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  1. EzioP1 Rispondi
    In un commento inviato al Financial Times http://www.ft.com/cms/s/0/1bf80430-c03d-11e5-846f-79b0e3d20eaf.html#ixzz3xyHkTkm2 indicavo che è difficile credere che l'inflazione spinga i consumatori (famiglie e imprese) a spendere. I tempi difficili invitano tutti ad essere parsimoniosi e a risparmiare per tempi a venire percepiti più a rischio, di fatto nella realtà i depositi sono in crescita in USA, Giappone ed UE. L'aumento dell'inflazione sarebbe solo un vantaggio per l'economia finanziaria non per quella reale che vivono i consumatori. La risposta che ottenni, credo dallo staff della BCE, fu che lo stimolo monetario serve per promuovere la domanda e quindi la spesa in consumi che in secondo effetto fa crescere l'inflazione. Quindi l'inflazione non per sé stessa ma come mezzo di promozione dell'economia. Senza questo stimolo le imprese non investono, non creano lavoro, e i consumatori acquistano meno e a minor prezzo, riducendo così i profitti con l'effetto di spingere a ulteriore risparmio. Veniva anche indicato nella risposta che il problema era il passaggio di questi stimoli monetari dall'economia finanziaria all'economia reale. Ma il dubbio che rimane spontaneo è che gli stimoli monetari da soli riescano a promuovere l'economia reale. In realtà sembra mancare la fiducia nel futuro, e per creare questa fiducia occorre qualcosa in più della sola politica monetaria.
  2. davide mastrocola Rispondi
    Gli accadimenti di questi anni fanno dubitare della validità di un obiettivo dichiarato in termini di inflazione "desiderabile". In più, quello del 2%, appare un parametro arbitrario la cui immutabilità sembra quasi un dogma, più che il frutto di considerazioni razionali dettate dall'analisi del contesto (la sfiducia dei mercati è eloquente in merito alle "aspettative"). Infine, preso atto dello scenario delineato da Draghi, sarebbe da chiedersi se - in presenza di potentissimi cambiamenti sociali ed economici alimentati dalla globalizzazione e dallo sviluppo tecnologico - abbia ancora un senso parlare di "inflazione" così come se ne parlava nel ventesimo secolo.
  3. Davide Mastrocola Rispondi
    Gli accadimenti di questi anni fanno dubitare della validità di un obiettivo dichiarato in termini di inflazione "desiderabile". In più, quello del 2%, appare un parametro arbitrario la cui immutabilità sembra quasi un dogma, più che il frutto di considerazioni razionali dettate dall'analisi del contesto (percezione peraltro ampiamente suffragata dalla sfiducia dei mercati). Infine, preso atto dello scenario delineato da Draghi, sarebbe da chiedersi se - in presenza di potentissimi cambiamenti sociali ed economici alimentati dalla globalizzazione e dallo sviluppo tecnologico - abbia ancora un senso parlare di "inflazione" così come se ne parlava cento anni fa.
  4. Filippo Rispondi
    Condivido tutto ho solo due commenti: 1. Nella sostanza la BCE non ha già, e in più occasioni, ribadito la "simmetria" del suo obiettivo quatitativo? Si veda ad esempio: http://www.ecb.europa.eu/mopo/strategy/pricestab/html/index.en.html Inoltre, anche sul sito della BCE è presente il grafico con l'evoluzione del tassi di inflazione in cui la linea rossa rappresenta proprio la media: http://www.ecb.europa.eu/mopo/html/index.en.html 2. Qual è il costo, soprattutto in termini di reputazione, di modificare il proprio obiettivo quando non si riesce a raggiungerlo nei tempi sperati? Non potrebbe creasi una situaizone in cui, in una fase in cui non si riesce a raggiungere l'obiettivo, i mercati comincino a scommettere che lo stesso possa essere ulteriormnete rivisto? Grazie.