logo


  1. paolo borghi Rispondi
    E' una rivoluzione finanziaria e organizzativa quella di dotare il nostro paese di standard di poltca attiva del lavoro adeguati (all'investitura polett parlo di moltiplivare per 7 le risorse per i servizi per l'impiego e per 5 quella per la formazione rimuovendo gli sprechi). Non lo si puo' fare con riforme a costo zero e non lo si puo' fare semplicemente pensando d ricavare economie dal sistema degli ammortizzatoro sociali (è un cane che si morde la coda ma senza un forte investimento organizzativo iniziale e una forte capacità selettiva è ben difficile essere incisivi nella riattivazione dei non occupati e dei perdenti posto e acquisire capacità di tenuta sul mercato). Pensiamo alla qualità e quantita' degli strumenti generali e personalizzati di informazione, orientamento, formazione nelle varie declinazioni che il Decreto 150 prevede. Inoltre occorre una riflessione sulle quote piu' deboli e con maggiori difficoltà occupazionali che ricadranno nel medio lungo periodo, nel nuovo quadro di cooperazione competizione tra privato e pubblico, sulle spalle del malconcio sistema pubblico (di ultima istanza rispetto agli insuccessi) specialmente nel caso di messa in opera di lavori di pubblica utilità, finanziamento di tirocini, dell'azionamento dell'asdi o del reddito di cittadinanza (in molti casi richiedendosi una integrazione con i servizi sociali) . L'eventuale
  2. Pietro Ichino Rispondi
    La quantificazione del fabbisogno per i servizi al mercato del lavoro proposta da Luigi Olivieri mostra come il problema sia facilmente risolvibile sul piano finanziario: con un sistema di pagamento a risultato, come è previsto dal d.lgs. n. 150/2015, il costo del servizio erogato per mezzo dei contratti di ricollocazione sarebbe ampiamente coperto dal risparmio sui trattamenti di disoccupazione e dal gettito contributivo e fiscale prodotto dai nuovi rapporti di lavoro attivati (parliamo di 4 miliardi a fronte di una spesa per ammortizzatori sociali di oltre 20). D'altra parte, investire su di una struttura pubblica che è per lo più del tutto incapace di svolgere il servizio utile per la ricollocazione sarebbe come versare acqua in un secchio bucato. Il problema, dunque, non è di natura finanziaria, ma di natura amministrativa e organizzativa. Occorre porre i Centri per l'Impiego pubblici e i loro 7000 addetti in condizione di fungere da One Stop Shop per i disoccupati, cioè da cerniera tra gli utenti e gli operatori specializzati accreditati, capaci di fornire i servizi efficaci attraverso il contratto di ricollocazione. Per questo occorre un piano credibile di riorganizzazione e rilancio della rete di questi terminali territoriali. Questo piano avrebbe dovuto essere pronto prima del varo del decreto n. 150/2015: qui si registra un ritardo che va urgentemente superato. Per approfondimenti rinvio alla sezione "Lavoro" del mio sito: www.pietroichino.it.
  3. Luca Tedesco Rispondi
    Potreste indicare il link dello studio della regione Lombardia citato nell'articolo ? Mi sembra inoltre che nel testo ci sia un errore: quando si dice "Con i loro 7mila dipendenti, i servizi pubblici potrebbero assicurare 350mila dei 155 milioni di ore di lavoro necessari" é come se si moltiplicasse il numero dei dipendenti per il numero di ore da dedicare a ogni disoccupato (7mila per 50, uguale 350mila ore di lavoro). In realtá bisogna moltiplicare il numero di dipendenti per il loro monte lavorativo annuo (7mila per 1.720, uguale 12 milioni ore di lavoro). Dunque i privati non dovrebbero "puntellare le carenze organizzative pubbliche con circa 154,6 milioni di ore", bensí con 143 milioni di ore. Il costo complessivo (al costo orario di 30 euro) sarebbe perció inferiore (4,29 miliardi invece di 4,64 miliardi, circa il 7,5% in meno). NB: ho arrotondato alcune cifre.