisti sono maggiormente responsabili nel delineare una way-out.
  7. Michele Rispondi
    Non capisco la differenza tra dati INPS e ISTAT: 112mila lavoratori in più per Istat e 600mila contratti in più per Inps (solo nel settore privato). Va bene che lo stesso individuo può avere diversi rapporti di lavoro, però Inps ci dice che il 60% dei nuovi contratti sono a tempo pieno. I due numeri sembrano difficilmente riconciliabili
  8. Paolo palazzi Rispondi
    La diminuzione dell'occupazione precaria (contratti a tempo rinnovabili) non è dovuta esclusivamente alla decontribuzione, ma anche alla facilità con la quale ci si può liberare oggi di un lavoratore a tempo indeterminato. Tanto che il concetto di indeterminato ormai è solo legato al fattore tempo e non certo alle regole contrattuali e alla sicurezza del posto di lavoro. Probabilmente sarebbe necessaria una ridefinizione del concetto di precariato.
  9. Marco Perticone Rispondi
    Mi meraviglio che un accademico inizi a trattare un argomento con numeri e dati, argomento delicato ed importante, per finire con considerazioni sul bicchiere mezzo vuoto, perfettamente soggettive. Nel mio lavoro ci sono obiettivi e risultati raggiunti, il delta è misurabile, il resto sono opinioni, fuori da qualsiasi metodo decente.